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L’acciaio resiste anche alla crisi

Gli indicatori sono tutti in crescita, ma sul comparto pesano le incognite del costo dell’energia, del green deal e del futuro di alcuni stabilimenti strategici. Intervista al presidente di Federacciai Alessandro Banzato

24 Novembre 2021

Marina Marinetti
L’acciaio resiste anche alla crisi

L’impennata dei costi dell’energia, i paletti imposti dall’Europa, la concorrenza della Cina. E poi l’ex Ilva di Taranto, ma anche gli stabilimenti di Genova Cornigliano e Novi Ligure. E l’incognita Piombino. Parlare di Reinassance, di Rinascimento, come è stato intitolato il Made in Steel di inizio ottobre a Milano, la principale Conference & Exhibition del Sud Europa dedicata alla filiera dell’acciaio, pare azzardato. E invece: «Se si considerano i primi otto mesi dell’anno in corso, la produzione italiana ha superato i 16 milioni di tonnellate ritornando sui livelli del 2018, anno particolarmente buono, e superando del 6,1% la produzione consuntivata nello stesso periodo del 2019», spiega a Economy il presidente di Federacciai Alessandro Banzato.

E quindi Reinassance.

Quello che stiamo vivendo è un ciclo espansionistico su scala europea destinato a durare per qualche anno, un trend positivo che dovrebbe rafforzarsi ulteriormente soprattutto quando si tradurranno in cantieri ed investimenti i fondi Pnrr in Italia e negli altri Paesi europei.

Ma ora comincia la corsa a ostacoli. Iniziamo con l’aumento dei costi energetici e con gli oneri di sistema. 

Le recenti impennate dei costi del gas e dell’energia elettrica potrebbero effettivamente frenare, se non compromettere, il trend positivo dell’economia italiana ed europea. Quello che crea maggiori difficoltà è comunque insito nelle dinamiche tipicamente speculative che non danno punti di riferimento certi e non consentono la programmazione che per il nostro settore è fondamentale. In Italia persistono inoltre vecchi problemi come quello degli oneri di sistema e nuove istanze come il ritardo della compensazione dei costi indiretti della CO2 sostenuti al momento dell’acquisto dell’energia. Rispetto ai nostri concorrenti europei siamo sempre in rincorsa e sul costo dell’energia continuiamo a soffrire di un gap competitivo considerevole.

E continuiamo col green deal europeo, che già sta affossando l’automotive e nel siderurgico rischia anche di generare asimmetrie competitive. 

Noi sosteniamo convinti che il Green Deal europeo vada nella giusta direzione ma accelerare troppo la sua adozione rischia di farci andare a sbattere anche perché le politiche sul clima sono realmente efficaci se vengono adottate a livello globale. Fare i primi della classe quando l’apporto europeo alle emissioni mondiali di Co2 è inferiore al 10% vuole dire generare, come dice lei, asimmetrie competitive rischiando di compromettere la struttura produttiva del vecchio continente. È invece importante che si assumano strumenti di difesa come il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), che dovrebbe garantire la parità di condizioni competitive sia in fase di importazione che per quanto riguarda le esportazioni. Infine sono necessarie politiche attive come ad esempio la creazione di un fondo per la decarbonizzazione dei settori Hard to Abate.  

Uno dei perni del cambiamento sarà il rottame. 

Le soluzioni tecniche che si stanno profilando per la decarbonizzazione dei processi a ciclo integrale prevedono un significativo spostamento della produzione verso la tecnologia a forno elettrico alimentata a rottame. È quindi evidente che uno dei perni del cambiamento sarà il rottame e questo potrebbe creare forti tensioni sul mercato soprattutto in Italia dove, essendo già i maggiori produttori europei da forno elettrico, siamo  deficitari per 5 milioni di tonnellate all’anno. Gli scenari legati alla decarbonizzazione in corso rendono pertanto sempre più evidente ed urgente l’adozione a livello europeo di misure che consentano di mantenere il rottame nel continente ed al contempo bisogna anche puntare su fonti di approvvigionamento alternative vincolando l’installazione di nuova capacità produttiva da forno elettrico a garanzie in termini di approvvigionamento di preridotto. 

In compenso c’è il Pnrr.

