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Ernesto Lanzillo, Deloitte Private «Il Terzo settore sta vivendo una fase di transizione»

Le 359.574 organizzazioni no profit attive in Italia occupano più di 850mila dipendenti, sono l'8,2% delle aziende e valgono qualcosa come 80 miliardi di euro, circa il 5% del Pil. «Il Terzo settore sta vivendo una fase di transizione, in cui il distacco dai modelli del passato è già avvenuto ma l’approdo a nuovi modelli operativi è ancora da completare», spiega Ernesto Lanzillo, Leader di Deloitte Private, illustrando la ricerca La domanda di innovazione del Terzo settore

Marina Marinetti
Terzo settore, è oradi voltare pagina

Ernesto Lanzillo, Deloitte Private Leader

Non sarà profit, ma il terzo settore è pur sempre un'industria. E le 359.574 organizzazioni attive in Italia censite dall'Istat sono pur sempre aziende. Occupano più di 850mila dipendenti e continuano a crescere: erano il 5,8% del totale vent'anni fa, sono l'8,2% oggi. Quasi un'azienda su dieci, insomma. Tutte insieme, valgono qualcosa come 80 miliardi di euro, circa il 5% del Pil. Eppure, la spinta all'innovazione - o, potremmo dire, ad assumere modelli coerenti con la complessità dell'organizzazione e con uno scenario che è radicalmente mutato non solo negli ultimi vent'anni, ma pure negli ultimi 12 mesi - non si avverte. Non pervenuta. O meglio: il desiderio c'è, ma tra e il fare ci si mette in mezzo un deleterio mix tra carenza di risorse finanziarie e di competenze, resistenze interne e reticenze della Pubblica Amministrazione. La valutazione, oltre che oggettiva, risulta nero su bianco dall'autocritica: è la fotografia restituita dall'indagine condotta da Deloitte Private, Fondazione Italia Sociale e TechSoup Italia, il 96% delle organizzazioni non profit sente l’esigenza di innovare, ma manca ancora di una programmazione strategica di medio-lungo periodo. A frenare questa trasformazione sarebbero la. In tutta la galassia terzo settore, infatti, solo imprese e cooperative sociali tendono ad avere un approccio sistematico e radicale all’innovazione. E le tecnologie che rimangono di maggior interesse sono quelle per la comunicazione digitale, il cloud e per l’erogazione dei servizi a distanza.

«L’innovazione è una dimensione considerata rilevante nei processi di sviluppo del non profit italiano e il Terzo settore sta vivendo una fase di transizione, in cui il distacco dai modelli del passato è già avvenuto ma l’approdo a nuovi modelli operativi è ancora da completare», spiega Ernesto Lanzillo, Leader di Deloitte Private, illustrando la ricerca La domanda di innovazione del Terzo settore. «È quindi necessario che nel Terzo settore venga promossa una cultura dell’innovazione condivisa e aperta alla contaminazione con settori e comparti diversi dal proprio ecosistema. Per farlo servono risorse e prospettive di lungo termine, in cui le istituzioni pubbliche e private possano giocare un ruolo chiave per sostenere percorsi e creare ambienti fertili per lo sviluppo dell’innovazione, anche sfruttando la centralità di innovazione, digitalizzazione e sostenibilità sociale nell’agenda europea del Next Generation Eu e, quindi, in quella del governo italiano tramite il Piano di ripresa e resilienza».

I numeri della ricerca

La schiacciante maggioranza delle organizzazioni non profit intervistate, ovvero il 96% delle totali, manifesta una forte esigenza di innovare, con oltre il 70% che dichiara di investire in innovazione sia in ottica di miglioramento della propria offerta di prodotti e servizi, sia per quanto concerne l’ottimizzazione dei processi. In entrambi i casi, però, l’approccio è incrementale piuttosto che radicale: si tende quindi a migliorare o adattare l’offerta già esistente rispetto all’introduzione di servizi, prodotti o processi completamente nuovi. Tuttavia, sebbene la maggior parte degli enti (73%) abbia dichiarato di aver implementato almeno un’iniziativa altamente innovativa negli ultimi 5 anni, più del 60% conferma di continuare a incontrare difficoltà nel promuovere l’innovazione. Le resistenze sono sia endogene sia esogene: all’interno provengono soprattutto da parte di dipendenti, collaboratori e volontari, mentre all’esterno il freno principale rimane il nodo della non proattività e lentezza della Pubblica amministrazione.

