Storcere il naso e alzare il sopracciglio è inutile: arrendiamoci, “opera d’arte Nft” non è un ossimoro. È una vera opera d’arte certificata in quanto autentica e unica, ma esistente solo in formato digitale. Ce l’ha insegnato il 2021 a colpi di vendite milionarie: a partire dalla gif animata Some Asshole di XCopy (che paradossalmente è anche un comando utilizzato per copiare più file da una directory all’altra o sulla rete) venduta sulla piattaforma SuperRare per 3,8 milioni di dollari (3,36 milioni di euro) per arrivare all’Everyday-The First 5000 Days di Beeple (al secolo Mike Winkelmann), il collage di 21.069 x 21.069 pixel delle sue prime cinquemila opere giornaliere battuto da Christie’s a 69 milioni di dollari (61 milioni di euro), la più costosa opera d’arte Nft di sempre. E se Christie’s, Sotheby’s, Phillips, ma anche eBay (che ha aperto una piattaforma per vendere Nft) e i fratelli Winklevoss (quelli che hanno fatto causa a Zuckerberg per furto di proprietà intellettuale), che si sono comprati la piattaforma di aste online Nifty Gatway (quella su cui è passato di mano per 6,6 milioni di dollari, 5,84 milioni di euro, Crossroads di Beeple) non storcono il naso di fronte all’arte digitale, chi siamo noi per permetterci di farlo?

C’è pure il made in Italy

«Dagli inizi del 2021 assistiamo, sulle varie piattaforme, a una media di 60 mila vendite di Nft a settimana per un controvalore medio di 250 mila dollari» spiegano Achille Minerva e Marco Capria, i fondatori di ItaliaNft, la prima piattaforma italiana di vendita di Nft che al suo debutto, il 16 dicembre, ha totalizzato 243.616,73 euro grazie all’opera fotografica di Marco Schifano “Le Spose di Max” (fissata a 13.275 euro e battuta a 35.435,16 euro), a “Il volto degli altri”, opera realizzata da Marco Lodola nel 1998 come cover art per l’album degli 883 (il drop partiva da 17.700 euro e ha raggiunto 84.158,51 euro) e a “Passione” di Different Class, omaggio ai maestri dell’arte orafa rappresentati da una rosa tricolore d’oro bianco e rosa, partito da una base di 44.250 euro e arrivato a superare i 124 mila euro (grazie anche alla consegna fisica del gioiello al vincitore dell’asta, va detto). «Sulla rete ci sono più di 49,000 wallets (portafogli) di utenti unici che comprano e vendono questi nuovi asset».

Di fatto, dei 26,9 miliardi di dollari (quasi 24 miliardi di euro) di transazioni generate nel 2021 dal mercato degli Nft (la maggior parte sulla blockchain di Ethereum), l’80%, secondo Chainalysis, non supera la soglia psicologica dei 10mila dollari (8.840 euro al cambio attuale), anche se costituisce appena l’11 del volume totale, segno che investitori istituzionali e ricchi collezionisti non snobbano certo  il genere, anzi: lo scorso anno i deal tra i 10 e i 100mila dollari hanno rappresentato il 63% dei volumi e quelli oltre i 100mila euro il 26% del valore complessivo delle transazioni.

«Come ogni attività imprenditoriale degna di questo nome», Achille Minerva, «siamo partiti da un assunzione teorica: secondo noi il mercato degli Nft, che ormai contiene più di 40 siti sparsi tra Usa Europa e Asia, è pronto a contemplare nel suo panorama una piattaforma che abbia come matrice fondamentale l’italianità e il made in Italy inteso sia come espressione delle nostre eccellenze che come qualità assoluta e cura dei particolari».

«Vogliamo diventare i primi ad offrire una soluzione one stop shop per il creatore del digital content», aggiunge Meco Capria: «Ci occupiamo degli aspetti legali, fiscali, produciamo una intensa campagna marketing e assistiamo l’artista sia prima che durante il drop». L’obiettivo è quello di diventare un punto di riferimento del made in Italy in campo Nft. Un’ambizione più che lecita, specie a giudicare dalla quotazione stellare raggiunta da OpenSea, la piattaforma leader per i token non fungibili (ogni mese macina l’equivalente di 2 miliardi di euro in transazioni) che a luglio 2021 valeva 1,5 miliardi di dollari e ora ne vale già dieci.

