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ECONOMY & POLITICA

Con il “modello genova” si dribblano i ricorsi ma serve l’etica della responsabilità

Il vero miracolo della ricostruzione del Ponte Morandi è l’aver saputo innovare le procedure sfruttando però ciò che le norme già consentono. Poi il project management ha fatto la sua parte. E ora Marco Bucci, Giovanni Toti e Ugo Salerno “insegnano” al governo come si fa

21 Ottobre 2021

Sergio Luciano
Con il “modello genova” si dribblano i ricorsi ma serve l’etica della responsabilità

«Abbiamo mandato al governo un protocollo con i 10 punti-chiave del modello Genova per dare il nostro contributo alla gestione delle grandi opere, della ripartenza». Ma ve l’hanno chiesto o l’avete mandato di vostra iniziativa? «Ce l’hanno chiesto, e noi l’abbiamo mandato rinforzato»: sarà anche stato 22 anni a lavorare da manager negli Stati Uniti, il sindaco di Genova Marco Bucci, ma non ha perso per questo un grammo della sua genovesità, un misto di ironia e realismo, non impermeabile però - almeno nel suo caso - ad una sorprendente vena di idealismo. E infatti: «Quando mi hanno proposto: “candidati a sindaco!”, stavo preparando un lungo giro a vela sulle rotte di Ulisse, ma l’ho rinviato», confessa in un’intervista pubblica davanti alla platea del congresso nazionale dell’Andaf (l’Associazione nazionale dei direttori finanziari, di cui Economy Group è media partner). «L’ho rinviato perché accettare di fare il sindaco è stato per me una forma di give-back, restituzione, secondo quel modo di pensare e di fare che ho imparato in America e che consiste nel voler appunto restituire al tuo Paese, alla tua gente, qualcosa di ciò che ti ha dato per farti arrivare ai tuoi buoni risultati».

E' vero che c’è una legislazione complessa, ma è anche vero che esiste una classe dirigente che ne approfitta

Eccoli, sul palco dei Magazzini del Cotone: Marco Bucci, sindaco, e Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, i due “commissari” che per qualche tempo in Italia hanno oscurato perfino la stella dell’altro commissario, celebre ma immaginario, Montalbano. Questi sono in carne e ossa. Uno si è occupato della ricostruzione del Ponte Morandi, l’altro dell’emergenza complessiva. Il tandem ha funzionato. Tanto orrore scandalo e derisione aveva suscitato il crollo del ponte, con le sue 43 vittime, tanto stupore e ammirazione ha mosso la ricostruzione in venti mesi di un manufatto d’avanguardia, funzionalissimo, bello. Accanto a loro, Ugo Salerno, la terza gamba di questo tripode di successo, l’amministratore delegato del Rina, la società a capitale misto pubblico-privato che gestisce da 19 anni e ha trasformato da brutto anatroccolo in cigno, a 800 milioni di fatturato in forte attivo e rapida crescita, 4000 dipendenti, un business mondiale diversificato nella consulenza, nella certificazione e nel project management, quel che ha appunto fornito al cantiere della ricostruzione del Ponte.

«All’amministratore pubblico spesso trema la mano con cui deve firmare gli atti», ammette Giovanni Toti. È la paura dell’abuso di ufficio, il timore delle grane, la riluttanza che ispira quella paralizzante “fuga dalla firma”: è proprio il male oscuro della pubblica amministrazione italiana, che Mario Draghi – presidente del consiglio da tre settimane – stigmatizzò e condannò nel suo primo discorso pubblico, alla cerimonia di insediamento del presidente della Corte dei conti. «Ma nel nostro caso ha prevalso l’etica della responsabilità», aggiunge il governatore: «È vero che c’è una legislazione difficile, complessa, che va semplificata, ma è anche vero che c’è una classe dirigente che ne approfitta per abdicare alle responsabilità. Le leggi complicate esistono, ma spesso vengono male applicate da uffici, persone, enti che preferiscono non decidere, non scegliere. Tanti vogliono fare gli sceriffi, in Italia, ma poi, appena, si profila l’ombra di un pericolo si tirano indietro. Invece il modello Genova è il contrario: è il recupero del senso di essere classe dirigente».

