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le altre frecce tricolori

Tra i due litiganti il terzo cresce

Mentre le tensioni tra Washington e Pechino salgono, l'Europa diventa strategica e il know how italiano spinge l'export a livelli addirittura superiori a quelli pre-pandemia. Ma c'è ancora molto da fare...

21 Ottobre 2021

Riccardo Venturi
Tra i due litiganti il terzo cresce

E' sull’export che si gioca la partita della crescita. Sarà infatti l’andamento delle nostre esportazioni a determinare in larga misura l’entità dell’aumento del Pil: il solito asfittico zero virgola oppure qualcosa di più consistente e duraturo? In attesa del rilancio di una domanda interna stagnante che ormai da anni ci fa assomigliare al Giappone, impresa ardua che richiede tempi lunghi, nel frattempo l’osso del collo – anche in termini di capacità di riassorbire debito e quindi di tenuta dei conti pubblici - ce lo giochiamo sul terreno della competizione internazionale. La buona notizia è che l’export è già ripartito, ottenendo risultati oltre le attese. Le ultime stime di Sace parlano di un balzo per i beni di oltre l’11% nel 2021 a 482 miliardi, che equivale a un pieno ritorno ai livelli pre-pandemia fin da quest’anno; i servizi si fermano a un + 5%. Una ripresa non omogenea, che vede una parte dei beni di consumo, in particolare tessile e abbigliamento, ancora distanti dai livelli pre-pandemia, mentre vanno forte i beni di investimento come apparecchi elettrici e meccanica strumentale. Sace vede positivo anche in prospettiva: + 5,4% nel 2022, e una crescita del 4% in media nel biennio successivo, a un ritmo superiore di quasi un punto percentuale al tasso medio pre-crisi (+3,1% tra 2012 e 2019), che consentirebbe di raggiungere nel 2024 il valore di 550 miliardi di euro.

Le ultime stime di sace prevedono una crescita delle esportazioni del 5,4% nel 2022 per raggiungere nel 2024 i 550 miliardi di euro

Ma non ci si può accontentare. Uno scenario internazionale in profondo mutamento mette a dura prova la capacità di tante imprese di rimanere sul mercato, specie di quelle più colpite dall’impatto del Covid; ma allo stesso tempo apre formidabili opportunità. Coglierle dipende in primis dalle stesse aziende, che devono sapersi aggiornare per fare le scelte giuste; ma anche dal contesto nel quale si muovono, italiano ed europeo. A impattare sono prima di tutto le conseguenze del Covid, che hanno accelerato un cambiamento già in atto da anni sullo scenario internazionale: quello verso una nuova regionalizzazione e la creazione di tre macro-blocchi in Europa, Asia e Stati Uniti.

«La pandemia Covid ha creato una interruzione delle supply chain globali evidenziando i forti limiti del mondo globalizzato di fronte a shock sistemici. Questo porterà ad un ripensamento ed accorciamento delle catene del valore con un inevitabile consolidamento delle stesse all’interno dell’Europa, attraverso operazioni di M&A e di ristrutturazione» dice Roberto Corciulo, partner e presidente di IC&Partners, società di consulenza per l’internazionalizzazione che opera da anni accanto alle imprese supportandone il processo di ingresso o di sviluppo sui mercati esteri. «Se i Paesi europei capiscono il momento storico e ristrutturano la governance della Ue si potrebbero attrarre capitali e liquidità nei settori ad alto contenuto di knowledge, dando una spinta sostanziale a tutta l’Europa. Servono scelte veloci: per vincere la sfida con Cina e Usa è necessario puntare sull’innovazione tecnologica e sulla sostenibilità, mettendo a sistema l’importante capitale umano di cui dispone l’Ue».

