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l'editoriale

Dottor Governo e Mister Hyde

Tre esempi di un evidente scollamento tra un governo "Dottor Jekill" che cerca di fare e un’infrastruttura pubblica (Deep state, si direbbe in inglese) che disfa, o comunque non fa

Sergio Luciano
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Che significa aver nominato – come ha ben fatto il governo Draghi, tramite il ministero delle Infrastrutture e mobilità sostenibili retto dall’ottimo Enrico Giovannini - 29 commissari straordinari per gestire 57 opere pubbliche del valore d’investmento pari a 83 miliardi? Lo dice il comunicato dello stesso ministero: queste opere sono “da tempo bloccate a causa di ritardi legati alle fasi progettuali ed esecutive e alla complessità delle procedure amministrative”. 

Chiaro? Le parole chiave sono “bloccate” e “procedure amministrative”. Tradotto: nella pubblica amministrazione non funziona più un tubo, ci vogliono dei dittatori ad acta per cercare di combinare  qualcosa di pratico.

Che senso ha avuto ed ha quel che è accaduto e sta accadendo nei casi di Autostrade – innanzitutto – ma anche della Tirrenia? Semplice: una società privata che gestisce un bene strategico (la rete autostradale lo è) è stata per 32 mesi indagata per un’accusa stravolgente – strage - prima che la giustizia chiudesse le indagini preliminari.  Mentre i magistrati – colleghi di altri che altrove hanno commissariato fior di società per sospetti di corruzione o di illeciti infinitamente meno gravi del crollo del ponte Morandi – hanno a lungo permesso l’assurdo che l’azienda sospettata venisse gestita dagli stessi che potrebbero risultare colpevoli dei reati per i quali sono indagati, la politica dibatteva dell’improbabile ipotesi di caducare o revocare la concessione, quasi che le eventuali colpe fossero dell’azienda intera e non di un ben preciso numero di decisori al suo interno e della proprietà che impartiva loro le direttive eventualmente criminogene. E la magistratura, impassibile, che non arriva a un “dunque”.

E la Tirrenia? Una società-groviera per una gestione dissipatrice che gli stessi patrocinatori della proprietà (si spera uscente) descrivono come tale, che in tribunale tenta di evitare il fallimento, da anni schivato solo per vecchi e inconfessabili favoritismi bancari, chiedendo un concordato in continuità che significherebbe affidare (o riaffidare) le pecore al lupo. Come si è potuti arrivare a questo punto, sordi all’evidenza dell’enormità di un debito crescente, in larga misura verso lo Stato concedente?

Sono solo tre esempi di un fenomeno diffuso. Di un evidente scollamento tra i vari meccanismi dello Stato. Quasi una schizofrenia, una contrapposizione intestina. Uno Stato, o un governo, Dottor Jekill che - soprattuto ora che c’è un Draghi a guidarlo - cerca di fare. E un’infrastruttura pubblica (“deep State”, si direbbe in inglese) che disfa, o comunque non fa.

Il Parlamento – al netto della sua attuale surreale composizione, lontanissima dagli orientamenti veri dell’elettorato di oggi, maionese impazzita tenuta insieme solo dal cerotto della pandemia e dalla voglia collettiva di salvare la poltrona – legifera troppo e male, nel senso che oltre il 70% delle leggi, anche quelle dei primi due governi Conte, restano inattuabili per mancanza dei regolamenti. L’esecutivo impartisce direttive prevalentemente per Dpcm o per Decreto, ma poi gli uffici ministeriali insabbiano o perlomeno rallentano. E la magistratura, civile e penale, si comporta come se vivesse non su un altro pianeta: su un’altra galassia. 

Mario Draghi sa perfettamente che così l’Italia non può farcela a riagganciarsi all’Europa. Ma chiaramente oggi deve gestire le due prorità per le quali il suo governo è nato: la lotta alla pandemia col piano vaccinale e il varo del Pnrr. 

Draghi sa che la metà delle leggi attuali va cestinata e rifatta, con le famose riforme. Quella del settore finanziario, con il Testo unico della finanza, porta il suo nome: la “Legge Draghi”. Ma non ha, oggi, le condizioni politiche per attuare le riforme strutturali, che pure orgogliosamente il Pnrr indica. Ma affinchè siano efficaci, dovrebbero essere in qualche modo coercitive, se non addirittura punitive, contro le categorie responsabili delle attuali arretratezze, che sono però lobby potenti e rappresentatissime in Parlamento. Il quadro politico reggerebbe? Improbabile.

Però dobbiamo dircelo: se non si trova la strada politica per una riforma liberale degli apparati pubblici, del decentramento, della giustizia, delle responsabilità e dell’esecutività, l’Italia non svolta.

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