Il 19 ottobre Standard Ethics ha assegnato un outlook negativo a McDonald’s Corporation

La grande corsa della finanza agli investimenti Esg – 645 miliardi di dollari di emissioni nel primo semestre del 2022, stando alle ultime stime dell’Institute of International Finance – rischia d’infrangersi contro la miopia di chi associa la sostenibilità esclusivamente al climate change. Il problema è quella “g” di governance in chiusura dell’acronimo, figlia di un Dio minore – parrebbe – rispetto alle ben più nobili questioni del climate change. Così, le società di rating stanno alzando la posta. 

Il 19 ottobre scorso, per esempio, Standard Ethics ha assegnato un outlook negativo a McDonald’s Corporation, peraltro confermando il Corporate Standard Ethics rating già assegnato, “E+”, equivalente a “insufficiente”, decisamente poco incoraggiante. Ma la sostenibilità ambientale non c’entra: la valutazione da parte di Standard Ethics tiene in considerazione, tra gli altri aspetti, fattori come la qualità e la standardizzazione della reportistica extra-finanziaria, l’attuazione di politiche fiscali in linea con l’Ocse, l’attenzione rivolta alla governance della sostenibilità a partire dagli organi apicali, con riferimento, ad esempio, all’adozione dei principi di parità di genere e internazionalità nel consiglio di amministrazione. E mancate implementazioni in questi ambiti – soprattutto nel caso di aziende di grandi dimensioni con impatti Esg su larga scala – conducono a valutazioni più conservative da parte degli analisti. 

Certo, la questione ambientale è il tema più facile da comunicare e quello meno insidioso da trattare. Eppure, andrebbe associato con altrettanta forza ad argomenti come quelli della trasparenza e buon governo, quello dei diritti individuali «e, tra essi, quello del diritto alla parità di genere è sicuramente uno tra i più significativi», spiega a Economy Jacopo Schettini Gherardini, Ceo e Direttore Ufficio Ricerca di Standard Ethics. Che su questo tema ha una metodologia di analisi che va diritto al punto esaminando questioni cruciali: «Il primo ambito di valutazione è la composizione del consiglio di amministrazione e a seguire la composizione del management». 

Nella propria ventennale attività di emissione di rating, l’agenzia ha notato di come sia statisticamente rilevante la correlazione tra la presenza di donne all’interno del consiglio di amministrazione e le politiche di genere che poi vengono in concreto effettuate. «Da sempre l’agenzia usa un punto di punto di cut off semplice, a tratti spietato: ci deve essere la parità», sottolinea Schettini Gherardini. «Anche se abbiamo delle legislazioni molto avanzate, come quelle europee, che richiedono una quota minima del genere meno rappresentato, la parità è per Standard Ethics il vero discrimine. Dopotutto, se è vero – come è vero – che è il board aziendale la testa dell’azienda, allora è lì che si deve realizzare l’azione più virtuosa. Inutile dire che vi sono importanti aziende, spesso orientali, che si dicono sostenibili perché praticano politiche green, e poi non hanno una sola donna nel CdA o ad alti livelli dirigenziali».   

Poi ci sono le questioni fiscali: «Appare del tutto evidente come non abbia molto senso mettere a terra delle politiche ambientali se poi le nuove generazioni vengono private di importanti risorse economiche che possono provenire da una corretta fiscalità. Risorse utilizzabili anche per ridurre disparità, consentire formazione e scolarizzazione, facilitare l’accesso digitale ed altro», evidenzia il Ceo di Standard Ethics. «Anche in questo caso, le grandi corporation non sempre includono il tema al vertice delle proprie priorità, sia per un approccio alla sostenibilità piuttosto autoreferenziale, sia perché l’azionista di breve termine è alla fine, per le grandi quotate, la prima preoccupazione. Una miopia che anche banchieri centrali ed economisti temono e che chiamano shortermismo. Anche su questo fronte si notano gravi storture. Non sono infrequenti società con sedi in paradisi fiscali, senza donne nel board, le quali non esitano a definirsi sostenibili solo perché si occupano di energie rinnovabili». Ovviamente, avranno uno Standard Ethics Rating basso e coerente alla loro impostazione». 

Il caso di Mc Donald’s insegna che l’attenzione rivolta alla governance della sostenibilità a partire dagli organi apicali diventa un fattore fondamentale per avere un buon rating Esg. «McDonald’s è sicuramente una impresa che, come altre, sta facendo sforzi significativi verso la sostenibilità. La valutazione conservativa che ne da Standard Ethics va però inquadrata a livello più generale, perché riguarda il tema delle grandi corporation», continua Jacopo Schettini Gherardini. «Dalle osservazioni e dall’analisi effettuate dall’ufficio ricerca di Standard Ethics nel corso di questi anni, emerge chiaro dai rating emessi (e dalle note ufficiali pubblicate a corredo del rating) come le grandi corporation internazionali abbiano un approccio alla sostenibilità per lo più incentrato sulle questioni ambientali di facile comunicazione e appaiono più timide nell’affrontare questioni altrettanto spinose ed importanti che compongono la nozione di sostenibilità a detta delle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Ocse o l’Unione Europa. Questioni che appaiono meno facili da trattare e, non nascondiamolo, anche meno redditizie in termini di comunicazione e marketing».

Touché. Anche nel febbraio 2020 Standard Ethics aveva portato da stabile a negativo l’outlook di una grande corporation – in quel caso Adidas – invitandola a introdurre di elementi innovativi a livello apicale e nella parte alta del sistema di governance, a partire dalla parità di genere e proseguendo con forme più rappresentative delle principali aree geografiche di produzione. L’outlook negativo ad Adidas è stato rimosso solo nel maggio di quest’anno, invitando comunque la società a “una più rigorosa osservanza dei principi di parità di genere e internazionalità all’interno dell’alta dirigenza”. La via verso la sostenibilità è lunga e tortuosa, «ma la sostenibilità, se ricercata secondo i criteri corretti, stabilisce ambiti di azione ed obiettivi da perseguire secondo gerarchie che non dipendono dalle visioni del futuro che hanno le corporation, ma dalla necessità di adeguarsi a degli obiettivi globali», avverte Schettini Gherardini. «D’altronde, se si parla di sostenibilità si parla del pianeta e delle future generazioni e per quanto una azienda sia importante, la definizione di cosa sia più o meno sostenibile non spetta loro, come non spetta a un fondo di investimento. Piuttosto spetta a quelle organizzazioni a cui stati e i cittadini delegano le grandi scelte sul futuro, sul proprio futuro. Ma la questione su chi debba decidere, anche se le deleghe sono chiare, viene spesso messa in discussione non solo dagli interessi aziendali, ma anche dal comprensibile desiderio che molti importanti imprenditori hanno di porsi come ispiratori visionari, a tratti messianici».