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Quei rischi nascosti
nella platform economy

La gestione del lavoro mediante piattaforme digitali pone le imprese di fronte a straordinarie opportunità, ma anche a nuove insidie sul piano penale

28 Ottobre 2021

Giuseppe Fornari, Founding Partner dello Studio Legale Fornari e Associati
Quei rischi nascosti nella platform economy

La gestione del lavoro mediante piattaforme digitali pone le imprese di fronte a straordinarie opportunità, ma anche a nuove insidie sul piano penale: la duttilità delle prestazioni lavorative, garantita dalle moderne tecnologie, può infatti pregiudicare l’incolumità e la dignità del lavoratore, sino a degenerare verso nuove forme di sfruttamento.

L’impiego dei platform worker, tipico ad es. del food delivery, può quindi esporre alla commissione di diversi reati: accanto alle contravvenzioni previste dalla normativa antinfortunistica (specialmente dal Testo Unico 2008) e ai reati di omicidio e lesioni colpose, si pone il fenomeno del caporalato digitale. Senza contare, inoltre, il rischio di impiegare soggetti irregolari.

Primo punto: la salute e sicurezza sul lavoro. Sulla scia della giurisprudenza civile, la Procura di Milano ha ricondotto l’attività dei rider − formalmente lavoratori autonomi − nell’alveo delle collaborazioni etero-organizzate. Invero, la debolezza economica e l’autonomia solo apparente in cui versano, uniti al carattere continuativo e non occasionale dell’attività svolta, rende loro applicabile la disciplina del lavoro subordinato, compresa quella prevista dal Testo Unico 2008; di conseguenza, sul datore di lavoro gravano tutti i relativi obblighi di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. A prescindere dalla fondatezza in punto di diritto, la posizione della Procura di Milano impone massima prudenza: dovranno essere adottate tutte le cautele che non siano radicalmente incompatibili con le peculiarità del lavoro dei platform worker; dunque bisognerà: procedere alla valutazione di tutti i rischi cui sono esposti; sottoporli a visita medica; fornire un’adeguata informazione sui rischi e impartire una corretta formazione per la loro prevenzione; dotarli di adeguati Dpi (caschi, guanti, giubbotti ad alta visibilità etc.); assegnare idonee attrezzature di lavoro (biciclette, motorini). La violazione di tali obblighi potrebbe integrare, a vario titolo, le contravvenzioni del Testo Unico 2008. Ma non basta: s’immagini che il rider si ammali o si infortuni (o addirittura perisca) in ragione della propria attività, poiché non abbastanza formato sui pericoli da circolazione stradale o perché dotato di velocipede difettoso; in tal caso, il datore di lavoro potrebbe dover rispondere in sede penale di omicidio o lesioni colpose per omesso impedimento, in quanto garante dell’integrità fisica e della personalità morale di ogni lavoratore.

Nella platform economy, poi, le modalità di reclutamento e di impiego dei lavoratori meritano primaria attenzione. Recentissimi casi giudiziari hanno dimostrato che proprio alcuni degli elementi sinora tipici delle prestazioni rese mediante piattaforma possono costituire, in sede processuale, indici di sfruttamento: si pensi alla flessibilità delle prestazioni; smaterializzazione del luogo di lavoro; pagamento a cottimo; assenza di straordinari e ferie; ranking attribuito in automatico in base alle performance (puntualità, rapidità, accettazione degli ordini); creazione automatizzata dei turni; segregazione del potere direttivo; meccanismi di controllo costanti e in parte esternalizzati al customer finale; interscambiabilità dei fattorini. Possono quindi integrarsi gli estremi del reato di caporalato, il cui fulcro è lo stato di bisogno in cui versa il lavoratore e il suo sfruttamento; ed è appunto indice di sfruttamento riconoscere retribuzioni indecorose o palesemente inique, oppure sottoporre il lavoratore a condizioni di lavoro degradanti, ad es. violando le norme sull’orario di lavoro, i periodi di riposo, le ferie.

In tale contesto, l’ulteriore insidia è quella di impiegare rider stranieri privi di regolare permesso di soggiorno, specie mediante società terze incaricate del reclutamento e/o somministrazione di manodopera.

E si badi: tutti i reati citati possono determinare la responsabilità para-penale dell’impresa ai sensi del decreto 231. Pertanto, nell’ottica di una piena compliance, la piattaforma digitale dovrà dotarsi di un’adeguata self-regulation, ad es. predisponendo un Modello organizzativo e disciplinando con appositi protocolli i processi aziendali più esposti al rischio di reato, quali il reclutamento e la selezione del personale o l’erogazione dei servizi di delivery. È fondamentale garantire il rispetto delle norme sulla tutela di lavoro e degli accordi sindacali, verificare i permessi di soggiorno e, in generale, vietare ogni forma di pressione sul personale che possa integrare un sopruso, in particolare riguardo all’orario di lavoro, alla retribuzione e ai presidi di sicurezza. Inoltre, laddove la piattaforma si avvalga di società terze per la somministrazione dei rider, è opportuno adottare specifiche cautele anche nella selezione delle controparti contrattuali, realizzando apposite due diligence sulla professionalità/affidabilità dell’outsourcer e monitorandone l’attività.

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