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È scoccata l'ora
di export e digitale

A dicembre il clima di fiducia delle imprese che passa da 83,3 a 87,7. Segno che qualcosa sta cambiando (in meglio). Ma ancora non basta. E le Pmi devono darsi da fare sul fronte dell'innovazione e dell'internazionalizzazione. Ecco come

23 Dicembre 2020

Ernesto Lanzillo (Deloitte Private Leader)
È scoccata l'oradi export e digitale

Di fronte alla incerta situazione economica generale, l’imprenditore deve puntare sulla tutela di dipendenti e stakeholder dell’ecosistema locale, assicurando una corretta applicazione delle misure di prevenzione dei contagi presso la propria azienda oltre ad una diffusione della cultura di prevenzione, che contribuiscano a migliorare il clima di fiducia sulla capacità di fronteggiare la pandemia da cui dipende la propensione ai consumi, mentre dal punto di vista degli investimenti deve cogliere le potenzialità di sviluppo dei mercati e della competitività. Uno dei modi più efficaci per farlo è puntare sulla digitalizzazione e l’intelligenza artificiale, per mirare a nuovi market place e allo stesso tempo adeguare processi produttivi e distribuzione alla gestione remota o tecnologicamente evoluta. In questo periodo è necessaria la massima attenzione al rassicurare i dipendenti, le famiglie e le comunità dell’ecosistema in cui opera un’impresa, anche interagendo con le strutture pubbliche, per controllate e comprendere dei rischi causati dalla seconda ondata pandemica. Questi sono elementi essenziali per consentire un rapido recupero della fiducia delle imprese e dei consumatori. Ciò nel contesto di un’ampia responsabilità civica di ogni imprenditore nel favorire con la propria strategia aziendale non solo il proprio ritorno economico, ma quello più ampio della collettività che gravita intorno ai suoi interessi economici.

Ed è quello che emerge dai dati pubblicati oggi dall’Istat con il report “Fiducia dei consumatori e delle imprese” per il mese di dicembre, dove si stima un aumento sia dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 98,4 a 102,4) sia dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese che passa da 83,3 a 87,7. Così dopo il peggioramento registrato lo scorso mese, la fiducia torna a migliorare anche se il livello degli indici rimane ancora decisamente al di sotto di quello precedente l’emergenza sanitaria. Con riferimento alle imprese, l’aumento dell’indice composito è trainato dal settore manifatturiero e dalle aspettative, espresse dagli imprenditori operanti nei servizi, sugli ordini (servizi di mercato) e sulle vendite (commercio al dettaglio). Per quanto attiene ai consumatori, sono in miglioramento le aspettative sia sulla situazione economica generale sia su quella familiare; si evidenzia un deciso miglioramento dei giudizi sull’opportunità all’acquisto di beni durevoli. Il perseverare nella gestione aziendale, con attenzione “civica” alle esigenze di conforto e sicurezza dei dipendenti e degli stakeholder locali, potrà contribuire ad un ulteriore miglioramento di tali indici.

In ottica prospettica, mettendo in campo misure adeguate, beneficiando anche del rifinanziamento atteso dal Recovery Fund in tema di agevolazioni Industry 4.0, sarà possibile invertire una tendenza ormai assodata da tempo; sin dagli anni ’80, l’Italia ha cominciato a scontare un ritardo tecnologico e culturale (aziendale) che si è riflesso sui livelli di produttività del nostro sistema imprenditoriale e quindi sui livelli di crescita del nostro Paese. Le piccole dimensioni e la essenzialità organizzativa di tante delle nostre PMI hanno frenato la propensione all’innovazione e all’internazionalizzazione delle nostre imprese. Secondo Istat, infatti, “la produttività del lavoro in Italia è ferma ai livelli di 15 anni fa mentre i grandi Paesi europei l’hanno incrementata di un 15-20%, e la media dei Paesi dell’Ocse si mantiene sull’1-1,5%. Negli anni fra il 2014 e il 2018, calcola l’Istat, il tasso medio di crescita della produttività del lavoro è stato dello 0,3% in Italia contro l’1,4% della Ue, in Francia dell’1,3% e in Germania dell’1,1%”.

Per invertire questa tendenza è più che mai necessario investire in digitalizzazione e in formazione/reskilling della workforce. Secondo il Desi (Digital Economy & Society Index, realizzato dalla Commissione Europea), l’Italia si posiziona ancora tra gli ultimi Paesi in Europa nello sviluppo della digitalizzazione, collocandosi al 25º posto fra i Paesi Ue, calcolati ancora in 28 con la presenza del Regno Unito. I dati sono ovviamente pre-Covid e, date le accelerazioni avvenute in questi mesi in Italia, sarà interessante capire l’analisi del prossimo anno. In particolare, mentre siamo nella media europea per quanto riguarda la connettività e la presenza di servizi pubblici digitali, siamo gli ultimi nell’area del capitale umano, dove il nostro livello di competenza digitale risultava, prima della pandemia, addirittura peggiorato rispetto a qualche anno fa”.

Da sempre le PMI italiane sono rinomate in tutto il mondo per la qualità dei loro prodotti, vere e proprie eccellenze; purtroppo tale qualità rimane a volte solo percepita e non fruita a livello internazionale in quanto questi prodotti non sono oggetto di processi di internazionalizzazione che li rendano fruibili ai mercati esteri; l’internazionalizzazione è un elemento strategico di successo nel facilitare la ripresa della nostra economia e quindi incidere sul recupero della fiducia delle imprese. Spesso di piccole dimensioni, tante PMI italiane fanno fatica a internazionalizzare le attività e a reggere la concorrenza di aziende molto più grandi e attrezzate, pur avendo un grande potenziale di crescita: secondo i dati del censimento permanente delle imprese di Istat (2019), i due terzi delle imprese italiane (821 mila, pari al 79,5% del totale) sono microimprese (con 3-9 addetti in organico), 187 mila (pari al 18,2%) sono di piccole dimensioni (10-49 addetti).

Per questo Deloitte da anni si impegna a supportare le imprese nel processo di internazionalizzazione, fornendo servizi come l'analisi dei mercati internazionali, l'adeguamento della governance e del sistema di gestione delle partecipate estere, il supporto alla compliance alle regolamentazioni estere, l'analisi economico-patrimoniale-finanziaria di potenziali controparti estere, l'implementazione di strategie fiscali internazionali e quanto a corredo delle necessità di comprensione dei mercati esteri. Con due Italian Desk basati a New York e Shanghai, presso cui opera personale italiano, Deloitte supporta l’internazionalizzazione nei due mercati principali di esportazione extra-europea. Secondo i dati Istat-Ice relativi al 2019, l’Italia deve oltre il 30% del suo Pil alle esportazioni. Un contributo importantissimo al benessere economico di tutto il Paese che può ancora crescere sfruttando l’e-commerce e conquistando i nuovi mercati emergenti (Asia e Cina in particolare). Sicuramente centrale, in questo contesto di difficoltà di movimento di merci e persone, è sviluppare una presenza digitale in paesi stranieri con attività di e-commerce e di adesione a marketplace di matching tra offerta di nostre produzioni e domanda dei mercati stranieri. Deloitte opera con la propria struttura Digital in tale ambito fornendo servizi ritagliati alle specifiche richieste delle PMI.

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