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Economy & Politica

«Al bando la parola “fallimento” lo Stato aiuterà le imprese a rischio crack»

Per scansare l’insolvenza, d’ora in poi l’impreditore potrà fare leva sulla “composizione negoziata”, mediante una piattaforma telematica al fianco di un esperto, terzo e indipendente, perché lo aiuti nelle trattative con i creditori. Intervista al sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto

24 Novembre 2021

Francesco Condoluci
«Al bando la parola “fallimento” lo Stato aiuterà le imprese a rischio crack»

«Penso che abbiamo tracciato un solco, non più cancellabile: quello del passaggio da un diritto dell’impresa a un diritto per l’impresa». Un “esprit de loi”, quello del Ddl in materia di crisi d’impresa che sarebbe piaciuto persino a Sir Winston Churchill, il quale dell’azienda privata aveva un’idea chiara: “Alcune persone – ebbe a dire una volta – la vedono come una tigre feroce da uccidere, altri come una mucca da mungere, pochissimi la vedono com’è in realtà: un robusto cavallo che traina un carro molto pesante”. Ecco, il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto sembra vederla più o meno allo stesso modo del fu primo ministro inglese quando, nel raccontare la ratio del Decreto legge 118/21 (fresco di conversione in legge con l’approvazione in Senato), spiega soddisfatto che «questo provvedimento sancisce un mutamento epocale nell’impostazione dei rapporti fra norma positiva e iniziativa imprenditoriale: l’impresa non è più solo un luogo di controlli, ispezioni e verifiche ma un punto di partenza importante per riprendersi l’economia, nella legalità». Da parte del legislatore, dunque –  secondo l’avvocato di fede garantista che siede nel Governo Draghi in quota Forza Italia – oggi ci sarebbe finalmente la consapevolezza che «l’impresa non è un ricettacolo di irregolarità, illegittimità e illiceità, ma un ente da tutelare a tutti i livelli, soprattutto in vista della ripartenza». Verrebbe da dire: c’è voluto il Covid, e la congiuntura socioeconomica che ne è conseguita, per restituire all’impresa l’accezione di churchilliana memoria, ma tant’è. In tempi di post-pandemia e con il tessuto produttivo in ginocchio, bisogna comunque rendere atto al Ministero della Giustizia di aver messo mano alla materia del risanamento d’impresa, scongiurando l’entrata in vigore del nuovo Codice dell’insolvenza, con tutti i dubbi applicativi che si portava dietro, e offrendo all’imprenditore strumenti utili ad arginare la crisi e rimanere operativi sul mercato. Una nuova “cassetta degli attrezzi” per aziende a rischio crack (secondo i calcoli di Bankitalia, a fine 2022 potrebbero essere in 6.500 le imprese italiane costrette a portare i libri in tribunale, anche se il numero, con il rimbalzo del Pil, potrebbe ridursi) che, a sentire Sisto, è frutto di un nuovo approccio culturale nel rapporto Stato-imprese.

«Il provvedimento parte proprio da questo presupposto che ne ha ispirato tutti i passaggi – dice a Economy – dalla parte dei differimenti alla “composizione negoziata” la crisi viene intesa come un’opportunità che alla fine può diventare persino un vantaggio. Lo spirito è questo. L’impresa è sempre stata vista dallo Stato come un luogo da attenzionare per evitarne le patologie, non per stimolarne le capacità e men che meno per farne un interlocutore per la verifica delle stesse patologie: non sarà più così». In effetti, di fronte all’insorgere di squilibri patrimoniali ed economico-finanziari, l’imprenditore, per scansare l’insolvenza, potrà fare leva sulla cosiddetta “composizione negoziata”, una procedura stragiudiziale “curativa” alla quale si potrà accedere mediante una piattaforma telematica nazionale che metterà al suo fianco un esperto, terzo e indipendente, perché lo aiuti nelle trattative con i creditori. Gli aspetti più innovativi della norma sono due: il primo è che l’imprenditore rimarrà il soggetto dominante della procedura e potrà gestire personalmente le negoziazioni conservando la gestione dell’azienda. Il secondo è che, nel corso della procedura, potrà chiedere che il suo patrimonio venga tutelato da potenziali aggressioni dei creditori preclusive di una sentenza di fallimento o di accertamento dello stato di insolvenza. Sentenza che, peraltro, non potrà essere pronunciata sino alla conclusione delle trattative o all’archiviazione dell’istanza di composizione negoziata.