Ristrutturando la governance europea si potrebbero attrarre capitali e liquidità nei settori ad alto contenuto di knowledge

Corciulo introduce un grande tema che va oltre la pandemia: quello della sfida economica tra Europa, Stati Uniti e Cina. Come ha scritto il ministro per la PA Renato Brunetta facendo riferimento al G20 straordinario indetto da Mario Draghi, «È il momento del coraggio per la costruzione di una nuova Europa. Oggi spetta all’Europa, e all’Unione europea in particolare, il rilancio dell’Occidente. Come? Rafforzando l’autonomia e la capacità di proposta del Vecchio Continente». In questa fase per chi fa export è importante più che mai comprendere in che direzione sta mutando il quadro globale. Per questo ci affidiamo all’analisi geopolitica di un vero esperto, Andrea Margelletti, presidente del Centro studi internazionali, docente presso la facoltà di Scienze delle investigazioni e della sicurezza dell’università di Perugia e Narni, unico membro onorario delle Forze speciali italiane; e a quella macroeconomica dello stesso Corciulo. La disamina di Margelletti non può che partire da quanto accaduto in Afghanistan e dalle sue ripercussioni sul quadro internazionale. «Specie in ambito asiatico, l’uscita occidentale dall’Afghanistan è stata un disastro, sia politicamente che come immagine» afferma Margelletti. «Il vero problema è la perdita di credibilità. Avevamo detto agli afgani: saremo accanto a voi. Ma oltre a non mantenere questa promessa, abbiamo fatto addirittura un accordo con i nemici. In politica i vuoti di credibilità vengono sempre riempiti, in questo caso dalla Cina, la cui influenza geopolitica non solo è ulteriormente cresciuta: ha avuto un vero boom». La propaganda cinese non ha perso tempo per enfatizzare la disfatta americana: «Il crollo dell'Afghanistan è solo un altro nodo nella spirale discendente dell'egemonia degli Stati Uniti. Il rombo degli aeroplani all’aeroporto di Kabul rifletteva l'ultimo crepuscolo dell'impero» ha scritto l’agenzia stampa Xinhua news. Il messaggio è minacciosamente destinato soprattutto a Taiwan, l’isola di Formosa che Pechino vuole annettersi a tutti i costi. «Taiwan è la provincia perduta, non esiste un piano militare cinese che non comprenda la riannessione, il governo lo dice in modo molto chiaro» sottolinea Margelletti. «Anche se a oggi non mi pare ci siano le condizioni per un’invasione militare, le capacità belliche cinesi sono cresciute moltissimo ma non tanto da poter mandar via gli americani dal Pacifico occidentale».

C’è da sperare che la determinazione politica cinese non venga rafforzata troppo in fretta dalle ragioni strategico-economiche, se si pensa al combinato disposto della penuria globale di chip e del fatto che, secondo dati Trendforce, Taiwan Semiconductor Manufacturing nell’ultimo trimestre del 2020 ha coperto il 56% della produzione globale… A questo proposito si è parlato dell’interesse cinese a mettere le mani sul litio di cui è ricco l’Afghanistan. Ma non è così semplice. «Molti economisti hanno detto: l’Afghanistan è pieno di risorse naturali, adesso i cinesi arriveranno a prendersele tutte; ma i cinesi non sono credenti, e quello è un emirato islamico» osserva Margelletti, «quindi non credo in un’invasione commerciale della Cina perché i Talebani non vogliono un Afghanistan moderno. Può invece essere un alleato politico, perché la Cina può proteggere i Talebani al consiglio di sicurezza dell’Onu in cambio del loro abbandono di ogni tipo di rapporto con i terroristi uiguri». Resta da vedere se i cinesi riusciranno a collegare l’Afghanistan al corridoio economico che stanno costruendo tra il Xinjiang e il Pakistan per avere uno strategico sbocco sul mare Arabico nel porto di Gwadar, che permetterà di ridurre la dipendenza dei flussi marittimi cinesi dal passaggio attraverso lo stretto di Malacca controllato dagli Stati Uniti.

