Immaginate un treno che avanza lento lungo la filiera alimentare italiana. Non lascia indietro nessuno, si ferma a raccogliere chi è rimasto alla stazione, e a ognuno chiede solo di fare “100 metri in avanti” rispetto al punto di partenza. È l’immagine che Astrid Palmieri, Direttrice Corporate Sustainability di Esselunga, usa per raccontare l’obiettivo più ambizioso del nuovo Piano di Sostenibilità 2026-2030 del gruppo: valutare, entro il 2030, il 90% dei fornitori ad elevato impatto, circa un migliaio di aziende su cui si regge una fetta importante della filiera alimentare nazionale.
Ingegnera civile laureata a Stanford, con un Mba e un master a Yale, e 18 anni di esperienza nel gruppo chimico Basf, Palmieri guida la sostenibilità di Esselunga dal febbraio 2024. Con lei abbiamo ripercorso un obiettivo che nasce prima ancora che come obbligo normativo, come necessità di conoscere davvero chi sta a monte della filiera.
È un obiettivo di compliance con Csrd e Csddd?
In realtà non è solo compliance, questo. Non lo è, anche perché l’Omnibus ci ha dato un po’ di margine in più, sia per quanto riguarda la profondità dei controlli sia per le tempistiche di attuazione. Questo nasce dalla volontà di conoscere meglio la nostra filiera e contribuire a far crescere tutto il sistema food dal punto di vista della sostenibilità. È chiaro che, per farlo, riconosciamo il nostro ruolo di capo filiera: volente o nolente lo siamo, perché siamo un big player nella fase finale della catena del valore. Con tutte le difficoltà: siamo su “N” filiere. Se fossimo un produttore di caffè o di cacao sarebbe più semplice, ma confrontandoci con materie prime molto diverse, noi non possiamo risolvere da soli il problema delle singole filiere, come per esempio quella del cacao o del caffè. Serve un’azione più ampia e condivisa.
Come fa a valutare, concretamente, mille fornitori?
Abbiamo aggiornato la nostra piattaforma di qualifica fornitori, un progetto che in azienda esiste da qualche anno. È un prodotto adattato alle nostre esigenze, non sviluppato da zero, che abbiamo implementato, integrandolo con un questionario che prevede richieste di informazioni in ambito Esg.
Che tipo di domande sono?
Il questionario è basato sul Vsme, il Voluntary Standard for Small and Medium Sized Enterprises, predisposto negli ultimi due anni dall’Efrag, lo stesso organismo che ha scritto gli standard di rendicontazione Esrs per la Csrd, e collegato anche al pachetto Omnibus della semplificazione. I regolatori si sono resi conto che la Csrd abbinata alla Csddd, anche riguardando solo le grandi aziende, avrebbe finito per oberare i piccoli con una valanga di richieste. Quindi abbiamo previsto un nucleo di domande base, indispensabili, che anche i piccoli devono compilare: una sessantina. In più, ne abbiamo aggiunte altre, più dettagliate, che servono per conoscere davvero il fornitore.
Perché avete bisogno di informazioni così dettagliate sui fornitori?
Per esempio, per definire un obiettivo di Scope 3. La categoria 3.1 riguarda proprio le emissioni associate ai prodotti dei fornitori. Se il fornitore non misura e/o non condivide i suoi dati, noi non riusciamo a misurare l’impatto dei prodotti che mettiamo a scaffale. E poi, facendo l’analisi di doppia materialità, ci siamo resi conto che tantissimi impatti negativi che generiamo, in realtà li generiamo indirettamente, lungo la catena di fornitura. Quindi, se vogliamo intervenire in modo efficace, lavorando indirettamente con la filiera, prima dobbiamo capire chi sono i nostri fornitori, quali sono quelli con maggiori impatti, per poi decidere cosa fare.
Concretamente, quando siete partiti e quanti sono questi fornitori “ad impatto rilevante”?
Abbiamo fatto un pilota a cavallo far il 2024 e il 2025, partendo con il progetto vero e proprio a inizio 2026. L’obiettivo è di valutare, entro il 2030, il 90% dei fornitori ad impatto rilevante. Saranno circa un migliaio.