Il ricco business degli avatar

Dalle figurine agli Nft il passo è breve. E in un mondo – quello dei social, dei videogiochi, dei metaversi – in cui ci si presenta come avatar, la creatività rende bene. Il mercato più promettente – fatta eccezione per i nerd di tutte le età – è quello dei nativi digitali, che (almeno per il momento) non hanno grandi budget da investire, ma non per questo rinunciano ad acquisti in-app che vanno delle skin (che poi non sono altro che costumi) di Fortnite alle sneaker digitali da indossa nel metaverso. Secondo Bain & Company, entro il 2025 il 45% dei beni di lusso sarà comprato da Millennials e Generazione Z, utenti che conoscono e già posseggono Nft nei loro wallets.

Non per niente il 13 dicembre scorso Nike ha annunciato di aver acquisito Rtfkt Studios, che a marzo, in sei minuti, aveva totalizzato 3,1 milioni di dollari vendendo 621 paia di scarpe (quasi 5 mila dollari al paio) realizzate dal 18enne Fewocious. Virtuali, chiaramente. Tutto cominciò nel 2017 con CryptoPunks, una collezione di 10mila “punks” unici, figurine di 24×24 pixel generate da un algoritmo rilasciati nel 2017 da Larva Labs gratuitamente. Ogni punk  è un mix di accessori, o meglio, “attributi”, la cui rarità incide sul valore, proprio come le figurine: orecchini, barba, rossetto, cresta e persino visore di virtual reality. Oggi valgono almeno 66 Ethereum (circa 250 mila euro) ciascuno e nel 2021 lo scambio delle figurine dei punk digitali è valso qualcosa come 3 miliardi di dollari. Ad agosto dello scorso anno persino Visa ne ha acquitato uno, il #7610, per 150 mila dollari, o meglio, 49.5 Ethereum, raffigurante una punk con cresta, trucco e rossetto scarlatto, caratteristica che condivide con solo altri 696 punk digitali, mentre a giugno Sotheby’s ha battuto il #7523 per 11,8 milioni dollari (e poi ha aperto la sua galleria, replica di quella londinese in New Bond Street in London, nel metaverso Decentraland).

A contendere il primato ai CryptoPunk è il club delle scimmie annoiate, più precisamente il Bored Ape Yacht Club (Bayc), un’altra collezione di 10mila Nft raffiguranti scimmie assortite realizzati mixando caratteristiche diverse tra colore di sfondo, occhi, orecchini, pelo, copricapo, bocca. Furono vendute ad aprile 2021 a 200 dollari l’una (fruttando la rispettabile somma di due milioni di dollari ai quattro creatori, che si celano sotto gli pseudonimi di Gargamel, Gordon Goner, Emperor Tomato Ketchup e No Sass) e oggi valgono non meno di 210 mila dollari ciascuna. La collezione ha mosso circa un miliardo di dollari facendo passare di mano le immagini delle scimmie annoiate, inclusa la #8817 battuta da Sotheby’s a ottobre per 4,3 milioni di dollari, dal manto dorato (presente solo nello 0,05% degli Nft della collezione), la #8774 acquistata nelle scorse settimane da Adidas per 46 ether (156 mila dollari) e ribattezzata Indigo Herz, quella apparsa sulla prima copertina digitale Nft di rolling Stone e le quattro acquistate da Universal Music per dare vita a Kingship, la prima band musicale composta da Nft.

Ma ci sono anche i Cool Cats Nft e i Lazy Lions, i Cyber Kongz (che in due settimane hanno generato quasi 31 milioni di dollari grazie a più di 2.800 acquirenti) e i Pudgy Penguins (97,6 milioni di dollari in cinque settimane, una delle collezioni più scambiate ad agosto 2021),  0N1 Force (115,3 milioni di dollari nei primi sette giorni di esistenza) e Generativemasks (oltre 10,7 milioni di dollari di volume di vendite totale dal lancio).