Gli stati uniti stanno investendo nell'industria e per l'acquisto dei macchinari scelgono Europa, Germania e Italia

Le tensioni crescenti tra Washington e Pechino, e il delinearsi sempre più netto dei tre macro-blocchi americano, asiatico e europeo, oltre a non pochi problemi  - determinati anche dall’aumento dei costi della logistica e delle materie prime - comportano qualche vantaggio per il nostro export, proprio verso gli Usa. «La politica di reshoring, inventata non da Trump bensì da Obama con l’obiettivo di riportare le aziende americane a produrre in patria – non dimentichiamo che tra il 2007 e il 2017 gli Stati Uniti hanno emanato più di mille barriere tariffarie e non tariffarie, che vanno in una sola direzione: per entrare sul mercato Usa sei costretto ad andare a produrre lì – ora fa i conti con i difficili rapporti con la Cina» spiega Corciulo. «Gli Stati Uniti stanno investendo in industria, e nel momento in cui devono fare uno stabilimento per acquistare le macchine scelgono non la Cina ma l’Europa, Germania e Italia in primis. Lo si sta vedendo già, nel settore siderurgico c’è un fermento importante. Quando si fa un investimento in un macchinario che dura anni, infatti, si deve pensare anche ai pezzi di ricambio, e c’è la preoccupazione che i tecnici cinesi non possano viaggiare a causa delle restrizioni. Considerato che il cuore del nostro export è fatto di automazione, di beni intermedi oltre che di farmaceutica, possiamo beneficiarne».

Il ripiegamento americano e l’espansione cinese richiederebbero un ruolo più forte dell’Europa, anche nell’interesse delle nostre imprese. Dopo la fuga, per chiamarla con il suo nome, da Kabul è nato così un dibattito sull’esigenza di creare forze armate europee. «Ho trovato il dibattito su questa tematica miserabile» dice senza peli sulla lingua Margelletti. «O i politici sono completamente ignoranti, oppure non lo sono, e stanno mentendo all’elettorato. Le forze armate sono strumenti di sovranità nazionale. Come possiamo avere le forze armate europee se non abbiamo gli Stati Uniti d’Europa, con un cancelliere europeo, un ministro degli Esteri, uno della Difesa? Lo dimostra il fatto che negli ultimi 15 anni tutti i Battlegroup dell’Ue, unità militari allocate per attività operative, che avrebbero dovuto essere impiegate anche in Africa per addestramento, non sono mai state utilizzate. Infatti, visto che non esiste un governo europeo, ci vorrebbe l’accordo di tutti, che non c’è. Prima si crea la governance, poi gli strumenti attraverso i quali la si esplicita».

Uno dei più convinti sostenitori dell’esigenza di rafforzare il ruolo dell’Europa è il ministro francese dell’Economia e delle Finanze Bruno Le Maire, che all’ultimo Forum Ambrosetti di Cernobbio ha affermato che dopo la disfatta di Kabul l’Europa deve dimostrare di non essere solo un grande e ricco mercato unico, ma anche un’entità politica che può diventare una terza superpotenza tra Cina e Stati Uniti. Ma, ha scandito il ministro francese dell’economia, «non ha alcun senso parlare di sovranità politica se non si dispone dell’indipendenza tecnologica». «Ancora una volta: prima di tutto occorre una governance politica» insiste Margelletti. «L’indipendenza tecnologica prevede investimenti. Ma chi dà la priorità degli investimenti? Il governo. Se non c’è una governance unica, un governo europeo, che ritengo indispensabile, non c’è possibilità». Ma la nascita di una governance europea sembra molto distante. «La grande debolezza dell’Europa, e allo stesso tempo la sua grande forza, sono le sue profonde radici storiche» osserva Margelletti. «Se facciamo gli Stati Uniti d’Europa e non ci sono più bandiere, dove mettiamo le famiglie reali? Vallo a spiegare a danesi, olandesi, spagnoli che non devono vivere sotto un re...». Ma stare al passo della tecnologia resta una priorità assoluta. «L’avanzata tecnologica è tale che non puoi più fermarti, non è possibile rallentarla pena la scomparsa della tua azienda» rimarca Margelletti. «Questa sfida tecnologica che passa dai computer quantistici, dalla comunicazione integrata, dall’intelligenza artificiale è di tale portata che o gli americani sono in grado di darci un’alternativa, oppure il rischio è di rimanere indietro, il che nel mondo dell’economia di oggi vuol dire morire».

