Autostrade, utili sì ma non a discapito della sicurezza

Con le dimissioni dell'ad Giovanni Castellucci si chiude un'era. Ma se la magistratura dovesse accertare

Sergio Luciano
Autostrade, utili sì ma non a discapito della sicurezza

“Amministratore delegato” è una definizione che include un participio passato, appunto “delegato”. Delegato a esercitare dei poteri da qualcuno che quei poteri detiene. Quindi tutto ciò che fa un amministratore delegato interpella coloro che lo hanno delegato. In una società, gli azionisti. Bisogna ricordarlo nel caso di Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Atlantia, che ieri si è dimesso 13 mesi dopo la tragedia del Ponte Morandi, gesto tanto più rilevante quanto più tardivo, e indipendentemente dal fatto che le dimissioni implichino una liquidazione di 13 milioni di euro (sono regole contrattuali e diventano antiestetiche solo in determinati contesti, ma regole restano).

Il punto è che Autostrade per 18 anni è stata - nelle mani gestionali di Castellucci e nella proprietà prevalente della famiglia Benetton - una mucca da soldi. Fermi tutti: non c’è da dire “bravi”. In una società monopolista naturale di un servizio insostituibile come l’autotrasporto è più difficile perdere soldi che guadagnarli. Castellucci è stato bravo a guadagnare molto, ma l’azienda guadagna da sola, guadagnava anche quand’era dell’Iri.

Tutto quel che di non detto la vicenda Autostrade ripropone o dovrebbe riproporre è il senso dubbio di quella privatizzazione. Fatta nel quadro della sfilza di cessioni (e svendite) compiuta negli anni Novanta per assecondare il diktat europeo e agganciarci all’euro sin dalla prima fase, la privatizzazione di Autostrade è stata attuata “a leva”, come suol dirsi. Cioè - in sostanza e per semplificare - i compratori si sono indebitati per procurarsi i soldi da dare allo Stato come prezzo d’acquisto e poi hanno trovato il modo di recuperare quei soldi attingendo alle ricchissime riserve finanziarie che hanno trovato nelle casse dell’azienda acquisita. Niente di illecito: ma significa che lo Stato ha intascato valori che erano già suoi.

A fronte di quest’acquisizione in fondo ...comoda, la società Autostrade ha prodotto un flusso finanziario pingue e costante di utili, grazie a contratti negoziati con lo Stato concedente e che consentivano una politica dei pedaggi capace di remunerare profumatamente l’azienda, non a caso diventata una regina della Borsa. Tutto bene. E tutto questo non c’entra nulla con l’inchiesta in corso sulle cause del crollo del Ponte.

Ma allora perché Luciano Benetton si è detto “sotto choc” per le risultanze dell’inchiesta? Perché sta venendo fuori che alcuni top manager del gruppo gestivano la manutenzione al risparmio, e ne parlavano come se, facendolo, stessero adeguandosi a ordini di scuderia: queste sono le prime impressioni derivanti dalle intercettazioni, si vedrà se corrispondo al vero.

Certo è che nei servizi pubblici primari ad alto impatto sulla sicurezza sociale sarebbe indispensabile prevenire che la tensione verso la realizzazione dell’utile aziendale comporti anche minimamente azioni di risparmio sui costi legati alla sicurezza stessa. È una tentazione sempre presente quando l’azionista di un’azienda del genere ha come vocazione legittima - e tipica di un privato - di massimizzare i propri utili. L’utile di un’impresa di servizi pubblici dev’essere invece innanzitutto un utile sociale: qualità, efficienza, prezzi molto accessibili, massima sicurezza. Soddisfatte tutte queste precondizioni, ben venga anche l’utile, indipendentemente dal fatto che a beneficiarne sia un proprietario pubblico o privato. Ma solo in seconda battuta.

A Castellucci va rimproverato una volta di più non essersi dimesso immediatamente dopo la tragedia di Genova per dimostrare la propria determinazione a non interferire in alcun modo, perpetuando il suo oggettivo grandissimo potere aziendale, nelle indagini giudiziarie. Ma tant’è: adesso se n’è andato, meglio tardi che mai. Non s’illudano gli azionisti, però, di potersi dissociare dall’enorme responsabilità morale che ricadrebbe sul management se la magistratura dimostrasse che il crollo è in qualche modo legato a eventuali trascuratezze nelle manutenzioni preventive, che fossero state deliberatamente messe in atto per massimizzare gli utili.

Speriamo per Castellucci, per i Benetton e per quel che resta del capitalismo italiano e in definitiva per tutti noi, che le conclusioni dell’inchiesta non siano quelle. E che conclusioni ci siano. E ripensiamo al più presto senso e regole della destinazione della redditività aziendale nel settore dei monopoli naturali e delle utilities. Utili-utilities: non è un gioco di parole e non dev’essere un gioco sulla pelle della gente.

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