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Poche illusioni: ci aspetta un autunno di grande sofferenza

Per Confassociazioni urgono maggiori risorse per supportare il sistema produttivo e professionale

Marco Scotti
Non chiamatelo fallimento la crisi diventa un nuovo inizio

"Siamo sempre stati ottimisti". Inizia così il corposo Report realizzato da Confassociazioni: un documento previsionale per il 2021 che non lascia spazio a grandi aspettative. L'autunno sarà caldo, caldissimo. E questo perché le aziende, specialmente quelle piccole che rappresentano la stragrande maggioranza del tessuto italiano, hanno ricevuto nel 2020 tra i 4 e gli 8mila € nel periodo 2020 e  2021. Una cifra che non copre nemmeno il 5% dei costi fissi sostenuti da coloro che sono  stati costretti a chiudere per periodi prolungati. Praticamente, un’elemosina. Senza poi dimenticare che i 32 miliardi del Decreto Sostegni erano stati autorizzati dal  Parlamento per coprire le chiusure a cavallo delle feste di Natale. Adesso siamo ad aprile, tutti  in “quasi lockdown” con la prospettiva di arrivare in questa situazione a maggio, se va bene. E  comunque le restrizioni parziali per molte attività e la crisi dei consumi ci saranno quanto  meno fino alla fine del 2021. Senza contare eventuali quarte ondate nel prossimo autunno. 

"Bisogna essere pragmatici - si legge ancora nel report - e le domande sono molto semplici: se un ristorante, che prima faceva  150 coperti e aveva 10 camerieri, per i prossimi 12-14 mesi farà 50 coperti, di quanti camerieri  avrà bisogno? Vale lo stesso per servizi professionali, ristoranti, bar, alberghi, servizi alla  persona, eventi, palestre, piscine, discoteche, attività culturali e tutti gli altri servizi non  essenziali o soggetti a distanziamenti o restrizioni". D'altronde, in poco più di un anno di Covid abbiamo bruciato 350 miliardi.

In tutto ciò Confassociazioni stima che, nei prossimi 9 mesi, potrebbero chiudere almeno una impresa su 4 sotto i 10 dipendenti. Non supportare questo sistema provocherebbe  conseguenze disastrose sul piano occupazionale quando finiranno il blocco dei licenziamenti e  la cassa Covid. Perché se una partita iva chiude o un’impresa porta i libri in tribunale, si  distrugge capacità produttiva e occupazionale, oltre a quella fiscale che ne deriva. E se si  perdono imprese e capacità produttiva, ci vorranno tanti anni per recuperarle.

Ci sono dunque quattro problemi (più uno) che ci attendono nei prossimi mesi e che renderanno particolarmente difficile il periodo autunnale, oltretutto con lo spauracchio di una quarta ondata che non può essere esclusa a priori. 

Il primo problema è la fine di misure come il divieto di licenziamento e la Cassa Integrazione  Covid prevista per il 30 giugno e, secondo alcune ipotesi, con prolungamenti fino al 30  settembre su base settoriale. Il Centro Studi di CONFASSOCIAZIONI, rielaborando i ben  più pessimistici dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), stima che  potremmo perdere fino ad un milione e 500mila lavoratori nei prossimi 12/15 mesi,  principalmente per effetto della chiusura di circa 500mila piccole imprese sotto i 10  dipendenti.  

Il tutto si sommerà ai circa 600mila occupati che abbiamo perso nel 2020 (principalmente  tempi determinati) e alla perdita di decine di migliaia di stagionali e occupati in nero.  Tutto questo si sta già riversando su ammortizzatori sociali come Naspi e Reddito di  Cittadinanza. E stiamo tralasciando il problema delle donne, che sono state e saranno parte  preponderante di questa strage di occupati nei settori del turismo, della ristorazione, e dei  servizi non essenziali. Insieme ai sanitari, l’altra prima linea vittima (indiretta) della  pandemia. 

Il secondo problema è l’orizzonte della fine del blocco degli sfratti che è fissata anch’essa al  30 giugno. Grazie a questa salvaguardia molte persone hanno smesso di pagare gli affitti ai  proprietari, non sempre a causa della crisi. E nessuno ha consentito di sfrattare almeno coloro  che erano già morosi nel periodo pre-pandemico con una grave ingiustizia nei confronti dei  proprietari. Anche qui, si tratta di una misura che non potrà essere prolungata troppo a lungo  anche perché il credito d’imposta per i proprietari ristora solo una piccola percentuale  della perdita, al di là dell’iniquità della tutela giuridica per chi era già moroso. Come dire, la  fine del principio di legalità. 

Un terzo problema è quello delle moratorie sui mutui (circa 189 miliardi di Euro) anch’essa  fissata sull’orizzonte del 30 giugno. Si tratta di un grosso problema per le banche che, oltre a  capire se 2 milioni e 700mila persone riprenderanno a pagare i propri mutui, dovranno  comprendere quanti soggetti avranno ancora un lavoro in grado di onorare il mutuo stesso,  anche a seguito della fine del divieto di licenziamento. Tra l’altro, la data è difficilissima da  cambiare perché fissata da una normativa dell’EBA che determina in 9 mesi il massimo ritardo  possibile del pagamento. Di conseguenza, se non si ottiene un’ulteriore deroga dall’Europa,  tutti dovranno re-iniziare a pagare entro il mese di settembre 2021. Un’altra piaga da affrontare  nel mondo dell’economia pandemica.

Senza poi dimenticare, i 162 miliardi di prestiti garantiti dallo Stato con il Decreto  Liquidità che rischiano di diventare un vero problema per le banche inizialmente, e per lo  Stato a seguire. Di qui, a cascata, una serie di problemi per le persone e, soprattutto, per le  banche che rischiano di trovarsi in pancia un grande quantità di NPL. KPMG stima  complessivamente per la fine del 2021 e l’inizio del 2022 una cifra monstre tra i 50 e 100  miliardi di NPL e, se la forchetta è così ampia, significa che la stima si colloca sula parte alta  invece che su quella bassa.  

Un enorme problema per le banche italiane che avevano appena finito di liberarsi degli NPL  della crisi 2008-2011. Sappiamo bene quanto il nostro rating internazionale dipenda dalle  sofferenze delle nostre banche. E sullo spread generato da eventuali banche in crisi, non  c’è effetto Draghi che tenga.

Infine, un tema strategico per il presente ed il futuro. Almeno 107 miliardi di euro di evasione  fiscale e previdenziale che, al 30 giugno 2020, ha portato il carico residuo delle cartelle  esattoriali ancora da riscuotere a quasi 1000 miliardi di euro, di cui una parte preponderante  relative al periodo 2001-2015, cioè praticamente prescritte.  

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