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Dal fallimento alla crisi
c'è tutto da guadagnare

Il nuovo Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza ridisegna completamente il perimetro delle misure che intervengono nelle situazioni critiche. Ecco le opportunità che le aziende devono saper cogliere

18 Ottobre 2021

Heber Caramagna, Senior Executive Manager Knet Project S.p.A.
Dal fallimento alla crisic'è tutto da guadagnare

La Commissione Rordorf nel 2019 ha licenziato il testo del Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza ma, già dopo breve tempo dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ci sono stati differimenti e proroghe da parte del legislatore, intento com’era quest’ultimo a supportare le imprese nell’ammortizzare al meglio gli effetti della pandemia virale e certamente meno interessato a innovare in quel periodo l’impianto giuridico. Il Codice della crisi veniva così differito una prima volta al 1 settembre 2021 e una seconda volta al 16 maggio 2022 (addirittura al 31 dicembre 2023 per quanto concernente l’introduzione delle procedure di allerta) per via del perdurare della situazione emergenziale in Italia.


Le opportunità da cogliere oggi

Tra le prime opportunità del nuovo dettato normativo troviamo certamente la modifica alla Legge Fallimentare in materia di transazione fiscale e contributiva. Il legislatore ha voluto anticipare l’applicazione del cosiddetto cram-down fiscale e previdenziale, già contenuto nel Codice della crisi d’impresa, conferendo al Tribunale il potere di omologare un concordato preventivo, così come un accordo di ristrutturazione dei debiti, anche in caso di espressione negativa al voto/adesione da parte della Amministrazione finanziaria e degli Enti previdenziali, purché al verificarsi di talune precondizioni. Tale modifica all’impianto normativo si è resa necessaria dal momento che l’Agenzia delle entrate e l’INPS hanno mantenuto negli anni un atteggiamento sovente troppo “prudente” in materia di crisi d’impresa, rigettando la maggior parte delle richieste di transazione proposte da imprese in crisi seppur manifestatamente più convenienti rispetto a soluzioni fallimentari, così producendo un danno non solo per le imprese in difficoltà ma altrettanto per l’Amministrazione e gli Enti previdenziali stessi, incapaci di recuperare in sede fallimentare quanto avrebbero potuto conseguire in caso di transazione.

Una seconda opportunità è l’introduzione di una nuova procedura semplificata definita come composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa. Si tratta in questo caso di un istituto giuridico del tutto nuovo per il nostro ordinamento, uno strumento di natura stragiudiziale il cui obiettivo è quello di consentire un rapido intervento di risanamento aziendale per evitare che le prime avvisaglie di tensioni economico-finanziarie si trasformino con il tempo in uno stato di crisi di più ardua risoluzione. Il legislatore ha previsto che nella composizione negoziata della crisi venga concessa all’impresa in difficoltà la possibilità di richiedere alla competente Camera di commercio la nomina di un esperto indipendente avente quale obiettivo quello di agevolare le trattative e negoziazioni tra imprenditore in crisi, creditori e potenziali investitori. L’impresa che aderisca alla composizione negoziata della crisi può inoltre godere di una serie di misure premiali di natura fiscale, ennesimo tentativo del legislatore mirato a far sì che la crisi emerga sempre più su incipit dell’imprenditore e non invece di creditori sul piede di guerra.

