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RIPRESA, ILLUSIONE O REALTA?

Bravo Draghi, ma il trucco dov'è?

Di fronte alle lacune strutturali (e alle incorreggibili incrostazioni culturali) del Paese, anche Supermario alla fine sembra ricorrere ai “pannicelli caldi", rinviando a tempi migliori la soluzione vera dei problemi

24 Novembre 2021

Francesco Condoluci
Bravo Draghi, ma il trucco dov'è?

Bè, sì, possiamo dirlo: intorno all’Italia c’è un clima di “generale fiducia e di apprezzamento” a cui noi – campioni mondiali dello sport del risollevarsi e farsi popolo solo in mezzo alla burrasca – siamo poco avvezzi. Lo dicono (quasi) tutti ormai da settimane: esperti, imprenditori, sindacati. In tempi di unità nazionale lo ripetono come un mantra pressoché tutti i partiti (salvo correggere il tiro quando non è funzionale alle loro tesi). L’effetto-Draghi, insomma, soffia sulla nave Italia come un vento a forza tre. I risultati lusinghieri della campagna vaccinale, il Covid-19 che impatta sempre meno su salute e attività produttive, il Pnrr pronto a essere implementato, l’aderenza ai parametri dettati dall’Europa, lo spread al minimo e poi il vantaggio competitivo: lo standing internazionale senza pari del nostro premier. Ecco, le condizioni ideali per un futuro con il segno più, sulla carta almeno, ci sono tutte. E infatti qualche giorno fa, assieme alla conferma della tripla B, per il nostro outlook è arrivato anche l’upgrade (da “stabile” a “positivo”) da parte di Standard&Poor’s, agenzia di rating che con il Belpaese non è mai stata tenera. Troppa grazia, Sant’Antonio! Ma siamo certi che sia davvero tutto rose e fiori? E che l’euforia leggera che si respira dentro e fuori il Paese non sia destinata a rivelarsi effimera e illusoria, magari al primo rialzo dei tassi d’interesse con conseguente ripercussione sul costo del debito o in ragione di una non proprio esatta corrispondenza delle previsioni di crescita (tra il 5,9% e il 6% ) o, ancora, di un cambiamento del quadro politico in Germania? Partiamo innanzitutto da un dato: quello che il Documento Programmatico di Bilancio 2022 – la cornice finanziaria alla prossima Legge di Bilancio che il Governo ha da poco inviato a Bruxelles – riporta a pagina 22: il debito pubblico alla fine di quest’anno toccherà il 153,5% rispetto al PIL (meno di circa 2 punti percentuali rispetto al 2020 ma 21,4 punti in più rispetto all’epoca pre-Covid). 

Tra impatto Covid in calo, Pnrr in arrivo e l'effetto-mario, intorno all'italia c'è molta fiducia: ma il futuro resta pieno di incognite

A rassicurarci però, secondo il Ministero dell’Economia e delle Finanze, c’è il cosiddetto “effetto snowball” che, così come è stato causa dell’eccezionale aumento del rapporto debito/PIL nel 2020, per converso dovrebbe contribuire alla discesa di quest’ultimo nei tre anni successivi. E in più, grazie ai poderosi interventi della Bce, il costo del suo finanziamento resterà contenuto, almeno fino a quando, appunto, i tassi non riprenderanno a crescere. Perché prima o poi, come ha confermato il Ministro dell'Economia Daniele Franco «dobbiamo essere pronti ad affrontare un aumento dei tassi di interesse». E la strada praticabile, a questo punto, è una sola: la crescita nel medio termine per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche. Il che vuol dire tornare a registrare avanzi primari: saldi positivi cioè tra entrate e uscite, al netto degli interessi. Facile, no? Sicuro. Se non fosse che, Covid a parte, veniamo da vent’anni di crescita anemica, conti pubblici ballerini, dispersione di risorse e fuga all’estero dei cervelli in cerca di occupazione e salari migliori. Di recente, è stato il celebre analista di investimenti americano Ken Fisher a smorzare gli entusiasmi scattando una fotografia nitida della realtà.  «Sul fatto che l’Italia starebbe entrando in un decennio d’oro sono scettico – ha affermato il Presidente della Fisher Investments Worldwide – servirebbe una crescita economica sostenuta e duratura e un andamento del mercato dei capitali migliore rispetto ad Europa e resto del mondo. Non basta la presenza di Draghi e l’arrivo dei flussi monetari dall’Europa per avviare un decennio d’oro. Le riforme giudiziarie devono essere accompagnate da una riduzione della corruzione. E poi ci vuole una ricaduta positiva degli investimenti europei. L’iniziativa ora è nelle mani degli italiani, nella loro volontà di rendere il nuovo decennio stabile». 

Che fisco fa?  

