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SARò FRANCO

Il «qualcosa di sinistra» sbagliato da Letta e la leadership che servirebbe al paese peccato che l’abbia detta sbagliata

Franco Tatò
Il «qualcosa di sinistra» sbagliato da Letta e la leadership che servirebbe al paese peccato che l’abbia detta sbagliata

Malgrado il prolungato silenzio della stampa – perchè non ne ha parlato praticamente nessuno – non posso trascurare un fatto che riguarda Enrico Letta ed è accaduto poco tempo fa. Enrico non è mai stato socialista nella sua vita. Credo che del socialismo e della stessa sinistra abbia più una conoscenza libresca o frutto di convegni e talk show che un’esperienza vissuta in lotte operaie o discussioni sindacali. Che io sappia, Letta è sempre stato, nell’anima, un democristiano, magari di sinistra ma democristiano.

Indubbiamente i democristiani di sinistra costituiscono una delle anime del partito democratico, e questo giustifica che Enrico si dichiari democratico senza imbarazzo. 

Letta diventato segretario del Pd  in circostanze piuttosto stravaganti perchè non è stato eletto veramente dalla base del partito ma da un accordo di direzione. E forse anche per questo ha sentito l’esigenza di fare qualcosa di sinistra per giustificare la sua nomina e la sua presenza. Presenza che in realtà – e purtroppo - aveva come scopo quello di permettere il proseguire delle zuffe tra i capobanda delle fazioni tradizionali del partito democratico che affondano le loro radici nella storia politica della sinistra italiana e quindi provengono dal contrasto tra il vecchio il partito socialista, il vecchio partito comunista, i democristiani di sinistra, insomma tutti i prodotti di una tradizione partitica devastata ma  ancora superstiti e ricomposti nel partito democratico da una geniale idea di Veltroni.  

La concezione di Enrico Letta di dire o fare qualcosa di sinistra è un regalo e insieme una punizione. Ed ecco quindi che lo si è sentito proporre, per la prima volta al mondo, di punire con una tassazione più elevata una categoria di cittadini per regalare il gettito così ricavato a un’altra categoria.

Ma chi è il Mogul che decide chi punire e chi premiare? Per quello che ho capito, per ora c’è solo una teoria. Si puniscono i ricchi e si danno i soldi ai giovani. 

Non ha senso togliere a una categoria sociale per trasferire denaro a un altro gruppo

Ebbene: si tratta di un doppio, profondo errore. Il primo errore è legislativo, appunto quello di punire una categoria socio-economica a favore di un’altra, una cosa che non s’è mai vista e, nella misura in cui è stata a volte embrionalmente abbozzata, non ha mai funzionato.

Il secondo errore è ancora più profondo perché riguarda l’educazione dei giovani. Giovani che si affacciano alla vita e vengono informati che non hanno bisogno di studiare, non hanno bisogno di ottenere dei risultati, di rendersi capaci di fare qualcosa, o hanno un talento da coltivare, ma per il fatto di esistere avranno in Italia un premio, una somma non indifferente che permetta loro di finanziare l’avviamento non al lavoro ma… ad un’attività quale che sia, non meglio specificata.

Onestamente ogni tanto mi domando come si può arrivare a pensare cose di questo genere. Esporre seriamente, coinvolgere seriamente il presidente del Consiglio in una discussione ridicola, che ovviamente si è conclusa con il premier che ha rimandato a ottobre i proponenti. 

Ma rimane in me la sorpresa e il disagio che il nostro paese sia capace di produrre idee di questa qualità. Speriamo che le cose maturino e l’esperienza insegni che la vita non è fatta di regali ma di conquiste, di impegno, di lavoro, ed è su questo che bisognerebbe motivare le giovani generazioni che escono da un periodo sfortunato di profondo disagio per le difficoltà della pandemia.

In qualche modo, però, la realtà si è ribellata a queste sciocchezze. Noi stiamo uscendo dalla recessione provocata dalla pandemia con una velocità e una convinzione che fin ora erano sconosciuti in questo Paese. Quello che si disse a suo tempo e che si conferma essere vero – dopo la pandemia niente sarà più come prima – dobbiamo confermarlo, ma possiamo dire anche, a  nostro avviso, che è meglio di quel che avevamo immaginato, e temuto. 

Stiamo ritrovando un’Italia capace di fare sistema, lavorare, produrre e crescere ad una velocità non indifferente, malgrado le regole sbagliate che hanno finora impedito la crescita della produttività italiana non siano ancora cambiate, né sembrino destinate a cambiare grazie alle riforme di cui si legge. Sta di fatto, però, che gli italiani hanno preso il toro per le corna e si sono dati da fare: che è poi la vera cosa di sinistra.

Ai giovani va insegnato che la vita è fatta di conquiste, impegno e studio, non di regali

Naturalmente questa ripartenza, questa voglia di fare, di risorgere dalle rovine della pandemia non è la manifestazione di un’Italia fascista, di un’Italia di destra, con una forte componente di centrodestra. Non lo è, è la ripartenza di un’Italia che lavora, che è fatta da sempre di una pasta diversa, e ciò nonostante i sondaggi presentino segnali preoccupanti in quella direzione: sempre più spesso, in tutto il mondo, i sondaggi vengono smentiti dai fatti.

Ma si pone una domanda politica di fondo. Tramontato il governo Draghi, governo di emergenza e di unità nazionale senza precedenti, non estraneo a questa straordinaria ripresa italiana, dal calcio al Pil, cosa accadrà? Vedrà la luce un governo dei militari, come qualcuno ha iniziato ad adombrare? 

Arrivati alle prossime elezioni politiche, le alchimie numeriche si chiariranno, con la legge elettorale che c’è? È molto difficile prevederlo. Sperarlo sì, prevederlo proprio no. È come se gli elettori non avessero ancora digerito la situazione post-pandemia, che siano ancora in fase di apprendimento, e sarebbe più che mai necessaria una leadership in grado di offrire una soluzione e un indirizzo. 

Leadership che oggi non esiste, né a destra né purtroppo a sinistra. 

Ed è questa l’occasione storica che il segretario del Pd, chiunque egli sia, dovrebbe saper cogliere. Questo sarebbe l’indirizzo strategico da assumere: non certo quello di trovare nuove risorse fiscali impartendo punizioni indebite per fare regali impropri.

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