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Macché ‘sporchi e cattivi’...

25 Novembre 2021

Federico Pirro
Macché ‘sporchi e cattivi’...

Una relazione lucidissima quella del Presidente della Federacciai Alessandro Banzato, all’Assemblea annuale svoltasi a Milano il 6 ottobre, nell’ambito della rassegna Made in Steel, cui hanno partecipato anche il Ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi che vi ha tratto le applaudite conclusioni. Lucidissima perché ha evidenziato ancora una volta, ove pure ve ne fosse stato bisogno, il ruolo strategico della siderurgia per l’economia italiana, ne ha sottolineato, pur in una fase di piena espansione della produzione, le minacce che incombono sul comparto, ponendo così con forza sul tappeto la necessità per il nostro Governo di affrontarne alcune problematiche a livello di Unione Europea, mentre sul piano nazionale si auspica quanto prima lo scioglimento dei nodi impiantistici ed occupazionali del sito di Taranto - che resta la maggiore acciaieria a ciclo integrale d’Europa, e la più grande fabbrica manifatturiera del Paese con i suoi 8.200 addetti diretti - e di quello di Piombino, ove non è ancora chiaro, come ha detto Banzato, quale sia il vero disegno industriale di Sajjan Jindal l’imprenditore indiano che vi opera. Ma all’Assemblea di Milano - come è emerso anche dalla corposa documentazione consegnata ai partecipanti in cui spiccava il pregevole Rapporto di sostenibilità 2021 della siderurgia italiana - è stato ampiamente discusso anche questo tema perché i nostri acciaieri rifiutano l’etichetta di imprenditori che continuano a lavorare in un settore considerato (a torto) ‘sporco e cattivo’ e pongono invece in luce come non solo siano stati massicci gli investimenti per mitigare l’impatto delle loro attività sugli ecosistemi di riferimento, ma riaffermano anche come la siderurgia da forno elettrico, trattandovi il rottame di ferro, rappresenti un perfetto esempio di economia circolare, oggi tanto evocata ma non sempre praticata a livello mondiale e nazionale. È dunque all’avanguardia e trainante per i suoi molteplici effetti indotti questo settore dell’industria nazionale in cui peraltro - pur nella piena autonomia decisionale di imprenditori e sindacati - si concretizza ogni giorno una feconda convergenza di interessi nella difesa e nella gestione competitiva di un patrimonio tecnologico e di una capacità produttiva che pongono il comparto al secondo posto in Europa, alle spalle solo di quello tedesco. 

Un comparto inoltre che, contrariamente a quanto si potrebbe ritenere,  vede anche nell’Italia meridionale una presenza non irrilevante di impianti: infatti, oltre all’imponente stabilimento di Taranto, operano nel Sud la Duferco Travi e profilati a Giammoro nel Messinese e le Acciaierie di Sicilia a Catania, la Laminazione sottile nel Casertano, la Sideralba nel Napoletano, le Ferriere Nord (gruppo Pittini) a Potenza, la Onaf del Gruppo Rfi a Bari, mentre in Sardegna nel settore dei minerali non ferrosi è in esercizio la Portovesme, produttrice di piombo e zinco, e si attende il ritorno in esercizio dell’Alcoa, unico produttore in Italia di alluminio primario. Altri siti di lavorazioni siderurgiche di minori dimensioni sono presenti in Puglia e in Abruzzo. Ed anche per questo, pur condividendo nella loro finalità i nuovi indirizzi in materia di transizione energetica della Commissione europea - da discutersi però ancora nel Consiglio dei Capi di Stato e di Governo della UE e nel Parlamento di Bruxelles - la Federacciai e con essa la Confindustria chiederanno maggiore gradualità e misure di politica industriale utili a non danneggiare la capacità competitiva e l’occupazione di un’industria manifatturiera che in realtà altri Paesi ci invidiano.

 

  

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