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Deliveroo tracolla in borsa: è il bradisismo di un modello imperfetto

L'Ipo dell'azienda di food delivery aveva fatto storcere il naso a molti. Ora le preoccupazioni diventano realtà

Marco Scotti
Deliveroo rilancia e Just-Eat trema

Se avete avuto una brutta giornata consolatevi: poteva andarvi peggio. Ad esempio, potevate trovarvi nei panni dell'amministratore delegato di Deliveroo, Will Shu. Il quale, dopo aver deciso di quotare in borsa la sua creatura, ha vissuto 36 ore da brivido. Intanto, la quotazione è avvenuta nella pate più bassa della "forchetta" stabilita dagli analisti (circa 7,6 miliardi di sterline). Poi, perché appena è suonata la proverbiale campanella il titolo è letteralmente precipitato. Alla fine di due giorni di contrattazioni le azioni valgono il 30% in meno e la capitalizzazione di mercato dell'azienda è scesa di due miliardi di pound in 36 ore.

Il motivo è presto detto: il modello di business propugnato dalla cosiddetta gig-economy è ormai entrato in crisi. E non serviva una pandemia per capirlo. Anzi, qualuno ha pensato che proprio perché da 13 mesi siamo chiusi in casa, fosse questo il momento migliore per quotare in borsa un'azienda che si occupa di consegne a domicilio. Nulla di più sbagliato. In primis perché soprattutto nel Regno Unito i notevoli progressi fatti grazie al vaccino spingono a pensare che a breve la gente tornerà al ristorante. E avrà un anno di arretrati da compensare. Altro che restare a casa davanti alla televisione a mangiare sushi: c'è voglia di tornare a uscire, ad avere una vita sociale. 

Secondo vulnus: in tutte le parti del mondo occidentale, il sistema Deliveroo - ovvero affidarsi a lavoratori pagati praticamente a cottimo - sta lentamente implodendo. Si chiedono tutele, si chiedono assunzioni. Tradotto: i costi salgono, i margini si erodono rapidamente. E allora, se prima si poteva pensare di scommettere su qualche giovanotto volenteroso che avesse bisogno di guadagnare qualcosa, ora bisogna prevedere di contrattualizzare questi stessi giovanotti. E il prezzo sale.

Terzo vulnus: Deliveroo, così come Uber e come tutti gli altri siti in cui si prendono persone tendenzialmente bisognose e le si mettono a fare lavori un tempo tutelati, non ha mai generato utili. Anzi, ha perso 224 milioni di sterline nel 2020. Quello che doveva essere l'anno della definitiva consacrazione si è in realtà dimostrato il primo "nail on the coffin" (il chiodo sulla bara) di cui parlano proverbialmente gli anglosassoni.

Quarto e ultimo problema: Mr Shu ha elaborato un meccanismo per cui il suo voto vale 20 volte quello degli altri componenti del board. Con queste premesse, davvero qualcuno ha voglia di investire in un'azienda che ha un elefante nella stanza quando si parla di governance? La risposta è ovvia. Così, il mondo del food delivery deve interrogarsi sul futuro: continuare così? Cambiare? Cessare di esistere?

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