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L'EDITORIALE

Pragmatismo, unico salvagente

Sergio Luciano
Pragmatismo, unico salvagente

Diciamocelo: chi fa impresa, chi lavora in proprio, vive tempi di spaesamento. Dovunque si giri, vede casino. Sembra che nulla funzioni più come si deve, perfino gli apparati che – come la Regione Lombardia – prima del Covid sembravano funzionare. Chi non ha lavoro, ma ha testa sul collo per valutare la crisi, trema. Solo gli statali possono star tranquilli: e il governo li ha premiati con un aumento di stipendio. Una delle tante stranezze di questa fase. Capire il perché di queste stranezze può aiutare ciascuno di noi, nel suo ruolo di cittadino lavoratore ad assumere l’atteggiamento giusto per superare la crisi. La parola chiave è quella che il premier Mario Draghi ha ripetuto di più: “pragmatismo”. Che significa anche ingoiare bocconi amari pur di non morire di fame. 

Partiamo dal caso della pubblica amministrazione: avrebbe bisogno di una riforma feroce, all’impronta della meritocrazia, della licenziabilità degli inetti. Ma è impossibile varare una riforma del genere, severa, sperando che nel frattempo quel po’ che funziona continui a funzionare. Ne manca il minimo dei presupposti politici. E dunque, pragmaticamente, il governo Draghi ha cercato di coinvolgere i sindacati, noti correi dell’attuale disastro, in un tentativo di riscatto. Contandoci sul serio? Improbabile: affidare ai sindacati degli statali la cogestione della riforma della burocrazia è come nominare Dracula presidente dell’Avis.

Ma cos’altro si poteva fare? Era una scelta pragmaticamente obbligata per comprarsi un po’ di collaborazione: poi se l’ottimismo di Brunetta farà il miracolo di una riforma vera, nomineremo il ministro santo subito.

Altro esempio, il condono: quando Draghi, con understatement britannico, dice che il 90% di inesigibilità dello stock di cartelle esattoriali condonate significa che “qualcosa non va” fa capire in realtà che la macchina tributaria è marcia. Ben lo sanno milioni di contribuenti in lite con un fisco criminogeno e asfissiante, più ancora per l’esosa ed esasperante lentezza delle procedure che per la pura pressione del prelievo. Ma è impensabile cambiarlo subito e radicalmente: meglio un piccolo pragmatico passo avanti che velleitarismi improduttivi. E ancora: le Regioni. La loro debacle organizzativa su sanità ieri e vaccini oggi descrive il disastro dell’attuale decentramento, firmato Lega e controfirmato Pd. E allora? Colpo di spugna e si torna allo Stato centrale? Impensabile. Andiamo avanti mettendoci una pezza. Si potrebbe continuare, ma è chiaro: non c’è tempo e non c’è volontà politica, anzi: manca proprio la politica, per avviare riforme vere. Entro un mese il governo Draghi dovrà presentare formalmente il Pnrr italiano all’Europa per ottenere sul serio i 209 miliardi che ci sono stati promessi. Sappiamo già che le riforme preliminare richiesteci da Bruxelles saranno soltanto abbozzate e quindi promesse, ma non attuate: il cancro della malaburocrazia e la paralisi di una giustizia ingiusta e iniqua non sono malattie curabili con poche pagine di progetto di legge, servono anni e anni, ammesso che bastino. 

E quindi? Nell’attesa rinunciamo ai soldi europei? Saremmo dei pazzi. Ce li daranno perché all’Europa serve un’Italia viva, subalterna ma viva; e ce li daranno perché Draghi ha la credibilità necessaria per farseli dare. Poi la storia andrà dove vorrà. Ma intanto che la storia va, noi dove andremo? Pragmaticamente, dove riusciremo a puntare la rotta. Con i soldi del Pnrr, con quelli del “Sostegni” – peraltro inevitabilmente parziali e lacunosi – con i sollievi delle moratorie (necessariamente da prorogare, come chiede la Confindustria) ma anche col pensiero laterale e la creatività che i nostri concorrenti stranieri non hanno in ugual misura. Quindi innovando: con tutti i gap di connettività e digitalizzazione che subiamo, c’è chi ci riesce. E c’è un ecosistema fatto a modo suo che però alcune chanche le offre, come la coverstory di questo numero racconta. Quindi esportando, perché la manifattura italiana che sa vendere nel mondo è l’unico, trasversale settore ad essersi già ripreso. Quindi, pragmaticamente. Buon lavoro a tutti, che sarà un’estate impegnativa.

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