Il Governo, dal canto suo, almeno formalmente ci sta provando a dare quel che si dice “un’intonazione espansiva” alla politica di bilancio. «Va innanzitutto disegnato un carico fiscale più favorevole ai fattori di produzione, in particolare al lavoro e la riduzione del cuneo è uno degli obiettivi prioritari» ha sottolineato il Ministro Franco, annunciando che le risorse disponibili per la riduzione del prelievo fiscale ammontano a 8 miliardi. I partiti, Lega in testa, continuano a strepitare che “si può fare di più”, ma una volta inviato il Dpb a Bruxelles, i saldi della Finanziaria è come se fossero scolpiti nel marmo. Forse se ne riparlerà nella riforma fiscale complessiva, quasi sicuramente se ne occuperà un altro Governo. Ma intanto cosa farà l’attuale esecutivo con quegli 8 miliardi? Meno tasse alle imprese o ai lavoratori? Per abbattere l’Irap quella somma non basta. Solo per tagliare un punto di Irpef nelle aliquote intermedie ne servono 3, mentre per abbassare sempre di 1 punto il cuneo fiscale (attualmente al 46% contro una media OCSE del 34) ce ne vogliono 2,5. Val la pena ricordare che 7 miliardi li spese il Governo Conte bis per alzare il “bonus Renzi” da 80 a 100 euro estendendolo ai redditi fino ai 40 mila euro: se n’è accorto  qualcuno? Solo 8 miliardi dunque (lo 0,317% del Pil più altri 2 miliardi stanziati in precedenza) per provare ad alleggerire una delle pressioni fiscali più alte del pianeta. Contro gli 8,5 destinati invece al Reddito di Cittadinanza. Per il resto, la manovra da oltre 23 miliardi annunciata dal Dpb 2022, sarà spalmata, per quanto attiene alle misure principali, su fondo bollette, sostegni alle imprese (incentivi fiscali collegati a Transizione 4.0 ed contributi alle Pmi per acquisto di beni strumentali), ammortizzatori sociali, sanità, Ecobonus e pensioni. 

Capitolo pensioni

Già le pensioni. L’altra cartellina evidenziata in rosso che di questi tempi fa bella mostra sulla scrivania del Presidente del Consiglio. E qui Draghi (che non ha mai nascosto la sua avversione per “Quota 100) pensa a un “biennio di transizione” con le due nuove quote (date dalla somma di età pensionabile + anni di contributi) di 102 per l’anno 2022 e 104 per l’anno seguente. Un’idea che però non piace a tutti, in primis ai sindacati (vedi intervista a Luigi Sbarra nelle pagine seguenti) ma anche ai partiti. Il punto è che le cifre sbandierate nel gennaio 2019 dall’allora ticket di governo "SalviMaio" sugli effetti salvifici di Quota 100, si sono rivelate tutt’altro che puntuali: il tanto strombazzato «milione di posti di lavoro» (con l’effetto turnover tra anziani e giovani) non s’è mai realizzato e i “centoquotisti” intanto continuano a pesare sul bilancio, e lo faranno anche (per 7,3 miliardi) il prossimo anno quando la misura sarà spirata definitivamente.

Covid a parte, veniamo da vent’anni di crescita anemica, conti pubblici ballerini, dispersione di risorse e fuga all’estero dei cervelli

Anche sulla previdenza, comunque, il premier e il fido ministro dell’Economia, pur avendo le idee chiarissime in proposito, ci vanno cauti. Proprio loro che una decina d’anni fa – ai tempi del governo Monti – quando erano sul ponte di comando di Palazzo Koch, ispirarono la lettera-diktat con cui la Bce intimò all’Italia di mettere mano alla riforma delle pensioni per evitare il crack. Nel frattempo, rispetto ad allora, per ragioni demografiche, il rapporto tra lavoratori/pensionati è ovviamente peggiorato e la spesa ha continuato a rimanere troppo alta rispetto al Pil. Il “capitolo pensioni”  resta comunque una rogna che la coppia Draghi-Franco dovrà smazzarsi a strettissimo giro di posta, seduta al tavolo con sindacati e partiti. I due, non a caso, hanno parlato di «gradualità nel passaggio alla normalità» cioè nel rientro al sistema in vigore prima di “quota cento”, ovvero riforma Fornero e 67 anni come età pensionabile. Per cui, l’impressione è che a prevalere ancora una volta sarà una soluzione "all’italiana”: un compromesso soft sul sistema quote e una corsia privilegiata, con indennità garantita, l’Ape social già previsto nel Dpb, per chi svolge lavori usuranti. E amen.

Assalto alla diligenza

Il nodo però è anche cosa potrebbe succedere da qui a fine anno attorno alla Legge di Bilancio.  Il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha rispolverato un'immagine da Far West, "l'assalto alla diligenza" appunto, per lanciare l’allarme. Gli appetiti dei partiti, almeno ufficialmente, al momento si potrebbero riassumere così: la Lega (in questo caso assieme ai sindacati) vuole più soldi per “quota 102”; i 5Stelle pretendono incrementi per Reddito di Cittadinanza e Superbonus; il PD insiste sulla riforma degli ammortizzatori sociali mentre Forza Italia e renziani reclamano la riduzione delle tasse. 

Per l'economista Nicola Rossi il problema è come si riuscirà a ripagare il debito senza una crescita stabile ad almeno 1,5%

Ma l’ingordigia nel cercare di strappare prebende per il proprio elettorato è una specie di marchio di fabbrica (d’infamia?) della nostra classe politica.  Prova ne sia il fatto che ogni anno, puntualmente, tra i mesi di novembre e dicembre, il "Transatlantico" della Camera dei Deputati e il "Salone Garibaldi" del Senato vengono presi d’assalto da stakeholder e lobbisti di ogni risma, smaniosi di trovare l'accrocchio utile a infilare nel testo della manovra l’articolo, il comma o l’emendamento “giusto”. Con il risultato di disperdere in mille rivoli la spesa pubblica e inficiare il più importante strumento di programmazione economica e finanziaria di cui dispone il Paese. «Bisogna dire basta alla politica nefasta delle bandierine di partito. 

I freni alla crescita sono figli di una lunghissima stagione in cui la politica e la rappresentanza degli interessi hanno preferito scambiarsi micro-favori invece di avere una visione d’insieme per il Paese» ha detto Bonomi. Sarà così anche nell’anno I dell’era draghiana? 

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