Se state pensando anche voi di lanciare la vostra raccolta di Nft, è più comprensibile. Due nostri connazionali in meno di un mese hanno raccolto 18 milioni di dollari: il giovane artista Gianpiero D’Alessandro e il manager Pasquale D’Avino. Hanno fondato InBetweeners e piazzato  una collezione di 10.777 “bad ted” Nft su Opensea, orsacchiotti con varie caratteristiche mixate tra loro. Oltre all’incasso di 18 milioni di dollari, c’è un volume trade (ovvero il volume d’affari che si origina dalla rivendita delle opere di D’Alessandro) di 24 milioni di dollari e un floor price di 0.80 Ethereum, ovvero, il prezzo medio di ogni orsetto pari a 3.000 dollari l’uno. Numeri che portano il valore del  business a più di 30 milioni di dollari: «Il prezzo più elevato pagato fino ad oggi per uno dei nostri Nft è stato di 120 mila dollari. Guardando alle stime, puntiamo a toccare quota 150 milioni entro la fine di quest’anno», sottolinea D’Avino. Il trucco, al di là del talento? Strizzare l’occhio alle celebrity: da Tom Holland, l’attore che interpreta Spiderman, che ha condiviso sui social la versione “uomo ragno”, a lui dedicata, a J. Balvin, cantante in cima alle classifiche di Spotify, fino a  Justin Bieber, coi suoi 215 milioni di follower su Instagram.

Attenzione agli (im)previsti

«Più di ogni altra cosa, le Nft si basano sulla crescita della comunità e del passaparola: guarda praticamente qualsiasi progetto Nft di successo e probabilmente troverai server Discord e thread di Twitter pieni di appassionati che promuovono il progetto», avvertono da Chainalysis, società di consulenza che segue da vicino il mondo della blockchain e delle cryptovalute e fornisce a privati e istituzioni soluzioni per contro il riciclaggio. «È tutto architettato. I creatori di Nft di solito iniziano a promuovere i nuovi progetti molto prima del rilascio delle prime risorse, raccogliendo un nucleo di seguaci che aiutano a promuovere il progetto fin dall’inizio. Poi li premiano aggiungendoli a una “whitelist”, permettendo loro di acquistare nuovi Nft a un prezzo molto più basso degli altri utenti durante gli eventi di conio». La whitelist non è solo una ricompensa nominale: si traduce in risultati di investimento decisamente migliori. «I dati di OpenSea mostrano che gli utenti che fanno parte della whitelist e poi vendono i loro Nft appena coniati ottengono un profitto il 75,7% delle volte, contro solo il 20,8% degli utenti che lo fanno senza essere inseriti nella whitelist. Non solo, ma i dati suggeriscono che è quasi impossibile ottenere rendimenti eccezionali sugli acquisti di conio senza essere inseriti nella whitelist». Secondo Chainalysis, il 78% delle vendite da parte di acquirenti non inseriti nella whitelist si traduce in una perdita sulla rivendita, con il 59% che risulta in una perdita pari o inferiore a di 0,5 volte il loro investimento iniziale. Specularmente, il 51% delle vendite da parte di membri della whitelist genera un profitto che si traduce, nel peggiore dei casi, in un raddoppio dell’investimento iniziale. «I dati sono chiari: il whitelisting fornisce una significativa ricompensa finanziaria per coloro che giocano un ruolo nel successo di un progetto Nft, alimentando i primi sforzi di crescita della comunità. Ma se non sei sulla whitelist è significativamente più difficile ottenere un profitto dopo aver comprato un Nft appena coniato». Questi numeri, però non tengono conto degli Nft che sono stati coniati, comprati e mai rivenduti: «È possibile che alcuni di questi Nft vengano venduti e alla fine realizzino un profitto in futuro, il che significa che quel 28,5% di Nft coniati e poi venduti con profitto, nel tempo potrebbe aumentare».

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