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La grande fuga da WhatsApp verso Telegram? Una buffonata, ecco perché

La crittografia garantita dall'app di messaggistica di Zuckerberg è la stessa di Signal. Telegram, invece, non permette di nascondere i messaggi a meno di non impiegare chat private. E dunque?

Marco Scotti
Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook

«La privacy era un valore. Per i miei coetanei condividere è un valore»

Fa un po' tenerezza vedere gli italiani che improvvisamente discorrono di privacy come se fossero novelli giuristi o informatici. Fa anche tristezza, perché il tenore delle conversazioni è progressivamente scaduto verso la banalizzazione di ogni concetto. Dunque ricapitoliamo: WhatsApp chiede l'autorizzazione (da confermare entro l'8 febbraio) per poter scambiare i dati con Facebook e si solleva il polverone. Giusto, ci mancherebbe, la privacy è sacra. 

Però, chi si indigna, dovrebbe ricordare che ha giocato per mesi con una app russa che, facendoci vedere come saremmo stati da vecchi o del sesso opposto, ha potuto accumulare informazioni su di noi. Sì, perché ogni volta che si scarica un'applicazione gratuita, il "Pagamento" che viene garantito è proprio quello dei dati. Nessuno fa niente per niente, ovviamente. E dunque è bene ribadirlo una volta per tutte. Quelle noiosissime pagine che accettiamo quasi senza pensarci quando scarichiamo qualcosa sono quelle che autorizzano chi la app l'ha creata a disporre come meglio crede delle nostre informazioni.

E lo stupore è doppio. Perché da una parte si fa finta di niente per scaricare software di morphing facciale, dall'altro si evita di installare Immuni perché "poi il governo ci controlla". Ma, sempre più schizofrenici, corriamo a partecipare alla lotteria degli scontrini perché almeno otterremo indietro parte di quello che abbiamo speso. E come mai lo Stato si dimosta così generoso? Perché vuole mettere un freno a quell'evasione fiscale vomitevole che ogni anno drena risorse. Dunque saprà che gli acquisti effettuati, tracciati, sono stati fatti da una persona che poi magari dichiara un reddito poco sopra la soglia di povertà. 

Si sa, siamo un popolo di creduloni, convinti che ci sia sempre qualcuno pronto a fregarci (come con i vaccini, vero?) salvo poi girare la testa dall'altra parte per passare qualche minuto di divertimento o per provare a recuperare una parte insignificante di quanto speso. 

E veniamo a WhatsApp. Che ha annunciato che dovrà comunicare con Facebook (che sarebbe poi la "holding") per scambiarsi i dati. Apriti cielo: è una violazione delle nostre libertà individuali; è un attacco dei nuovi potenti del mondo. Il che è verissimo, ma fa ridere pensare che la soluzione sia quella di andare su altri servizi di messaggistica. Il tanto decantato Telegram, che ha guadagnato 25 milioni di utenti a livello mondiale in 72 ore, non ha la crittografia di WhatsApp. Le conversazioni segrete? Non lo sono, a meno di non aprire gruppi nascosti. Telegram, alla pari di WhatsApp, rileva e condivide metadati (posizione, soggetti a cui abbiamo inviato messaggi, durata delle conversazioni, ecc.) e non si conosce la destinazione dei dati degli utenti raccolti dalla società.

Signal al momento non raccoglie metadati e sembra offrire un’alternativa, trattandosi di una fondazione e non di un’azienda privata. Tuttavia raccoglie comunque informazioni come il numero di telefono dei propri utenti, e ad oggi non è dato sapere se e come siano utilizzate tali informazioni.

Continuiamo così - diceva Nanni Moretti - facciamoci del male.

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