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Artificiale o umana, sull’intelligenza siamo ancora decisamente ignoranti

Andrea Granelli
Artificiale o umana, sull’intelligenza siamo ancora decisamente ignoranti

Con sempre maggiore frequenza leggiamo (soprattutto sulla stampa) di questo nascente dilemma: meglio l’intelligenza umana o quella artificiale?  Come ogni quesito mal posto, rischia di trasformare in tifo calcistico – e quindi in semplificazione argomentativa – una questione complessa, delicata e dalle mille sfaccettature che non può essere affrontata in modo binario, per dare la vittoria definitiva a uno o all’altro contendente.

Già sulla definizione di intelligenza non c’è accordo. Il percorso esplorativo su noi stessi e sul nostro funzionamento pur durando da secoli – è ancora ai primordi. Anzi per molti non verrà mai svelato, ma forse solo parzialmente rivelato. Il mistero è infatti parte della condizione umana e l’esistenza dell’intelligenza, come pure la scintilla che accende la vita, rimarranno sempre celati. Come ci ricorda John Keats in una sua lettera, dobbiamo imparare a «stare nelle incertezze, nei misteri, nei dubbi senza essere impazienti di pervenire a fatti e a ragioni».

Oltretutto ci sono molti tipi di intelligenza: quella logico-matematica, quella visiva, quella manuale dell’artigiano, quella musicale, quella emotiva, quella relazionale. Interessante è anche il fatto che in inglese “intelligence” indica sia l’intelligenza che l’informazione – quella importante e difficile da trovare (pensiamo alla Central Intelligence Agency) – indicandoci che la vera intelligenza si basa su un’intima interrelazione fra capacità di ragionamento e informazione.

In che cosa i computer sono imbattibili? Ad esempio nel fare e rifare infinite volte la stessa cosa senza una grinza, senza annoiarsi, senza distrarsi e, così facendo, assicurano l’aderenza procedurale. Ma anche nell’imparare facilmente dall’esperienza di altri, anche dei più esperti – purché questa esperienza lasci tracce in qualche modo osservabili. Questo è il potere delle reti neurali che ha permesso a dei programmi di battere i campioni di scacchi e perfino di Go, considerato più complesso dal punto di vista combinatorio rispetto al già difficile gioco degli scacchi.

Sembrerebbe quindi già spianata la via per dare sempre più spazio decisionale alle macchine. Ma la situazione non è così semplice e vi sono tre aspetti particolarmente delicati da tenere in considerazione.

Innanzitutto in un mondo che cambia, la nuova normalità sarà caratterizzata dall’affrontare cose mai viste prima. Il cuore dell’innovazione non consiste tanto nel fare cose nuove, inventare oggetti che prima non esistevano (anche in questo caso la capacità combinatoria dei computer potrebbe metterli in condizione di produrre oggetti mai visti prima), quanto nell’affrontare – con successo – situazioni e crisi mai incontrate prima, situazioni cioè per le quali l’esperienza pregressa, la conoscenza accumulata non è sufficiente.

In secondo luogo vi sono decisioni che richiedono una tale tempestività da non lasciare al sistema razionale il tempo per soppesare tutte le informazioni disponibili. È il regno dell’euristica che consente per esempio ai grandi campioni del calcio di fare goal impossibili o ai piloti esperti di salvare i passeggeri con spericolati atterraggi di emergenza. Non sempre, infatti, il sistema razionale (il sistema 2 nel linguaggio di Kahneman) ci aiuta a prendere le decisioni giuste, visto che è lento e spesso pigro. Talvolta è proprio la parte più primitiva ma reattiva del nostro cervello (il sistema 1) – quello che attiva il meccanismo di “fight or flight” – che diventa la nostra ancora di salvezza bilanciando dati e ricordi, contesto ed esperienza.

Infine è proprio la gestione dell’eccezione, del caso in cui le regole codificate non si applicano che caratterizza il vero esperto; è proprio in queste situazioni, infatti, che il luminare dimostra di essere tale e getta nuova luce sulla conoscenza disponibile: quando decide, cioè, di non applicare le regole standard, quelle che tutti applicherebbero. In questo caso l’intuito si sostituisce alla razionalità; cuore e pancia tolgono alla testa la guida decisionale. Queste situazioni si originano quando oltre ai dati normalmente valutati ne emergono degli altri – prima invisibili perché ignorati in quanto considerati trascurabili – che in quel contesto diventano significativi. Einstein in una lettera al suo amico Heisenberg commentava a questo proposito: «È la teoria che determina ciò che noi possiamo osservare». Questo è il cuore della mentalità indiziaria e del cosiddetto ragionamento abduttivo – termine ripreso dal filosofo e linguista Charles Sanders Peirce ma enunciato per la prima volta da Ippocrate nella sua Arte della medicina.

E poi non dimentichiamoci mai della qualità del dato.  Come dicono gli informatici, “garbage in, garbage out”: se immettiamo nei sistemi esperti dati sbagliati o addirittura manipolati, il sistema prenderà decisioni errate. D’altra parte la filosofia occidentale è nata anche dalla constatazione che l’apparenza inganna.

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