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Giorgia Meloni

Da settimane, ben prima del week-end referendario, tutti gli osservatori politici riflettevano sui 221 nomi che il governo doveva individuare per coprire le altrettante poltrone pubbliche destinate a scadere in primavera. In particolare, 112 posti di consigliere in 79 società. Un bel rebus, di più: un cubo di Rubik.
Ma l’esito referendario, imprevedibilmente grave per la stabilità politica del governo – se non per la sua stessa durata – ha rimescolato le carte, perché ha indotto la premier a scoprire altre tre caselle cruciali: quella del Ministero del Turismo, che ha avocato a sé per rinviare il serio problema del rimpiazzo della “dimissionata” Daniela Santanchè; quella del sottosegretariato di Stato alla Giustizia, reso scoperto dal “dimissionato” Andrea Delmastro; e anche quella, meno cruciale, dell’ex capo di gabinetto del ministro Nordio, Gisi Bartolozzi.
Tre poltrone che scottano e pesano sull’aura di infallibilità che la premier aveva fino alla vigilia del voto referendario. Sono tre sconfessioni a posteriori di altrettanti personaggi individuati – o almeno accettati, e poi difesi – dalla premier, incardinati in posizioni cruciali e poi smentiti. Che Giorgia Meloni abbia perso il suo tocco magico?
Più che mai necessario, si direbbe indispensabile, è quindi che questa tornata di nomine risulti, al giudizio di tutte le persone equilibrate e non spudoratamente faziose, “a prova di qualità”. Musica per le orecchie di alcuni, rumori di catene e sinistri cigolii per le orecchie di altri. E dunque il totonomine, tipico delle settimane di vigilia, si tinge di giallo. Vediamo di capirci qualcosa.
Cominciamo dagli intoccabili: vox populi definisce tali Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo, rispettivamente a capo di Eni ed Enel come amministratori delegati. Il primo è passato indenne, come una salamandra, in mezzo a molte imboscate ed è sicuramente tra i manager del petrolio (e del gas) più apprezzati in quella che è una ristrettissima cerchia globale. È apolitico come “estrazione”, ma molto stimato dalla premier.
Cattaneo, che apolitico non è – ha intrapreso la carriera di manager pubblico come consigliere della milanese AEM (oggi A2A), in quota An-La RussaPaolo Berlusconi – ha però saputo guadagnarsi sul campo i galloni dell’indipendente. Soprattutto perché, durante la sua direzione della Rai, dov’era stato insediato dal governo Berlusconi, riuscì nel miracolo di superare per audience, con le sue tre reti televisive pubbliche, le tre concorrenti private di Mediaset: con quanta soddisfazione del suo designatore Berlusconi è facile immaginarlo.
Meno intoccabile Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo: bravo è bravo, ma è più scienziato che top manager; apolitico è apolitico, ma più vicino all’area draghiana che sensibile alle lusinghe dei “fratelli” e delle “sorelle”.
Decisamente precaria, ma difesa proprio da questa precarietà, l’a.d. di Terna, Giuseppina Di Foggia: brava manager catapultata in un’azienda più grande di lei, ma comunque firmataria di tre buoni bilanci. “Punirla” per il semplice fatto di essersi confermata com’era, ossia diligente ma sovradimensionata, significherebbe sconfessare più che altro la sua sponsor, Arianna Meloni.
Intoccabili i vertici operativi di Poste, peraltro impegnati nella digestione di Tim; in turbolenza il vertice di Montepaschi, dove il presidente Nicola Maione non si discute, ma l’ex a.d. Lovaglio è in uscita: potrebbe sostituirlo (nel caso, senza dubbio con capacità) l’attuale a.d. di Acea, Fabrizio Palermo, gradito a Caltagirone ma non per questo “caltagironista”, che lascerebbe scoperta una poltrona appetitosa nella Capitale. E c’è chi dice che si apra anche la posizione al vertice operativo di Enav, perché l’attuale a.d. Pasqualino Monti è papabile per promozioni in posizioni esterne migliori.
E vediamo appunto ai “promuovibili”. Monti potrebbe andare a Terna, se il ragionamento sull’inamovibilità per difetto della Di Foggia sfumasse. Al vertice dell’Eni Zafarana appare precario e in pole per la presidenza sembrerebbe Andrea De Gennaro, generale delle Fiamme Gialle.
Paolo Scaroni sta facendo di tutto per ottenere un secondo mandato come presidente Enel, presidente “di campanello” perché con Cattaneo non tocca palla, ma pur sempre numero uno: si vedrà se i vecchi meriti di vicinanza al centrodestra di governo lo tuteleranno, nonostante i quasi 80 anni, o se prevarrà un outsider come Luca Dal Fabbro, oggi capo di Iren.
Fin qui, come si vede, i ragionamenti partono dal “merito” dei nomi in ballo. Ma il bello è che questo approccio sembra – e speriamo che la sensazione sia autentica – ispirato da criteri meritocratici anche per le altre personalità papabili di crescita.
Come Pierroberto Folgiero, oggi a.d. di Fincantieri, con grandi risultati, considerato idoneo a sostituire Cingolani a Leonardo. Per la cui presidenza si parla di personaggi più esperti (rispetto all’attuale Stefano Pontecorvo) di diplomazia e mediazione, come Elisabetta Belloni, che dopo una carriera prestigiosissima alla Farnesina è stata addirittura citata come candidata idonea al Quirinale; o di Stefano Cuzzilla, oggi presidente di Trenitalia, un dirigente d’industria che in quindici anni di associazionismo tra Federmanager, Fasi ed oggi Cida ha dimostrato di unire doti gestionali a sensibilità politica, equilibrio caratteriale e capacità di mediazione non comuni, oltre a una formazione tecnica indiscutibile.
Nebbia fitta sulla presidenza Consob, vacante dopo la scadenza di Paolo Savona: ideale come profilo quello dell’attuale sottosegretario al Mef Federico Freni, ma sarebbe un passaggio diretto dalla politica a un’authority, esteticamente non gradito a tutti. Scade anche il poco visibile Rustichelli, dal vertice dell’Antitrust. Ma entrambe queste ultime nomine sono profondamente connesse al rallentare della trottola politica, oggi baricentrata sul rimpasto governativo.

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