Nutriscore

Il Portogallo ha detto no al Nutriscore. L’etichettatura nutrizionale a semaforo è stata al centro di uno scontro politico tra il governo uscente, che ha cercato di introdurla in un provvedimento last minute prima delle elezioni, e quello entrante che l’ha subito bloccata. Gli interventi per evitare il disastro sono stati numerosi. Lo stesso Competere ha inviato una lettera al Ministro dell’Agricoltura e della Pesca del Portogallo, José Manuel Fernandes, e alla Ministra della Salute, Ana Paula Martins. Sostenuti dal Centro di Studio e Ricerca sull’Obesità (CSRO) e da oriGIn, la più influente associazione del mercato portoghese dei prodotti IG, abbiamo sollecitato le istituzioni di Lisbona a una marcia indietro in merito al Nutriscore, in quanto è una misura priva di fondamento scientifico nel suo tentare di contenere le patologie da eccesso, anacronistica rispetto alle nuove tecnologie applicate alla nutrizione e pericolosa in termini di concorrenza del mercato europeo.

Con questa decisione, il Portogallo si unisce a un fronte sempre più consistente di Paesi membri dell’Unione europea che hanno bloccato il Nutriscore. Insieme all’Italia si contano infatti Repubblica Ceca, Cipro, Grecia, Lettonia, Romania, Polonia, Spagna e Ungheria, che nel loro complesso rappresentano più che 35% della popolazione europea. A questi va aggiunta la Svizzera, non membro dell’Ue, ma mercato su cui la Gdo ha fatto importanti operazioni a sostegno dell’etichettatura a semaforo. 

Il Nutriscore è inefficace contro l’obesità

I sistemi di etichettatura nutrizionale fronte pacco, come il Nutriscore, hanno dimostrato di essere inefficaci nel combattere l’obesità nei Paesi in cui è stato adottato. In Francia, per esempio, i tassi di obesità non sono diminuiti nonostante l’implementazione del Nutriscore. 

C’è poi un discorso economico-commerciale che va preso in seria considerazione. In un nuovo clima di tensioni con altri mercati, caratterizzato da dazi sui prodotti importati e protezionismo, una guerra commerciale interna è ciò di cui ha meno bisogno l’Europa. Ricordiamoci infatti che il Nutriscore classifica gli alimenti su una scala da A (migliore) a E (peggiore) in base alla loro qualità nutrizionale. Questo può influenzare negativamente la percezione dei consumatori verso prodotti con punteggi bassi (D o E). Secondo uno studio del European Food Information Council (Eufic), le aziende che producono alimenti con un punteggio Nutriscore basso potrebbero vedere una riduzione delle vendite fino al 20% nei primi sei mesi di implementazione dell’etichetta. Da qui le inevitabili ripercussioni sulla competitività delle aziende stesse, in termini produttivi e occupazionali. Ma i cambiamenti, altrettanto significativi, si avrebbero sull’identità dei prodotti. Le imprese, per andare incontro al mercato, si sentirebbero costrette a rivedere la natura delle ricette, sia le più tradizionali sia quelle che sono il frutto di un lungo processo di ricerca e innovazioni industriali. 

Con l’avvento della presidenza ungherese di turno al vertice dell’Ue, ma soprattutto con l’avvio della nuova legislatura, ci auguriamo che, sul fronte delle politiche sanitarie, l’obesità quanto tutte le patologie riconducibili agli eccessi di cibo vengano affrontate con l’adeguata consapevolezza scientifica e tenendo conto della loro complessità. Parallelamente, auspichiamo che quel primato di superpotenza agroalimentare di cui l’Europa si fa vanto, non venga sostituito da una banale e semplicistica etichetta.