Cosa succede a un fornitore che risulta poco preparato, o addirittura fuori norma?
Lo scopo, dal nostro lato, non è assolutamente punitivo. È come un treno che procede lentamente: li raccoglie dove si trovano, si ferma e permette a ciascuno di fare 100 metri di strada in avanti. Non tutti arriveranno alla stessa destinazione, perché ognuno parte da una situazione diversa, ma l’obiettivo è di far fare un pezzo di strada in avanti e di migliorare lo stato di partenza. Alla fine è sia nel nostro interesse sia nell’interesse di tutto il sistema food. Se qualcuno non rispetta le norme base necessarie non può avviare un rapporto con noi. Ma quello che abbiamo visto finora, nel pilota su un centinaio di fornitori, sono carenze migliorabili.
Come hanno reagito i piccoli fornitori a queste richieste?
Quello che abbiamo visto è un certo grado di difficoltà iniziale a compilare il questionario. Qualcuno ci ha chiamato: ‘Non so cosa scrivere, dovete venire a farmi l’audit?’ C’era anche un po’ di paura. Ma alla fine, in generale, l’approccio è stato apprezzato, perché è stata l’occasione per fare ordine e prepararsi alle richieste che sarebbero arrivate da altri. In molti casi era la prima volta che venissero sottoposti a questo tipo di richieste di informazioni. È stato una learning experience anche per noi, per iniziare a capire come sono strutturati i nostri fornitori, soprattutto quelli più piccoli, su queste tematiche. Abbiamo capito che non necessariamente manca consapevolezza sulla sostenibilità, ma spesso manca la dimestichezza con i numeri e le informazioni richiesti dalle normative, la struttura interna e le persone per stare al passo con le crescenti richieste.
State solo valutando, o anche accompagnando i fornitori nel miglioramento?
Stiamo elaborando un pacchetto formativo volontario, abbastanza concentrato, per dare loro la possibilità di formarsi. Già il fatto di dover rispondere alle domande del nostro questionario aumenta la consapevolezza. A questo affiancheremo appunto anche un percorso formativo. Fra qualche anno li rimisureremo, sempre attraverso il questionario, per vedere se ci sono miglioramenti sulle loro performance Esg. Pensiamo e speriamo in questo modo di aiutare i nostri fornitori verso un operato più sostenibile, nel senso autentico della parola, ovvero “sostenibili nel tempo”. Altrimenti rischiamo di trovarci senza fornitori il giorno che non saranno stati in grado di adeguarsi alle nuove richieste normative e soprattutto alle sfide sempre più complesse come quelle legate al cambiamento climatico.
Quanto conta, in questo, la pressione normativa europea?
A livello normativo la direzione è quella della Csrd, Csddd, Eudr; dove il regolatore si concentra sul grande player a fine filiera, e poi è compito suo mettere in ordine tutto quello che viene a monte, perché il regolatore non ha la forza per controllare direttamente ogni anello. È una logica europea, non italiana. Per l’Eudr, ad esempio, la richiesta è di mappare i prodotti dei fornitori delle sette filiere con impatti importanti sulla deforestazione: a quel punto, abbiamo deciso di introdure la mappatura per tutti i fornitori.
C’è consapevolezza, nella filiera italiana, che si rischia di essere esclusi da un certo punto in poi?
In Italia direi di no, non ancora. Quello che abbiamo visto col pilota tra il 2024 e il 2025 è tanta incertezza. Ci risulta essere tra i primi in Italia a muoverci così sistematicamente. Ci sono due o tre gruppi internazionali che operano in Italia e che si stanno muovendo per necessità della casa madre. Vista la crescente importanza del tema, anche GS1 Italy Servizi assieme a GreenRouter stanno sviluppando un questionario di mappatura Esg su piattaforma Ecogentra al quale stiamo aderendo. La direzione di marcia è chiara. Ora dobbiamo muovere il treno qualche metro in avanti, tutti insieme, nell’interesse del sistema food.
















