Mentre si discute di un oggetto misterioso, l’Europa (c’è, non c’è, cosa fa, non fa, a chi serve etc.) la si vota, con elezioni stanche, complesse, e vuote …almeno si pensa che sia andata così. E invece no! A guardarle bene queste elezioni sono piene di significati, anche profondi, che toccano grandi questioni apparentemente lontane e invece vicinissime.

Almeno 4 punti.

  1. Innanzitutto l’astensione: sopra il 50%, barriera statistica psicologica superata (sono più quelli che non votano di quelli che votano) ed è facile immaginare che d’ora in poi sarà tutto un precipitare: altri due passaggi elettorali (a parte le amministrative) e voterà non più del 25%. Questioni implicite: per molti ormai il non-voto non è un disinteresse ma, al contrario, è un opzione politica in construens. Non-voto come voto “contro”… la vera alternativa, soprattutto nell’elettorato di quella che si chiamava sinistra. Conseguente effetto: cosa diavolo è ora la cosiddetta democrazia rappresentativa, cosa ne è rimasto? Quindi si apre esplicitamente quello che si sapeva già: il populismo non è che vinca nell’idea dell’elettorato, semplicemente sostituisce un modello che si sta ossificando, e questo è anche un segnale forte rispetto alla tanta democrazia occidentale da esportare e in guerra con il totalitarismo di Putin. Queste vecchie categorie sono assenti dalle motivazioni di chi vota.

  2. Macron e la guerra. Il voto su Macron (consensi dimezzati ed elezioni anticipate) esprime con chiarezza quella che è l’agenda per l’opinione pubblica francese ed europea: la paura per la guerra (e si tratta di guerra nucleare) e l’ansia per le risorse economiche spostate per migliaia di miliardi sulle armi. E Macron evocando soldati francesi in Ucraina, guerra tutto campo , fondendo Ue con Nato ha espresso plasticamente non solo la paura ma anche il non senso della politica. Macron è, nella sua follia incontrollata, tutto ciò che la gente teme e che si proietta su tutta Europa: la paura per MacroNato supera quella per la Russia/Putin. Una dinamica d’opinione che nei paradossi della politica rovesciata favorisce l’antagonismo di destra (vedi Le Pen) che, scavalcando una sinistra confusa, parla di pace e di chiusura del conflitto.

  3. Vittoria della destra (Meloni) e delle destre. Gli andamenti elettorali, in questa esiguità partecipativa, sono a macchia di leopardo e le motivazioni di scelta sono ambigue e contro intuitive ( vedi appunto Macron Le Pen ) e se poi vengono aggiunti i voti coincidenziali nella “giornata europea“ sono ancora meno lineari . Il voto “amministrativo” in Italia per esempio è a sinistra, in controtendenza con il trend nazionale. La vittoria delle destre, contando numeri e maggioranze, sembra univoca …ma si porta dietro, nella crisi della democrazia rappresentativa, molti enigmi a cominciare dalle motivazioni per cui si sceglie che, come nel caso della Francia, sono tutt’altro che di destra. Due sembrano gli effetti in questa crisi di sistema: la parti politiche sono uno strumento di utilitarismo sociale e non esistono più non solo ideologie storiche ma anche semplicemente “senso “ di quello che si fa se non quello di opporsi a qualcosa, a cominciare dalla guerra. Questo gioco dell’utilitarismo è stato ben capito, nella sua fluidità, dalla destra contemporanea . E molto meno dalla sinistra, ancora rigida nei sui schemi ideologici e mentali. Tra le destre più o meno vincenti c’è poi quella italiana della Meloni che vince secondo media e opinionisti vari. Ma è proprio  così ? Anche questa sembra una vittoria enigmatica. Innanzitutto con tutte le premesse del trend governativo, non superare il 30%: non è per niente una vittoria, mentre la sua antagonista Schlein guadagna punti ed è ormai a 4 punti. E nonostante l’ambaradan comunicazionale (“Vota Giorgia”) Fdi conferma il trend rilevato negli ultimi mesi, di un costante calo. Perché il punto che i media fan finta di non vedere, è la relazione fra la “forza” della Meloni e l’andamento della partecipazione al voto. Qual’e il peso della Meloni nell’elettorato/opinione pubblica reale, quello che si è espressa? Il 29% vale la metà, cioè il 14.5%. Che in numeri vuol dire circa 6 milioni di individui. E questi sono i numeri di sempre della destra, il cui successo è storicamente favorito (oltre che politicamente da Draghi che ci portò alle elezioni anticipate che favorirono la Meloni in totale assenza di una sinistra) dal crescere delle astensioni che hanno falsato il valore di quel successo. La Meloni in questo quadro di relatività non è stata mai egemone, di fatto non è mai cresciuta, e da un po’ è in regressione, e queste ultime elezioni lo dimostrano. E pongono il problema di come i media e i poteri attigui hanno alimentato questa falsità della Meloni vittoriosa. A chi risponde in termini di utilità questa favola falsa? A Draghi e agli americani? Mah …sono un’altro pezzo dell’enigma.

  4. Altra questione che indirettamente emerge – più che enigma questa è una certezza -: che queste elezioni sanciscono la totale mancanza di leader e di leadership. Se li mettiamo tutti insieme, anche quelli a sinistra, il quadro è quello di una grande debolezza, di un’assenza, e questo vale anche per la destra cosiddetta vincente. La nemesi di Macron sintetizza bene il tutto: a Occidente, Europa compresa, i leader non ci sono e questo spiega anche…il crollo della partecipazione al voto. I leader sono dall’altra parte, il cattivo Putin, Xi, Lula e in sostanza il mondo Brics che si sta preparando (65% della popolazione planetaria), al vero grande conflitto, preconizzato, in tempi pacifici, da Putin e Xi, quello dell’Oriente che riequilibra l’Occidente.

Qualcuno ne ha parlato in queste europee all’ombra della guerra . Un silenzio eloquente di ciò che conta e si fa finta di non vedere. L’Europa dov’è, mentre si muove un pianeta? Qualcuno (e questa è l’ultima questione) invece lo vede e ne parla; non nei talk show e nei giornali, ma nei suoi luoghi, che sono sopratutto le università. Sono i giovani, anzi i giovanissimi da primo voto (18 anni) fino ai 24 anni. Interessante esperimento dentro le europee: è stata data a questi giovanissimi “fuori sede“ cioè che studiano lontano da casa, la possibilità di votare. E loro sono andati di corsa a votare (nessuna astensione) e hanno votato più o meno così; 47% per l’alleanza che ha portato la Salis ad essere eletta, poi il Pd, poi frammenti di sinistra varia, e in fondo in fondo Fdl e la Meloni, che hanno preso il 3%… appunto il partito destra-dominante.

Segnale piccolo… ma i segnali deboli e laterali sono quelli che più ci servono a interpretare futuri possibili. Già: nell’enigma delle elezioni europee ci sono quelli che sembravano i più estranei, i giovani. Che nel deserto dei tartari pensano, criticano e si formano come nuova coscienza politica. E scoprono valori e anche ideologie, e sono tanti e sono dappertutto, e sono di “sinistra “estrema e oppositiva. La soluzione dell’enigma?