Ma cos’ha innescato questo colpo di reni, quest’impennata di orgoglio e di responsabilità che ha consentito la ripartenza genovese? «All’origine, di diverso c’è stato lo choc, un trauma senza precedenti che ha sconvolto le coscienze di tutti e ci ha dato la spinta per reagire», analizza Ugo Salerno. «Poi ci sono state, nella compostezza dell’azione, una serie di mosse giuste. La scelta vincente sul piano organizzativo è stata quella di adottare il project management, un metodo che nel codice degli appalti non è prescritto ma è la chiave per prendere le decisioni giuste. La costruzione del nuovo ponte è andata avanti mentre contemporaneamente si demoliva la parte restante di quello vecchio. C’erano momenti in cui per prendere una decisione erano necessari mille passaggi preliminari. Ma li si è fatti, e nei tempi necessari».

I tre protagonisti del “miracolo Genova” si allineano come un dream-team sportivo: e su un punto calcano la mano. Non c’è stato nessun “salto” delle regole: «Il commissario ha deciso di applicare una norma sulla gara competitiva – spiega Salerno – che nel codice degli appalti di Bruxelles è prevista». «E tra le altre cose – precisa Bussi - permette la scelta di un vincitore senza la stesura di una graduatoria, il che disincentiva i ricorsi. Poi sì, nel nostro caso il sistema burocratico intorno ha fatto fino in fondo il suo dovere».

Ma insomma, il metodo sarà esportabile fuori Genova, sarà ripetibile in Italia, per l’attuazione del Pnrr? «Lo sarà soltanto – afferma Salerno – se verrà posta la massima attenzione sul sistema burocratico e i suoi metodi d’azione».

Intanto è un fatto che – con buona pace di una riforma della pubblica amministrazione che viene rappresentata come ormai compiuta eppure sembra un po’ troppo pacifica per essere vera – 54 grandi opere per un valore complessivo di 87 miliardi sono state affidate dal governo Draghi alla vigilanza di 29 commissari. Il che fa pensare che senza poteri speciali lo stesso governo riformatore che oggi guida l’Italia non speri sia possibile concretizzare certi lavori…

«A mio avviso l’errore è la scelta della parola “commissario” – commenta Bucci – La definizione giusta sarebbe semplicemente: il responsabile di un’opera. Un manager che garantisca di portare a termine un progetto! Non in deroga alle norme, ma applicando bene quelle giuste. Lo ripeto: io non ho fatto altro che applicare l’articolo 32 del codice degli appalti europeo. Che permette al commissario – il responsabile – di fare un decreto e scegliere a chi affidare incarichi e opere. Naturalmente deve scegliere soggetti che sappiano fare quel che lui non sa fare: sia nel comporre un team sia nel costruire la scelta delle imprese».

La scelta di un vincitore senza stilare una graduatoria disincentiva i ricorsi delle imprese non aggiudicatarie

L’altra chiave di volta è stata superare il criterio della sequenzialità: «Mi spiego: se io ho bisogno dei pareri del ministero dell’Ambiente e del Consiglio superiore dei Lavori pubblici – dice Bucci – e prima di chiedere il secondo aspetto che sia arrivato il primo, raddoppio i tempi. Nossignore: li devo chiedere tutti insieme!». Infine la prevenzione del male oscuro più velenoso di tutti: la corruzione e le infiltrazioni mafiose. «Altro che tagliare corto con le regole – rivendica Bucci – Abbiamo creato un metodo di filtro preventivo capillare ed efficiente al punto da aver potuto segnalare noi alle autorità giudiziarie soggetti che risultavano sulla white list ma non meritavano di restarci!».

Però, più prosegue la narrazione di quel che è stato il miracolo Genova più si capisce che non c’è una formula magica buona per tutti. Perchè l’etica della responsabilità interpella ogni individuo nella sua personale coscienza e capacità. Uniche e irripetibili, appunto. C’è però una rinascita, che è – quella sì - un modello a imitare, ed è la rinascita di Genova. «Che continuerà – conclude Bucci – con le nuove opere. Abbiamo in arrivo 2,2 miliardi per il porto e un altro miliardo per la terraferma. Entro il 2024 sarà completato il terzo valico ed entro lo stesso anno il primo treno per Milano viaggerà in meno di un’ora. E poi un altro straordinario progetto, la superdiga che permetterà a tutte le grandi navi di approdare, un’opera con cui Genova si allargherà verso il mare secondo una nuova visione del suo futuro».

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