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Chi immaginava che l’entusiasmo sull’ fosse vicino al capolinea dovrà, almeno per ora, rivedere le proprie previsioni. I conti di Nvidia raccontano una storia diversa: quella di una domanda di potenza di calcolo che continua a correre, alimentata dalla trasformazione digitale delle grandi piattaforme globali e dall’inarrestabile espansione dei data center.

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A scandire il ritmo è stato Jensen Huang, fondatore e amministratore delegato del gruppo di Santa Clara, che ha accompagnato la pubblicazione dei risultati con un messaggio chiaro ai mercati: la richiesta di capacità computazionale sta crescendo in modo esponenziale e i clienti stanno accelerando gli investimenti nell’AI. Parole che non suonano come slogan, ma che trovano una conferma plastica nei numeri.

L’esercizio fiscale 2026 si chiude con ricavi per 215,9 miliardi di dollari e un utile che balza a 117 miliardi. Una traiettoria che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata irrealistica anche per uno dei protagonisti assoluti della rivoluzione dei semiconduttori. Il quarto trimestre, terminato a gennaio, ha superato le aspettative di Wall Street: fatturato a 68,13 miliardi di dollari contro i 66,21 miliardi stimati e utile per azione rettificato di 1,62 dollari, oltre le previsioni ferme a 1,53 dollari.

Non solo. Per il primo trimestre del nuovo esercizio il gruppo prevede ricavi pari a 78 miliardi di dollari, ben oltre la media delle attese degli analisti, che si attestava intorno ai 72,6 miliardi secondo i dati LSEG. In un contesto in cui ogni decimale viene scrutinato con attenzione maniacale, lo scarto è tutt’altro che marginale.

Il vero test: la tenuta dei data center

I conti di Nvidia erano attesi come un termometro dell’intero ecosistema AI. Gli investitori cercavano segnali sulla solidità degli impegni di spesa delle big tech per le infrastrutture digitali. E il messaggio che emerge è che, almeno per ora, la macchina non si sta fermando.

Colossi come Alphabet, Microsoft, Amazon e Meta dovrebbero destinare complessivamente circa 630 miliardi di dollari nel 2026, con una quota rilevante concentrata proprio su data center e processori avanzati. È qui che si gioca la partita dell’AI generativa, dei modelli linguistici e delle applicazioni industriali ad alta intensità di calcolo.

In questo scenario, i chip di Nvidia restano il cuore pulsante di molte infrastrutture. Ma la leadership, per quanto solida, non è più incontrastata.

La concorrenza alza la testa

Sul fronte competitivo, qualcosa si muove. AMD si prepara a lanciare entro l’anno un nuovo server AI di fascia alta e ha già strappato contratti a clienti storici di Nvidia, tra cui Meta. È un segnale che il mercato sta entrando in una fase più articolata, dove l’offerta si diversifica e i grandi committenti cercano alternative per contenere costi e dipendenze strategiche.

Anche Google sta rafforzando la propria posizione, promuovendo i chip TPU sviluppati internamente e fornendoli ad Anthropic, la società dietro il chatbot Claude, considerato uno dei principali rivali di OpenAI e del suo ecosistema. Secondo indiscrezioni, Mountain View sarebbe in trattative anche con Meta per ampliare la distribuzione delle proprie soluzioni.

Parallelamente, le grandi piattaforme stanno intensificando lo sviluppo di semiconduttori proprietari per alimentare i loro data center. Una scelta che risponde a logiche di efficienza economica, controllo tecnologico e gestione del rischio geopolitico. Per Nvidia, significa dover difendere quote di mercato in un’arena sempre più affollata.

Il nodo Cina e la variabile geopolitica

C’è poi la questione cinese. Nelle stime per il trimestre in corso, Nvidia non ha incluso ricavi attesi dalla vendita di chip per data center in Cina, un mercato che negli ultimi anni è stato oggetto di restrizioni all’export da parte di Washington. Tuttavia, l’azienda ha comunicato di aver ricevuto dal governo statunitense licenze per spedire piccole quantità di chip H200 a clienti cinesi.

Gli analisti avevano iniziato a scontare un parziale ritorno delle vendite verso Pechino, ipotizzando un allentamento selettivo delle restrizioni o l’autorizzazione di versioni modificate dei processori. Non a caso, AMD ha reinserito nelle proprie stime ricavi legati alla Cina dopo aver ottenuto via libera per varianti adattate dei suoi chip AI.

La geopolitica resta dunque una variabile cruciale: può comprimere il potenziale di crescita ma anche riorientare le catene del valore e gli equilibri industriali.

Talenti, capacità produttiva e guerra delle competenze

Consapevole del nuovo contesto competitivo, Nvidia ha sottolineato di aver messo in sicurezza scorte e capacità produttiva sufficienti per sostenere la domanda nei prossimi trimestri. Un messaggio rassicurante per un mercato che teme colli di bottiglia e tensioni sulle forniture.

Non meno rilevante è la scelta di includere la remunerazione in azioni nelle metriche finanziarie non-GAAP. In un settore dove la competizione per ingegneri e ricercatori specializzati in intelligenza artificiale è feroce, le stock option diventano uno strumento centrale per attrarre e trattenere competenze strategiche.

Il quadro che emerge è quello di un’azienda ancora in piena espansione, con fondamentali robusti e una domanda che non accenna a raffreddarsi. La strada potrebbe non essere più liscia come nei primi anni dell’euforia AI, quando i chip Nvidia sembravano l’unica scelta possibile. Ma, almeno per ora, i numeri raccontano che la corsa non solo continua: accelera.