Dopo il gas il litio. Mancherà anche il litio componente essenziale per produrre le batterie destinate alle auto elettriche che l’Europa, forse in un eccesso di ottimismo ma anche per una certa leggerezza nella governance industriale, ha deciso di produrre a partire dal 2035 abbandonando per sempre i propulsori termici.

Per ogni batteria ci vorranno almeno dieci chili di idrossido di litio e già oggi l’Europa non sa dove trovarli. Ne produce appena 23mila tonnellate ma dovrebbe arrivare ad almeno 300mila entro il 2030 secondo uno studio dell’Università di Lovanio commissionato dall’associazione europea dell’industria metallurgica.

«L’Europa non ha riflettuto seriamente su come produrre le batterie per l’auto elettrica» si lamenta con il Globalista un alto dirigente di Stellantis, il colosso automobilistico che ha messo insieme Peugeot e Fiat e che ora sta cercando di trovare una qualche soluzione alleandosi con l’australiana Vulcan Energy che ha avuto l’idea di estrarre l’idrossido di litio da certe fonti geotermali lungo il corso del fiume Reno (il piano prevede di estrarne 50mila tonnellate entro il 2027).

Non è l’unico progetto. Secondo lo stesso direttore commerciale di Vulcan Energy France, Vincent Ledoux Pedailles, ormai in tutta Europa è scoppiata la febbre dell’“oro bianco” – così viene ormai chiamato il litio – con una ventina di progetti per l’apertura di miniere o la costruzione di raffinerie.

Il più avanzato è in Finlanda dove la società Keliber, appena acquistata dal gigante sudafricano Sibanye-Stillwater, leader nell’estrazione di oro palladio e altri metalli rari, ha avuto l’autorizzazione a costruire un impianto chimico per la produzione di idrossido di litio partendo dallo sfruttamento di un giacimento di piccole dimensioni a 600 km a nord di Helsinki. Keliber ha fatto sapere che comincerà a produrre (ma non dice quanto) a partire dal 2024.

Segue la repubblica ceca dove la European Metals Holding (anglo-australiana) pensa di sfruttare vecchie miniere di stagno a Cinovec, a nord di Praga. Identico progetto dell’inglese Zinnwald Lithium al confine con la Germania. Mentre l’australiana European Lithium ha cominciato a lavorare sulle miniere di Wolfsberg, a 270 km da Vienna.

Ancora: in Francia il colosso metallurgico Imerys, più di un secolo di storia e quotazione alla Borsa di Parigi, sta riflettendo sulla possibilità di estrarre il litio da un giacimento di Beauvoir nel dipartimento dell’Allier, regione dell’Alvernia, mentre un altro colosso australiano, Infinity Lithium, si sta impegnando nella stessa direzione partendo da alcune miniere a San José in Estremadura, Spagna, e la britannica Savannah Ressources sta facendo lo stesso a Barroso, Portogallo.

Miniere ma anche raffinerie e impianti. Il fabbricante di batterie svedese Northvolt insieme con la portoghese Galp prevede di costruire in Portogallo una fabbrica di batterie al litio per almeno 700mila auto elettriche entro il 2026, e la canadese Rock Tech ha deciso di aprire un’altra fabbrica nel land tedesco del Brandeburgo al confine con la Polonia seguendo in qualche modo il progetto della francese Viridian Lithium che aprirà a Lauterbourg nella regione del Basso Reno.

Insomma, è la corsa all’oro bianco. Anche se l’Europa non ha, al momento, nessun sito di estrazione di litio di qualità, cioè adatto alla produzione di batterie (l’unico esistente in Portogallo serve all’industria della ceramica e del vetro), ed è quindi assolutamente dipendente dai quattro paesi produttori, Cina, Australia, Cile e Argentina, che controllano il 90% delle miniere e delle raffinerie di litio: un tasso di dipendenza doppia rispetto al petrolio (Stati Uniti, Arabia saudita e Russia controllano il 40% del mercato mondiale) e al gas (Russia, Stati Uniti e Iran fanno il 50% dell’offerta).

In una parola, dipendenza assoluta. Al punto che in una riunione della Commissione europea a metà settembre, la presidente Ursula Von der Layen, ha annunciato la costituzione di un fondo per la gestione di riserve strategiche perché litio e altre terre rare – così ha detto – saranno in futuro più importanti di gas e petrolio.

Ed è ancora per questa ragione che, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu del 22 settembre, gli Stati Uniti hanno lanciato l’idea di una partnership di solidarietà (Msp, Mutual security partnership) per mettere, appunto, in sicurezza le fonti dei metalli rari, litio e non solo. Di questa intesa, che ha l’obiettivo di proteggere le filiere industriali, dovrebbero far parte Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone ma anche Argentina Mongolia e Repubblica democratica del Congo.

Per dirla con le parole di Philippe Varin, ex presidente di France Industrie ed ex top manager di Peugeot (fu lui a portare i cinesi di Dongfeng nella holding della casa automobilistica) che ha appena consegnato all’Eliseo un “Rapport sur la sécurisation de l’approvisionnement de l’industrie en matières premières minérales pour la transition écologique”, è venuto il momento di sviluppare una vera e propria “diplomazia dei metalli”. Proprio per evitare quel che sta accadendo con il gas.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.