A questi ostacoli si aggiunge poi un limite nelle governance e negli organi direttivi: la maggior parte degli enti fatica ad adottare strategie e strumenti operativi per dare esecuzione ad un piano di innovazione e solo il 21% ha definito una strategia di medio-lungo termine con obiettivi dichiarati e misurabili. Ma gli ostacoli principali, affinché l’innovazione possa divenire una priorità strategica ed operativa, rimangono le limitate risorse umane, di competenze e finanziare di cui dispongono gli enti del Terzo settore. Per le organizzazioni che non investono in innovazione, infatti, le motivazioni principali sono l’indisponibilità di risorse economico-finanziario (64%) a cui si aggiunge la mancanza di personale sufficientemente formato o con competenze specifiche (34%).

Un nodo cruciale, poi, è quello della digitalizzazione: anche quando le organizzazioni si considerano inclini alle nuove tecnologie e alla digitalizzazione, spesso, se si guardando le skill possedute in concreto dal personale che ci lavora, per quasi la metà del campione le competenze digitali sono basse. E, anche se l’emergenza Covid ha accelerato i processi di innovazione tecnologica, la strada da fare è ancora lunga: è fondamentale che ai fini di una reale trasformazione digitale, questa dimensione dell’innovazione, tecnologica e digitale, venga affrontata in termini più strategici e, ancora una volta, sistemici.

Più collaborazione tra pubblico, privato e terzo settore

In definitiva, secondo le evidenze messe in luce dallo studio, per favorire lo sviluppo dell’innovazione, le organizzazioni devono trovare nel confronto e nel lavoro in rete una spinta fondamentale. Ma per farlo è necessario sia un sostegno concreto delle Istituzioni, sia un cambio di passo degli enti di Terzo settore. Le aree su cui intervenire sono molteplici: dalla professionalizzazione delle risorse umane, alla capacità di condividere al proprio interno strategie e processi decisionali, dalla disponibilità a misurare gli impatti generati, con una trasparente rendicontazione dell’impatto delle attività svolte su collettività ed ecosistema circostante, fino all’apertura a una reale contaminazione con realtà e ambienti differenti dal proprio.

«Il significato di questo rapporto, che non per nulla nasce da un progetto di collaborazione tra soggetti tra loro diversi come Fondazione Italia Sociale, Deloitte Private e TechSoup Italia, sta nell'esigenza di riflettere sull'importante transizione che il Terzo settore italiano vive in questo momento. Una transizione che può fornire ottimi spunti per elaborare un piano di sviluppo strategico. Le occasioni d’altronde non mancano: dall’utilizzo delle risorse previste dai fondi straordinari del Next Generation EU, alla prossima programmazione europea 2021-2027 relativa ai fondi strutturali di coesione, fino agli indirizzi che la Commissione europea si accinge a definire entro la fine del 2021 riguardo al Piano d’azione europeo per l’economia sociale», commenta Lanzillo.

«La consapevolezza acquisita da imprenditori e investitori di avere una responsabilità diretta nel contribuire all’accrescimento del benessere dei propri dipendenti e della collettività del territorio in cui operano, acuitasi durante la crisi pandemica che ha riportato al centro delle strategie del profit la responsabilità sociale ed il civismo, possono consentire al non profit di contaminarsi di competenze, soluzioni strategiche ed organizzative che contribuiranno a sviluppare innovazione del loro modo di agire e di incidere sull’ecosistema», conclude il Private Leader di Deloitte. «Una missione possibile a cui tutti devono contribuire, perché il terzo settore rappresenta un patrimonio inestimabile per l’Italia e le imprese riconoscono perfettamente questo valore».

Figure 1 Soluzioni innovative più richieste

Figure 2 Vantaggi per investimenti in innovazione

 

Figure 3 Freni all'innovazione

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