Sottosegretario, ci voleva il Covid per sentir parlare di un diritto “per” l’impresa? 

Diciamo che con la contingenza pandemica, abbiamo fatto di necessità virtù. Dalle mie parti si dice “sotto il guasto viene l’aggiusto”. Il guasto è stato terrificante per la salute e per l’economia, è necessario ripartire e per farlo bisogna avere il coraggio di qualche cambio di mentalità. Basti pensare alle novità sui cosiddetti “esperti” che sono passati da esperti nominati sostanzialmente delle Camere di Commercio ad esperti selezionati dagli ordini professionali, da esperti con laurea ad esperti più specializzati. Abbiamo alzato il livello di specializzazione tanto è delicato il loro compito. Il mondo delle professioni da adesso sarà al fianco dello Stato per garantire che le imprese si muovano secondo i parametri di legalità. E questo non varrà soltanto per la composizione negoziale. 

La composizione negoziata è una nuova opportunità che non sostituisce, ma affianca le procedure già esistenti

Siete fiduciosi sul fatto che le aziende coglieranno la portata di questo nuovo strumento? 

Abbiamo tre problemi: il primo è che le imprese comprendano che non si tratta di una “confessione” ma di un’opportunità, se non di una necessità, per evitare situazioni molto più delicate da gestire. Il secondo è far capire che questo è uno strumento non sostitutivo ma di affiancamento alle procedure già esistenti. Il terzo riguarda lo Stato e l’apparato giudiziario, un mondo nel quale si deve comprendere che la composizione negoziata non è il precipizio dell’insolvenza o di altre patologie, ma è la profilassi necessaria per evitarla. Bisogna evitare che al meccanismo venga dato un “marchio rosso”, ma si prenda atto invece che è una scelta volontaria fatta con responsabilità. È una procedura di prevenzione che non deve apportare alcun danno all’immagine né altre conseguenze. Noi siamo fiduciosi certo, che possa essere veramente una grande opportunità. 

La ministra Cartabia ha detto «basta con lo stigma sociale del fallimento»...

Fallimento è lessicalmente una parola senza ritorno, rievoca non solo ritorni negativi d’immagine ma anche conseguenze gravi dal punto di vista giuridico. Per cui è giustissimo che si cambi finalmente approccio. Io andrei anche oltre: è necessario rivedere la materia dei reati delle procedure concorsuali compresi quelli fallimentari, revisione che è tra gli obiettivi del Ministero. Si ipotizza addirittura la nomina di un’altra commissione che, negli stessi tempi ultrarapidi di questo disegno di legge sulla crisi d’impresa, possa allineare la disciplina penale a quella “non penale” per avere, quali conseguenze dirette, non più reati fallimentari che anche oggettivamente possono andare a individuare responsabilità ma invece una grande attenzione ad evitare che le contestazioni penali possono essere di ostacolo alla ripresa. 

Bisogna correre, insomma, ma la giustizia italiana ha proprio nei tempi il suo tallone d’Achille e un grosso elemento di freno alla competitività.  

Una giustizia lenta semplicemente non è una giustizia. Ma intanto nel processo penale, e altrettanto nel processo civile, abbiamo ripreso in pieno e senza mediazioni l’attuazione dei principi costituzionali, con l’accelerazione dei tempi della giustizia civile al 40% e penale al 25%. Credo che le riforme fin qui abbiano un filo conduttore comune: il ritorno dei principi costituzionali e soprattutto, per quanto concerne le imprese, l’opportunità di vedere lo Stato come un partner e non solo come un severo controllore dei peccati. O se vogliamo come un buon padre di famiglia che cerca di riportare il figlio sulla buona strada e non un severo precettore bravo solo a imporre sanzioni. 

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