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La “global tax” e le nuove prospettive di tassazione dei gruppi multinazionali

La nuova regolamentazione, elaborata in sede OCSE, dovrebbe entrate in vigore dal 2023 e si fonda su due “pilastri”

Guido Doneddu*
La “global tax” e le nuove prospettive di tassazione dei gruppi multinazionali

L’approvazione, in sede G20, della nuova regolamentazione per la tassazione su base globale delle imprese multinazionali, pur non immediatamente vigente e subordinata all’approvazione di alcuni Stati, rappresenta senza alcun dubbio una svolta epocale nella definizione della modalità di ripartizione della potestà impositiva tra Stati, superando il tradizionale criterio di tassazione del reddito fondato sulla residenza fiscale del contribuente.

La progressiva globalizzazione e l’emergere prepotente di nuove modalità di svolgimento delle attività imprenditoriali, dematerializzate e slegate da criteri classici di radicamento territoriale, ha consentito a molte imprese multinazionali di sfruttare a proprio vantaggio le lacune e asimmetrie esistenti nei sistemi fiscali, al fine di localizzare i profitti nelle giurisdizioni caratterizzate da un minor livello impositivo. Tali comportamenti conducono a rilevanti perdite di gettito per i Paesi caratterizzati da un livello di tassazione medio/alto, con azioni di contrasto unilaterali spesso inadeguate (si pensi all’introduzione della cosiddetta “web tax” o, in generale, di imposte sui consumi).

La nuova regolamentazione, elaborata in sede OCSE, dovrebbe entrate in vigore dal 2023 e si fonda su due “pilastri”: il primo indirizzato a gruppi di dimensioni assai rilevanti (fatturato globale superiore a 20 miliardi di Euro), il secondo, di più estesa applicazione, focalizzato sui gruppi con fatturato globale superiore a 750 milioni di Euro.

Il primo meccanismo di ripartizione è finalizzato ad attribuire una quota di profitti (tra il 10% ed il 20%) eccedente la misura ordinaria (fissata al 10% del rapporto tra utile ante imposte e ricavi) ai Paesi in cui i beni o i servizi distribuiti sono consumati. Sono così superati i tradizionali presupposti di radicamento territoriale dell’attività d’impresa, sostituiti da una combinazione di profittabilità, giudicato eccedente la misura “ordinaria”, e luogo di effettivo utilizzo o consumo dei beni e servizi.

Il secondo meccanismo, di più ampia portata, impone un livello di tassazione minima, in ciascuna giurisdizione, pari al 15%. Qualora tale livello non fosse raggiunto (ad esempio perché in un Paese è prevista l’applicazione di un’aliquota pari al 12,5%) il differenziale (nell’esempio il 2,5%) dovrà essere riconosciuto, quale “imposta compensativa”, al Paese di residenza della Capogruppo.

Ovviamente sono (e saranno, per quanto non ancora esplicitamente normato) previsti meccanismi volti ad eliminare possibili fattispecie di doppia imposizione e meglio regolamentata la modalità di esercizio della potestà impositiva in capo ai singoli Paesi in cui il gruppo multinazionale opera.

Indubbiamente non sono di agevole individuazione i vantaggi conseguenti all’implementazione della regolamentazione innanzi sinteticamente rappresentata, dovendo ancora essere definite nel dettaglio le modalità applicative, la sorte delle norme agevolative locali ed i criteri di determinazione della base imponibile “comune” di riferimento.

E’ tuttavia ragionevole prevedere che, per un Paese caratterizzato da un livello impositivo sui profitti societari medio/alto, quale l’Italia, gli effetti in termini di gettito incrementale saranno positivi e prevalentemente conseguenti all’attribuzione di quote di profitti conseguiti mediante vendite realizzate in Italia dalle grandi multinazionali della “digital economy” e dei beni di largo consumo.

Quanto all’attribuzione della quota “compensativa” d’imposta rispetto al livello minimo del 15%, dovrebbe operare in un numero più limitato di casi, ove un gruppo residente conseguisse profitti in giurisdizioni caratterizzate da un’imposizione inferiore al 15%, non intercettati della vigente norma interna sulle cosiddette “CFC-Controlled Foreign Companies”.

Al netto degli effetti di segno opposto, conseguenti ad esempio al riconoscimento di criteri per imposte assolte sul medesimo reddito in altre giurisdizioni ed alla necessaria abrogazione della “web tax” (il cui gettito, peraltro, si è sin qui rivelato modesto) è comunque prevedibile un effetto globale positivo sulle finanze pubbliche.

Più complessa risulta la valutazione degli effetti per il tessuto imprenditoriale nazionale. Una prima conseguenza sarebbe il venir meno (o, quantomeno, il forte ridimensionamento) dei meccanismi concorrenziali distorsivi conseguenti allo sfruttamento patologico della variabile fiscale. Uniformare i livelli impositivi su scala globale consentirebbe, infatti, di neutralizzare il “vantaggio competitivo fiscale”, a beneficio del libero esplicarsi dei ordinari meccanismi di mercato. Ma vuol dire anche eliminare i fenomeni di radicamento territoriale delle attività d’impresa motivati unicamente (o prevalentemente) dalla ricerca di livelli impositivi particolarmente contenuti, a tutto vantaggio di quei Paesi che hanno investito (o investiranno, come previsto per l’Italia dal cosiddetto “Piano nazionale di ripresa e resilienza”) nello sviluppo infrastrutturale e nell’innovazione tecnologica.

Dal punto di vista strettamente fiscale, l’applicazione coordinata e coerente della “global tax” dovrebbe altresì consentire una semplificazione delle norme che regolano la ripartizione della potestà impositiva tra Stati, con necessaria revisione di talune previsioni pattizie contenute nei Trattati contro le doppie imposizioni, della normativa sui prezzi di trasferimento e dei meccanismi di prevenzione e soluzione delle controversie fiscali internazionali.

Non rimane ora che attendere l’adesione alla proposta da parte dei Paesi (anche membri dell’Unione Europea) ancora restii ed il completamento del quadro normativo, con una puntuale regolamentazione dei meccanismi operativi e di coordinamento.

* Partner Pirola Pennuto Zei & Associati

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