Il Presidente Sergio Mattarella con la Signora Maia Sandu, Presidente della Repubblica di Moldova

Non c’è solo l’Ucraina che da quattro mesi combatte con coraggio e determinazione che nessuna diplomazia occidentale si sarebbe mai aspettata contro l’invasore russo.

Un po’ più a ovest, a un centinaio di chilometri c’è un altro Paese – piccolo, piccolissimo, tre milioni e mezzo di abitanti e nessun approdo al mare (Nero) – che cerca di liberarsi dalla morsa dello stesso potente vicino (ancora la Russia di Putin) e dal ricatto energetico di Gazprom (che gli fattura pure la fornitura di gas alla confinante Transnistria, filorussa, come si spiegherà più avanti) e che aspira, desidera, sogna di aderire all’Unione europea.

L’anti-putinismo dopo Kiev passa da Chisinau

Insomma, Chisinau (così si chiama la capitale moldava) è sulle stesse orme di Kiev dove, giovedì 16 giugno, dopo un viaggio in treno di dieci ore dalla vicina Polonia, si sono presentati i tre leader dell’Unione, il nostro Mario Draghi, il sempre incerto e ondivago Scholz cancelliere tedesco e il giovane presidente francese, Emmanuel Macron, portatori di un messaggio di incoraggiamento, di solidarietà, di vicinanza politica e strategica dell’Ue (mentre i cannoni russi devastano i villaggi e le cittadine del Donbass).

Solo che il tempo stringe e c’è sempre meno spazio per i temporeggiamenti, gli arabeschi diplomatici, lo stare a vedere quel che succede sul campo. Il presidente ucraino Zelensky lo ha ripetuto mille volte, e perfino con fastidio, ai leader europei: mandateci le armi che ci servono per respingere l’invasore e fateci posto a Bruxelles e così vediamo se si riesce, tutti insieme, a mettere in crisi il nuovo Pietro il Grande del Cremlino (è stato lo stesso Putin a osare il paragone durante un incontro con una delegazione di piccoli imprenditori russi come ho ricordato nel mio ultimo blog).

L’appello di Maia Sandu, presidente della Moldavia

Ora tocca alla giovane (e tostissima: primo atto della sua carriera politica fu la richiesta di allontanare il governatore della banca centrale moldava sospettato di corruzione) presidente della Moldavia, Maia Sandu, economista, studi ad Harvard ed esperienza alla Banca Mondiale di Washington. Tocca a lei smuovere le tante, troppe, incertezze dei leader europei. Maia ha usato parole chiare e dirette con il suo “coetaneo” presidente francese (sono entrambi quarantenni e in qualche modo neofiti della politica: Macron al secondo mandato con il suo partito personale Lrem, La République en marche, appena rinominato Renaissance; Sandu eletta a stragrande maggioranza nel dicembre 2020 dopo un passaggio alla guida del governo).

“Caro presidente”, riferiscono le corrispondenze degli inviati dei grandi quotidiani europei a Chisinau, piccola capitale (600mila abitanti) della Moldavia “siamo l’unico paese europeo a dipendere totalmente da Mosca per i nostri fabbisogni energetici. Non possiamo resistere a lungo se Bruxelles non ci dà una mano e se non ci accogliete nell’Unione. Faremo tutte le riforme in senso liberale e democratico che ci chiedete, ma per favore non perdete tempo, ne va della nostra sopravvivenza”.

Gas russo-dipendenza, la malattia moldava

La situazione è, in effetti, allarmante: da quando Mosca ha realizzato che gli occhi e le speranze della Moldavia erano rivolti all’Europa e all’Occidente (“Vogliono farne la seconda Ucraina” ha minacciato il ministro degli esteri russo, Lavrov) è scattata la tagliola energetica. Sul punto anche Berlino ne sa qualcosa quando, a inizio settimana, s’è accorta che le forniture di gas dalla Russia si erano ridotte del 40% (ufficialmente per ragioni tecniche).

La Moldavia, invece, s’è vista recapitare da Gazprom, suo unico fornitore, fatture con importi quattro-cinque volte superiori nelle ultime settimane. E ha dovuto pagare perché il paese non può fare a meno del gas russo e non dispone neanche di una centrale elettrica (l’unica è in Transnistria, microstato fantoccio sotto il controllo anche militare di Mosca, alimentata anch’essa con il gas russo pagato – ecco il paradosso, ma questo dicono i contratti con Gazprom – dal governo moldavo).

La soluzione sarebbe un “distacco” dalla centrale elettrica della Transnistria, costruita sulle rive di un lago al confine con l’Ucraina (un lago, ci informano i giornalisti al seguito della triade Draghi-Scholz-Macron, dove gli abitanti di Chisinau vanno a trascorre i week end) e il collegamento con la rete elettrica europeaattraverso il “reseau” della Romania.