Il Pnrr è una grande opportunità ma i timori sono sulla capacità di gestire i fondi e sui tempi stretti imposti da Bruxelles

«L’Europa ha un gap tecnologico nei confronti di Cina e Usa, e deve fare una riflessione forte» conferma Corciulo, «l’economia di questi anni è governata dal knowledge; più dell’80% dei beni prodotti al mondo sono legati alle tecnologie, solo il 18% al trade off del costo del lavoro».

Un quadro globale in così forte mutamento richiederebbe un forte sostegno alle imprese. «Le aziende Italiane corrono un grosso rischio sulla competitività» evidenzia Corciulo. «La corsa tecnologica impatta sui consumi e sui prezzi. Il delinearsi in maniera marcata dei tre macroblocchi Asia, Europa e Usa in termini produttivi implica che chi vorrà lavorare sull’Asia dovrà avere una presenza là, chi vuol stare in Europa deve strutturarsi per avere tutta la filiera in Europa, con tutte le conseguenze anche in termini di tecnologia. Ma ricostruire capacità delle persone e tecnologie non è sempre così scontato e veloce, richiede investimenti molto importanti da parte delle aziende, che devono avere la tranquillità di poterlo fare. Ma come sappiamo l’Italia dal punto di vista di burocrazia, giustizia e tasse non è proprio il Paese del Bengodi... Il Pnrr è una grande sfida, se viene gestita bene può diventare una grande opportunità. I timori sono proprio sulla capacità delle amministrazioni di gestire i fondi, e sui tempi stretti imposti da Bruxelles». Se saremo capaci di spendere i miliardi del Recovery anche per superare questi ritardi storici che da sempre gravano sulle spalle degli imprenditori, allora sì che le nostre aziende esportatrici diventeranno ancor più di oggi lo spauracchio della concorrenza, cinese, americana o tedesca che sia.

Ora però investiamo in promozione

di Domenico Mauriello, segretario generale di Assocamerestero

Siamo in fase di ripresa, non c’è dubbio. Finalmente il commercio internazionale è tornato a correre e secondo le previsioni gli scambi cresceranno del 10% quest’anno. Certo è, però, che l’asset geo-economico ha subito delle trasformazioni determinate in parte dalla pandemia – che per alcuni mesi ha “freezato” gran parte dei traffici internazionali – e in parte dal ruolo che la sostenibilità e il digitale stanno assumendo nelle relazioni economiche e produttive più in generale. Tutto questo inevitabilmente ci porta a riconsiderare sia i processi di sviluppo sia le prospettive per il nostro export. Inoltre, ci sono condizioni che impattano maggiormente sulle imprese mettendole a dura prova, come la questione dei dazi sull’acciaio, lo stato sempre più delicato delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, e soprattutto l’aumento dei costi della logistica e delle materie prime che stanno raggiungendo livelli record, a discapito delle produzioni a maggior valore aggiunto e dei consumatori. Nonostante le difficoltà, dall’osservatorio privilegiato delle 81 Camere di Commercio Italiane all’Estero, operanti in 58 paesi, si intravedono segnali di grande speranza per le Pmi. Certamente per incrementare le performance attualmente positive dell’export dobbiamo investire sempre di più in promozione. La ripresa delle fiere sicuramente è un dato estremamente incoraggiante sotto questo profilo, ma anche la realizzazione di progetti-Paese che possano aiutare sempre di più le nostre imprese a migliorare il loro posizionamento anche sui mercati già consolidati per i nostri beni, come Stati Uniti, Germania e Svizzera, oltre che su quelli che promettono un’espansione di successo come Cina, Asia pacifico ed Emirati Arabi Uniti.

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