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Aice: meno dazi,
più import

In occasione del 75° anniversario dell’Associazione Italiana Commercio Estero, il Presidente Garosci evidenzia la necessità di fare sistema e di valorizzare il Made in Italy nel mondo

21 Ottobre 2021

Redazione Web
Aice: meno dazi,più import

Ridurre temporaneamente i dazi sull’import in UE di prodotti provenienti dai Paesi Extra UE, per contrastare le criticità legate all’interruzione delle catene di fornitura e all’aumento dei costi, di energia e materie prime, per favorire la ripartenza e la crescita delle imprese. Questa è la proposta di Riccardo Garosci, Presidente di Aice – Associazione Italiana Commercio Estero e Vice Presidente nazionale di Confcommercio, in occasione della celebrazione del 75° anniversario dell’associazione, avvenuta oggi a Milano. Una soluzione che potrebbe contribuire a raffreddare la spirale inflattiva e consentirebbe alle aziende italiane di avere più margini di manovra nella diffusione del Made in Italy. Aice e Confcommercio hanno insieme già scritto alla Commissione Europea e al Ministero degli Esteri per sensibilizzarli sul problema.

“Anche le sanzioni in corso ad alcuni Paesi non aiutano: si pensi a quelle, recenti e legittime, alla Bielorussia, che hanno bloccato l’esportazione di potassio di cui sono il secondo paese produttore al mondo. Anche dalle sanzioni, pur corrette da un punto di vista politico, derivano gli aumenti di costo di alcune materie prime. - ha dichiarato il Presidente Aice Riccardo Garosci. - Un commercio internazionale aperto ma attento alla sostenibilità, rappresenta la chiave per creare sviluppo, crescita economica e benessere non solo per l’Italia, ma per tutti i Paesi del mondo” che dialogano con il nostro Paese.

I numeri di Aice

L’associazione, nata nel 1946 a Milano, oggi rappresenta gli interessi di 900 aziende con oltre 150.000 collaboratori - con un fatturato complessivo di circa 12 miliardi di euro - che svolgono attività di commercio con l’estero. L'export italiano è tornato ai livelli pre-crisi, ma il numero di esportatori ha avuto un calo significativo nel 2020 in seguito alla crisi pandemica. Delle 130.000 aziende esportatrici registrate nel 2020, quasi 100.000 hanno fatturato meno di 750.000 Euro in export e circa 10.000 di loro non hanno esportato.

L’export in Italia pesa per circa il 30% del PIL nazionale. A livello globale, secondo le previsioni del WTO, si prevede una ripresa consistente degli scambi di merci e servizi con una stima che per il 2021 indica un +10,8% e nel 2022 un +4,7%. 

Il Patto per l’export

Voluto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, è stato siglato l’8 giugno 2020 dalle principali rappresentanze delle imprese (tra cui Confcommercio), ha avuto e continua ad avere un ruolo fondamentale nelle politiche e nelle azioni a sostegno del Made in Italy. Alcuni pilastri strategici sono ancora in fase di implementazione (piano di comunicazione, promozione integrata, grandi eventi internazionali), altri (risorse finanziarie) devono continuare a essere alimentati per consentire un accesso al sostegno pubblico ad un numero maggiore di imprese esportatrici. In questo si possono trovare sinergie con le risorse messe a disposizione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Muovendosi in maniera coordinata come Sistema-Paese, l’Italia potrebbe risultare più competitiva a livello internazionale e in questo senso Aice svolge un ruolo strategico nella promozione delle imprese sui mercati esteri. Se in passato troppi soggetti pubblici ed enti territoriali erano titolati a promuovere il Made in Italy sui mercati esteri, ultimamente si assiste a un corretto tentativo di razionalizzazione volto all’accorpamento delle competenze in tema di internazionalizzazione presso il Ministero degli Esteri.

Luci ed ombre sulla crescita

La flessibilità delle PMI italiane, che costituiscono l’ossatura del Made in Italy, è un importante fattore competitivo nella stagione post crisi. Di contro le dimensioni ridotte delle imprese, la scarsità di risorse umane e finanziarie da dedicare ai processi di internazionalizzazione, sono un ostacolo per la conquista dei mercati esteri. Si presenta quindi la necessità di far crescere le imprese che già hanno relazioni internazionali parallelamente alla necessità di incrementare il numero di aziende esportatrici.

L’incremento dei prezzi delle materie prime e dei costi legati alla logistica distributiva (caro noli marittimi, scarsità di container, squilibrio produttivo tra Oriente e Occidente, carenze infrastrutturali) sono tra le cause principali che hanno innescato una spirale inflattiva che potrebbe avere conseguenze negative sulla crescita traslandosi sul prezzo finale dei prodotti. Recenti studi indicano un aumento dei prezzi del 2,6/3,0%.

Il fenomeno della “supply chain disruption”, risulta impattante in quanto influisce in maniera determinante sui flussi import-export, con conseguenze negative sui prezzi dei prodotti finali al consumatore.

L’emergenza sanitaria, infatti, contribuisce in termini di maggiori controlli e tempi anche a livello doganale e provoca maggiori interruzioni dei servizi logistici (chiusura di porti cinesi per quarantena ma anche conseguenze di casuali incidenti come la nave recentemente incagliata a Suez). Non è più possibile avere tempi certi di consegna e si ha un costo dei servizi in continua ascesa.

Cosa fare

Secondo Aice l’UE dovrebbe tutelare le aziende europee facendo sistema, in modo da poter, ad esempio, trovare soluzioni per fronteggiare l’aumento dei costi dei containers che negli ultimi 12 mesi ha raggiunto il più 300%.

Il reshoring, cioè il ritorno in Italia o in Europa delle produzioni oggi realizzate in Paesi lontani, potrebbe essere una soluzione, ma è ancora poco adottata dalle aziende italiane. Il fenomeno della ri-localizzazione forzata e della delocalizzazione va riletto in un’ottica di globalizzazione 2.0, il cui tema principale è l’accorciamento e una gestione più consapevole delle catene del valore, anche in termini di sostenibilità.

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