Povertà e anche corruzione, i mali del Paese

Possibile? Dal punto di vista economico non sarebbe conveniente (l’elettricità prodotta dalla Romania è molto più cara di quella della Transnistria), ma dal punto di vista politico – il distacco dal fornitore russo – sarebbe una grande vittoria per la giovane presidente Maia Sandu eletta (a stragrande maggioranza, con il 57% dei suffragi) sull’onda di un forte desiderio popolare di voltare pagina, come si dice, e di uscire dalla povertà.

Perché la Moldavia è uno dei paesi più poveri d’Europa (l’agricoltura rappresenta il 45% del pil) e tra i più corrotti (come l’Ucraina, va detto con onestà). Pensate che il predecessore di Maia Sandu, Igor Dodon, filorusso e antieuropeo (quando fu eletto nel 2016 fece rimuovere la bandiera dell’Ue da tutti gli edifici pubblici, bandiere che oggi sono tornate a sventolare accanto al tricolore blu-giallo-rosso moldavo) è stato arrestato per corruzione e “finanziamento a organizzazioni criminali”.

C’è il Cremlino dietro gli oppositori di Sandu

Insomma, una storia alla Gomorra. E con un seguito alla Gomorra. Perché dopo il suo arresto centinaia di persone, a Chisinau, sono scese in piazza chiedendone la liberazione e inveendo contro la giovane presidente Sandu.

“La lotta contro la corruzione” spiega all’autore di questo blog Teodora Drucec, responsabile della Ong Moldova for Peace (organizzazione che sta gestendo più di 10mila immigrati dall’Ucraina) “è un affare politico complicatissimo e anche molto rischioso. Quelli che sono scesi in piazza a favore di un politico super-corrotto come Igor Dodon erano stati sobillati e fors’anche pagati da quegli oligarchi moldavi nemici della presidente e sostenuti dal Cremlino che non sopporta, si capisce, la politica filooccidentale della nuova presidente. Farebbero di tutto per farla cadere e instaurare una nuova dirigenza filorussa” (che era poi il progetto iniziale di Putin in Ucraina: arrivare con i carri armati a Kiev e defenestrare il presidente Zelensky).

Obiettivo: riformare la giustizia per entrare nell’UE

Per nulla impaurita, la presidente Sandu (che, detto fra parentesi, ha uno stipendio mensile di appena 900 euro e il suo primo ministro, Natalia Gravilita, un’altra donna, di 850 euro e questo spiega in parte il livello di corruzione nella pubblica amministrazione) ha lanciato un progetto di riforma del sistema giudiziario e dei tribunali sul modello dei sistemi giurisdizionali europei. Garantista e liberale. “Vaste programme” ironizza il rappresentante locale dell’Ocse, Claus Neukirch, dal suo ufficio di Chisinau. E aggiunge, con la medesima ironia: “L’Albania è alle prese con una riforma della giustizia dal lontano 2017 e ancora non si vede la fine…E poi anche voi in Italia da quanto tempo parlate di cambiare la giustizia senza riuscirci?”.

In ogni caso la riforma della giustizia e, contemporaneamente, tutti i cantieri per la modernizzazione dello Stato sono il passaggio obbligato per portare la Moldavia dentro il perimetro dell’Unione europeaprima che lo zar Putin – sulle orme di Pietro il Grande, come s’è detto – non decida di annetterla alla Federazione russa come sognava (e sogna) di fare con l’Ucraina. “Per questo abbiamo bisogno di un gesto forte e di un segnale significativo da parte di Bruxelles” dice ai giornalisti occidentali Iulian Groza direttore di Ipre IPRE – Institutul pentru Politici și Reforme Europene, un think tank pro-Europa fondato a Chisinau nel 2015 negli anni del “disgelo” dell’ex impero sovietico.

Macron: la Moldavia ha il diritto di entrare in Europa

Ma ancora una volta è il fattore tempo a fare la differenza. La Moldavia non può più aspettare, ha ricordato Sandu al suo collega francese Macron arrivato qui a 24 anni di distanza dal suo predecessore Jacques Chirac (entrambi accompagnati dallo stesso diplomatico, Catherine Colonna, oggi ministra degli esteri con Macron) che visitò la Moldavia nel lontano 1998. Altri tempi e altri contesti: la desovietizzazione delle ex province dell’impero moscovita era ancora in corso.

Ma stavolta Macron, che fino a qualche settimana fa sembrava propendere, cinicamente come ho scritto nel mio ultimo blog, per le ragioni di Putin (“Non bisogna umiliare Mosca” era il refrain dei suoi discorsi), ha avuto orecchie attente alle ragioni dei moldavi. E, sotto gli occhi dei suoi colleghi Draghi e Scholz, prima di risalire sul treno che li ha riportati in Polonia, ha dichiarato: “On ne doit pas dissocier la Moldavie de l’Ukraine”. Anche la Moldavia ha il diritto di entrare in Europa, come l’Ucraina.

Vedremo se funzionerà, se Kiev e Chisinau potranno uscire dalla morsa di Putin che resterà da solo a manovrare i rubinetti del gas. Lo vedremo al prossimo consiglio europeo del 27 giugno.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.