Per quanto ci riguarda il Pnrr interviene soprattutto sul piano della domanda andando a consolidare la ripresa agganciata verso la metà dello scorso anno. Mi riferisco in particolare al piano di investimenti sulle infrastrutture ed alle azioni in corso per sbloccare e velocizzare i cantieri. Per quanto riguarda invece la decarbonizzazione, ed in particolare l’impulso da dare alle rinnovabili ed all’idrogeno, quanto previsto dal Pnrr è invece solo un corposo antipasto. Le tensioni recenti sui costi del gas e dell’energia elettrica sono peraltro la dimostrazione che il processo di ripresa va sostenuto con vigore considerando tutti gli effetti collaterali che possono derivare dalle evoluzioni o accelerazioni in termini di Green Deal.

In assemblea ha sostenuto che come filiera siete sempre molto coesi quando le cose vanno male, mentre invece le divisioni o incomprensioni aumentano quando le cose vanno molto bene. Adesso come vanno? 

Infatti. Il mercato va bene e quindi sono aumentate le tensioni a livello di filiera anche perché l’offerta non riesce a stare dietro alla domanda. Ne abbiamo una dimostrazione attualissima proprio nel settore dei coils. Una delle ragioni dell’attuale scarsità di materiale è sicuramente legata alle note vicissitudini di Taranto che hanno comportato il crollo della produzione italiana di coils negli ultimi anni. In questo caso la soluzione è continuare a regolamentare le importazioni provenienti da Paesi extra europei e al contempo riportare al più presto Taranto su livelli produttivi adeguati.

Continuiamo con la corsa a ostacoli: per l’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, il punto di equilibrio tra sostenibilità ambientale, sociale ed economica sembra impossibile da trovare. 

Risolti i problemi di assetto proprietario per l’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, saremo finalmente arrivati ad un punto di svolta se il nuovo piano troverà un punto di equilibrio fra la sostenibilità tecnica ed economica, quella ambientale (soprattutto ritrovando una intesa con il territorio) ed infine la sostenibilità sociale (e quindi in accordo con le Organizzazioni Sindacali che rappresentano i lavoratori). Un piano industriale che confermi i consistenti impegni di miglioramento ambientale già avviati ed in alcuni casi conclusi, che gestisca il tema della graduale decarbonizzazione con un assetto produttivo ibrido e quindi affiancando alla tecnologia dell’altoforno quella della preriduzione e del forno elettrico e, infine, che pensi non solo al rilancio di Taranto ma anche a quello degli stabilimenti di Genova Cornigliano e Novi Ligure.

Poi c’è Piombino. Siete riusciti a confrontarvi con Sanjan Jindal? 

Non capiamo cosa Jindal voglia fare veramente a Piombino anche perchè in tre anni non abbiamo mai avuto l’occasione di incontrarlo e di confrontarci con lui e con i suoi collaboratori. I problemi sociali vanno rispettati ma per farlo seriamene vanno abbandonate le attività fuori mercato e indotte nuove intraprese produttive che rispondano alle esigenze reali della domanda. Se questa sarà la strada non escludo che possano farsi avanti imprenditori italiani. Del resto in queste ultime settimane la cronaca ci ha confermato che se un asset offre prospettive strategiche ha mercato e gli imprenditori italiani sono disposti a rischiare investendo cifre molto considerevoli. Mi riferisco evidentemente alla Ast di Terni per l’acquisizione della quale abbiamo visto partecipare e giocarsela fino alla fine due importanti imprenditori del nostro settore, Arvedi e Marcegaglia

In ultimo, la nuova geografica dell’acciaio: la Cina copre il 56,7% della produzione mondiale e Turchia, India, Iran stanno avanzando a grandi falcate. Riusciranno i nostri eroi (ovvero Eurofer) a difendere la siderurgia europea? 

Eurofer è costantemente impegnata nella difesa della siderurgia europea ma il ruolo fondamentale è della politica e quindi della Commissione Europea e dei Governi degli stati membri. Come ho detto prima il vecchio continente non può permettersi di forzare cambiamenti epocali senza adottare misure di accompagnamento nei confronti di settori che oggi sono competitivi. La Commissione, del resto, dovrebbe ricordarsi che l’Europa iniziò politicamente esattamente 70 anni orsono con la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca). Insomma, difendere la siderurgia dovrebbe essere per l’Europa il modo migliore per onorare la propria storia.

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