Avete mai sentito parlare di Api (non gli insetti che fanno il miele)? E di banking as a service? Se queste parole inglesi non fanno parte del vostro vocabolario è proprio il caso di dire che inizieranno a farlo nell’immediato futuro. Con Api, acronimo di Application Programming Interface, si intende quell’insieme di funzioni e procedure che consentono ad una applicazione di accedere a funzionalità e dati di altre applicazioni o altri servizi digitali. Tradotto: è grazie a loro se il vostro conto corrente tradizionale custodito in una banca tradizionale può essere usato anche per i nuovi servizi fintech come il pagamento tramite mobile, il dilazionamento in più rate e via dicendo. Il banking as a service, invece, è l’offerta di servizi finanziari integrati ad aziende bancarie e, soprattutto, non bancarie. I casi di scuola sono Google, Amazon, Samsung o Apple che non hanno aperto un istituto di credito ex novo, ma si sono appoggiati a infrastrutture esistenti per erogare servizi di pagamento. I vantaggi sono diffusi e le ricadute positive sia su aziende che clienti: se non solo le banche, ma qualsiasi azienda può offrire servizi finanziari conformi, allora il risultato sarà una concorrenza molto più grande e, di conseguenza, più varietà e servizi di migliore qualità per i consumatori.

D’altra parte, la finanza integrata sarà uno strumento essenziale per rafforzare le aziende tecnologiche europee nella competizione globale e la concorrenza americana e asiatica. Un’occasione da non perdere per l’Europa: Stati Uniti e Cina sono pionieri nel campo mentre il vecchio continente è agli albori del banking as a service. Il mercato si stima decuplicherà nei prossimi 4 anni raggiungendo i 230 miliardi, mentre oggi siamo a circa 23. Il potenziale dell’embedded finance o finanza integrata è enorme e quindi il mercato del banking as a service è immenso. Solo in Europa, si stima che saranno aperti quasi 500 milioni di conti bancari. Dunque quanto è pervasivo il fenomeno dell’offerta finanziaria al di fuori dei perimetri tradizionali? Parecchio. Circa il 28% della popolazione italiana è pronta a usare un conto corrente digitale se venisse proposto da un sito di e-commerce dove abitualmente fa acquisti; il 23% avrebbe piacere a usare una carta che abbia il logo del brand non solo per comprare prodotti specifici ma anche per le cosiddette attività recurring. Il 15%, infine, sarebbe interessato a rateizzare nel momento in cui va a fare gli acquisti senza dover passare dagli iter approvativi tradizionali. In Germania il 61,4% sarebbe disposto a usare un servizio finanziario da almeno uno dei negozi online proposti.

Dunque, ci sono dei prodotti che la rete già conosce, ma al momento manca ancora una sorta di trait d’union tra il cliente e il brand. Ed è qui che entra in gioco il banking as a service: un processo in cui un qualsiasi servizio finanziario viene erogato in forma digitale, su richiesta e in un periodo di tempo stabilito. Addio al canale bancario tradizionale e maggiore velocità di fruizione di specifici servizi verticali. Insomma, una piccola rivoluzione per tutti, ma soprattutto per chi banca non è, che può così offrire servizi accessori alla clientela. Uno dei player più importanti del settore è Solarisbank. Fondata a Berlino nel 2016, ha quasi raddoppiato le sue entrate nette ogni anno, raggiungendo 35 milioni di euro di ricavi nel 2020. A luglio del 2021 è arrivata anche in Italia, dopo aver ottenuto un finanziamento da 190 milioni di euro che ha portato la valutazione complessiva dell’azienda a 1,4 miliardi. Ad oggi, Solarisbank ha raccolto oltre 350 milioni di euro da una base di azionisti bluechip, tra cui Digital Impact Fund di Abn Amro, Athos, Bbva, Cnp (Groupe Frère), Decisive, finleap, Global Brain, HV Capital, Ilavska Vuillermoz Capital, Lakestar, Pathway Capital Management, Samsung Catalyst Fund, Sbi Group, Storm Ventures, Visa, Vulcan Capital e yabeo Capital. «Il nostro obiettivo – racconta a Economy Federico Roesler Franz, Commercial Country Head Solarisbank Italia (nella foto) – è dare a possibilità a tutte le aziende, e non solo alle banche, di vendere prodotti finanziari. Compito della nostra azienda è mettere a disposizione delle terze parti delle Api, in modo che l’azienda possa integrare i prodotti e vendere ai clienti finali. Il nostro modello di business è dunque B2B2X, nel senso che non abbiamo mai un collegamento diretto con il cliente finale».

Che cosa fa Solaris Bank

Solarisbank lavora lungo sei verticali: il primo è il cosiddetto Kyc, know your customer, cioè processi che consentono di migliorare la user experience sulla base delle richieste della clientela; c’è poi la parte relativa ai conti correnti che consente di avere Iban italiani o tedeschi. Solarisbank può anche emettere carte di credito prepagate, sia del circuito Mastercard che Visa, con il logo dei clienti, come se fossero loro – e non gli istituti – a emettere questi strumenti di pagamento. Sempre a proposito di pagamenti c’è anche il tema dei sistemi come nel caso di Google o Apple Pay. Quinta area di sviluppo: il lending, con servizi specifici come Buy Now Pay Later che consentono di dilazionare i pagamenti in più rate nel tempo . Infine, la sesta “gamba”, che si è innestata da poco, è quella relativa alle criptovalute.

 

«Essere un unicorno – ammette Roesler – ci ha permesso di avere maggiore credibilità quando ci rivolgiamo ai clienti. Questi sono estremamente eterogenei e appartengono a tante categorie diverse: mobilità, turismo, hotellerie, fintech, anche grandi aziende tradizionali. In Germania abbiamo un accordo con Samsung per la modalità di pagamento; abbiamo stretto una partnership con American Express. E, per quanto riguarda aziende di grandi dimensioni che appartengono alla old economy c’è anche un accordo con British Petroleum per la parte di know your customer».

Solarisbank ha deciso di entrare in Italia perché lo considera un Paese particolarmente adatto alla sua offerta: tante piccole aziende che vogliono offrire un servizio ulteriore alla clientela e che possono trovare nella formula as a service la risposta alle loro esigenze. «Il mondo finanziario nella sua interezza sta cambiando – conclude Roesler – basti pensare a quello che viene chiamato salary advancement: la banca versa lo stipendio in anticipo, chiedendo un tasso maggiore in base al numero di giorni che precedono l’effettivo pagamento, sapendo che tanto quei soldi arriveranno sul conto corrente del cliente. L’Italia ha un enorme potenziale che deve essere sviluppato. Anche perché i nostri prodotti sono scalabili e consentono di aggiungere servizi ulteriori, senza nessun tipo di sforzo particolare».