Una terza opportunità riguarda le modifiche intervenute agli accordi di ristrutturazione (agevolati e a efficacia estesa). Giova ricordare che lo strumento dell’accordo di ristrutturazione, creato con l’obiettivo di incentivare le imprese in difficoltà a rimodulare e ristrutturare i propri debiti attraverso negoziazioni con i singoli creditori, nasceva in origine come strumento principe per salvaguardare la continuità d’impresa. Esso si inseriva tra il piano attestato di risanamento, in origine previsto dal legislatore come strumento per l’impresa in temporanea difficoltà, e il concordato preventivo, la cui applicazione era prevista in origine come strumento per la gestione della crisi manifesta e dell’insolvenza. La realtà, tuttavia, ha mostrato in questi anni un destino ben diverso per i suddetti strumenti di lotta alla crisi. Il piano attestato è stato sovente vissuto dagli imprenditori come il “prezzo da pagare” per ricevere nuova finanza dalle banche. Ne è la riprova il numero di imprese che ha depositato piani attestati di risanamento plurimi, puntualmente smentendo le assunzioni fatte nei propri piani precedenti. Di contro il concordato preventivo è stato spesso vissuto come l’anticamera del fallimento, la possibilità per l’imprenditore di guadagnare un semestre nel tentativo di estrarre inaspettatamente il coniglio dal cilindro e ripartire di slancio. Dunque, senza qui voler entrare nel merito degli accordi di ristrutturazione agevolati o a efficacia estesa, il legislatore ha stabilito che in caso di continuità aziendale, l’impresa in difficoltà, che abbia raggiunto almeno il 75% delle adesioni provenienti da creditori di una medesima categoria, possa estendere l’efficacia dell’accordo al restante 25% dei creditori dissenzienti.

Parallelamente, lo strumento prevede ora che la percentuale dei creditori aderenti sia ridotta dall’originario 60% al 30%, al ricorrere di determinati presupposti, tra i quali la rinuncia del debitore alla dilazione di pagamento di 120 giorni dei creditori dissenzienti. Alla luce di ciò, un’ulteriore opportunità per le imprese che intendano ristrutturare la propria debitoria, potendo oggi sfruttare delle misure agevolative inesistenti nel nostro recente passato.

In ultimo, una quarta opportunità deriva dalla revisione alla norma in materia di concordato preventivo in continuità. Sin dal 2012 il legislatore, mosso da un favor verso il concordato preventivo in continuità, aveva previsto per l’impresa in crisi la possibilità di fruire di una moratoria per il pagamento dei crediti muniti di privilegio, pegno o ipoteca sino ad un anno dall’omologazione. Tale limite, tuttavia, è stato nell’ultimo decennio tra i più temuti da imprenditori e professionisti i quali, pur stiracchiando per quanto possibile i numeri delle proposte concordatarie, sovente non riuscivano a garantire il pagamento dei creditori privilegiati entro 12 mesi dall’omologazione. Il legislatore, anticipando una norma già prevista nel nuovo Codice della crisi, ha inteso concedere alle imprese debitrici la possibilità di estendere la moratoria per il pagamento dei creditori muniti di privilegio sino a 24 mesi dall’omologazione del piano di concordato. Non solo. Nell’ottica di garantire che la continuità d’impresa fosse salvaguardata non solo in termini strategico-imprenditoriali ma altrettanto in termini giuridici (giova ricordare che sino a oggi tutti i creditori, dipendenti inclusi, non potevano essere liquidati per quanto maturato e scaduto prima del deposito dell’istanza di ammissione alla procedura concordataria, creando così una situazione dove ai dipendenti era richiesta la prosecuzione delle attività d’impresa non potendo tuttavia liquidare le retribuzioni scadute ante deposito), il legislatore ha altresì autorizzato il pagamento delle retribuzioni relative alla mensilità antecedente il deposito del piano per i dipendenti la cui attività è oggetto di continuità. Anche qui, pertanto, un’opportunità per tutte le imprese che sino a oggi avrebbe voluto accedere a procedure di concordato, non potendo farlo in quanto inabili a liquidare i creditori muniti di privilegio entro l’anno dall’omologazione.


Ci siamo sin qui concentrati su quattro opportunità che riteniamo possano rivestire particolare interesse per le imprese in stato di crisi e insolvenza. Non resta a questo punto che attendere, con la speranza che gli imprenditori in difficoltà colgano le suddette opportunità per trarre il meglio dalla crisi, oggi, non domani. Secondo il vecchio adagio di Publilio Siro “Quando si agisce, il coraggio cresce, quando si rimanda, cresce la paura”.

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