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La piazza No Green Pass e quell'ambiguità molesta di Meloni e Salvini

A Roma una massa diventata protagonista causa tam tam mediatico ha messo in mostra il peggio di sé. I leader di Lega e Fdi continuano a non esprimersi chiaramente sui vaccini. E non sconfessano Forza Nuova

Sergio Luciano
La piazza No Green Pass e quell'ambiguità molesta di Meloni e Salvini

“Ti vaccini, non ti ammali e non contagi. Non ti vaccini, ti ammali e puoi morire. Non ti vaccini, ti contagi, contagi qualcuno, qualcuno può morire”: con 42 milioni di italiani vaccinati e oltre 2 miliardi e 700 milioni di persone vaccinate nel mondo, la sintesi di Mario Draghi sul tema al centro dei disordini e delle violenze della frangia oltranzista dei no-vax e no-greenpass dovrebbe concludere qualsiasi polemica.

Purtroppo non è così. C’è un male oscuro della ragione, o meglio dell’emozione, che suggerisce a tante, troppe persone - in larghissima maggioranza perbene e solitamente di buon senso - un ripudio, anzi un timorpanico, un rifiuto della vaccinazione che nessun ragionamento riesce a piegare. 

Sono pochi, pochissimi in realtà: ma hanno trovato nei social media il crogiolo ideale per sentirsi invece parte di una grande comunità trasversale, che alimenta vicendevolmente le paure di ciascuno, abitua a non vergognarsene più, le eleva anzi a elemento distintivo di una minoranza avveduta e prudente, intuitiva e smaliziata, che insiste a intravedere fantasmi inesistenti dietro un rimedio farmacologico che sta debellando la più imprevista e violenta e letale delle pandemie dell’era moderna che si sia mai registrata. 

La cassa di risonanza dei social media dà dignità di massa a masse che in realtà non sono tali. Diviene una centrale organizzativa e una maleodorante palestra di rabbia per tranquilli padri di famiglia, prudenti massaie, sereni travet che mai su altri argomenti avrebbero immaginato di scendere in piazza.

Di fronte a questa polveriera, minima ma fragorosa, va detto che la linea del governo è stata encomiabile. Resistendo alla sacrosanta tentazione di imporre l’obbligo di vaccinazione, il governo ha scelto la strada maestra di una democrazia liberale, che è quella di dettare regole integrate da deroghe. Deroghe che però non si spingono, per malinteso populismo, fino al punto da pregiudicare il superiore interesse collettivo di debellare la pandemia.

Di qui l’idea del green pass a tre fattori: un documento che si può ottenere se si è vaccinati con doppia dose, la strada maestra; cui si ha diritto se si ha avuto la ventura di ammalarsi e guarire grazie alla propria naturale reazione immunitaria; o infine se si è verificato con un tampone effettuato nell’arco delle 48 ore precedenti l’impiego del green pass di essere immuni dal virus.

In quest’ultimo caso – però: ed è evidente! – c’è un problema insormontabile: il costo del tampone. Che il servizio sanitario nazionale non può accollarsi per finanziare così una scelta che si vuol lasciare libera non imponendo il vaccino per legge ma che – appunto - costa. E si introduce così un deterrente economico alla scelta totalmente priva di senso di non vaccinarsi: priva di senso, è ovvio, salvo che non sia l’autorità sanitaria a decretare che quel soggetto non possa sottoporsi alla vaccinazione.

E’ su questo elementare tema civico che i no-greenpass scatenano la loro rabbia insensata. Pretenderebbero non soltanto di non vaccinarsi e di non dover, per questo, esibire il greenpass nei luoghi pubblici – compresi quelli di lavoro – nei quali vogliono recarsi, ma pretenderebbero addirittura di non dover per nulla fare il greenpass, o al massimo di poter fare gratuitamente i tamponi.

Queste persone dimenticano – o meglio ignorano deliberatamente – che chi non si vaccina (torniamo alla sintesi di Draghi) pone a rischio non solo se stesso ma l’intera collettività, rendendosi potenziale veicolo di contagio. Alimentando la pandemia. Ingolfando, ancora e ancora, gli ospedali e le terapie intensive; protraendo le liste d’attesa degli ammalati di tutte le altre patologie che non trovano posto, e magari per questo muoiono; aggravando i costi già enormi che il servizio sanitario nazionale sta sostenendo da quasi due anni per questo flagello.

I no-vax e i no-greenpass che non abbiano comprovate ragioni sanitarie per non vaccinarsi e non volersi sobbarcare ai tamponi a pagamento, meriterebbero trattamenti ben più severi di quelli ad oggi previsti dalla legge, cioè non poter frequentare luoghi pubblici. Per chi violi regole elementari di coesistenza civile – fermarsi ai semafori, superare l’esame di guida per prendere la patente e poter guidare l’auto, esibire un documento per comprare alcolici o per entrare in certi uffici pubblici – sono previste sanzioni e multe fino all’arresto. 

Quale assurda impunità dovrebbe tutelare i no-vax e no-greenpass? Attenzione: la norma Draghi non è priva di pecche, perché se tutti i no-greenpass volessero farsi il tampone, non basterebbe l’attuale capacità del sistema di farne: 400 mila al giorno sono pochi. Ma questo è un problema risolvibile, potenziando il sistema: purché i costi siano pagati dagli interessati…

Ma la questione è trascesa, con tutta evidenza. Ora, le componenti più scalmanate e deliranti di questa minoranza fragorosa hanno politicizzato e radicalizzato la loro protesta fino all’eversione. 

E due dei leader del centrodestra, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, continuano in un inspiegabile atteggiamento di non-condanna, e quindi di ambigua apertura, verso questa striminzita frangia elettoralmente priva di peso, per accarezzarne il fondamentalismo, un fondamentalismo sfociato nello squadrismo che non potrà portar ai due leader ammiccanti nulla di utile, anzi: li confina in una dimensione di opposizione surreale, dalla quale farebbero bene a uscire più oggi che domani, perché non avrebbero mai dovuto confinarvisi. 

Perché l’abbiamo fatto, è un mistero. Certo, non è con questi errori che possono pensare di candidarsi alla guida di un centrodestra di governo, compatibile con l’Europa, con le regole minime della democrazia liberale e anche più semplicemente, con la logica del buon padre di famiglia.

P.S.: la questione dei rigurgiti di fascismo, che tanta prova di sé hanno dato nei disordini di questi giorni, investe in pieno l’ambiguità della Meloni (cosa aspetta a dire chiaro e tondo che non c’è spazio in Fratelli d’Italia per gli avanzi di galera di Forza Nuova?) e appena un grammo in meno la linea di Salvini. Ma, davvero: in questa storia c’è di più e c’è di peggio dell’inarchiviabile questione della nostalgia post-fascista, e cioè che questo modo di fare politica è da giovinastri insensati. E questo è tutto.

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