Giuseppe Conte, Matteo Salvini, e ciascuno aggiunga chi meglio crede, passeranno alla storia come quelli che hanno abbattuto il miglior governo che l’Italia abbia avuto negli ultimi decenni. Perdiamo il ranking e usciamo dal circuito internazionale. Ma, paradossalmente, si è aperto uno spazio di riflessione che durerà fino a quando il governo Draghi continuerà a lavorare per l’ordinaria amministrazione, ma con margini di autonomia superiori a quelli degli ultimi mesi, soffocati  dalla competizione preelettorale tra i partiti, da tempo alle prese con problemi di identità e sopravvivenza.

Forse non è un caso che  i numeri della nostra economia stiano migliorando in  modo inaspettato  e sorprendente. Resta il problema dell’inflazione, che va combattuta nel suo insieme, perché ricondurla alla causa più evidente, cioè il caro-energia, e quindi alla guerra in Ucraina, non risolve il problema, e ne dà una interpretazione che  non aiuta ad uscire da una situazione che può diventare pericolosa.

Gli Stati Uniti stanno combattendo l’inflazione con incrementi massicci del tasso di sconto, dalla Bce timidamente intrapresi, mentre in attesa degli ancora misteriosi programmi dei nostri partiti, nessuno parla degli essenziali e dolorosi provvedimenti coadiuvanti.

Nello stesso tempo assistiamo a  cambiamenti preoccupanti. Non vorrei che ricordassimo quest’estate come l’ultima climaticamente sostenibile e il pensiero mi terrorizza perché significa aver sbagliato tutto. Il problema non è tanto stabilire in che misura  l’uomo abbia contribuito e stia contribuendo al peggioramento del clima, quanto come difendersi da questo cambiamento, che sembra  progredire indipendentemente dalle nostre attività. Non è possibile,  che soltanto con dei provvedimenti restrittivi sulle emissioni si possa risolvere un problema climatico che sembra avere dimensioni strutturali per il pianeta, forse per il sistema solare. Come difenderci da un probabile periodo di innalzamento delle temperature medie,  che se dovessero  superare progressivamente  i livelli ai quali ci sta abituando quest’estate,  potrebbero essere veramente pericolosi per il genere umano.

La sfida più importante è che il genere umano deve fare qualcosa per difendersi. La riflessione da fare è che stiamo attraversando un periodo di grandi cambiamenti per l’umanità, in senso evolutivo. La digitalizzazione non ha ancora espresso tutta la sua influenza nello sviluppo dell’umanità. L’uomo digitale rappresenterà un passo avanti nell’evoluzione della specie. Questo passo non è ancora compiutamente avvenuto ma sta avvenendo. Lo stesso si può dire per i cambiamenti di tipo biologico che sono iniziati e stiamo percependo attraverso i sorprendenti sviluppi della pandemia e il succedersi di altri pericoli virali diversi, in una situazione di irrequietezza del sistema e quindi di difficoltà nell’alzare le difese della specie. La valutazione da fare è dunque che probabilmente dobbiamo cambiare la nomenclatura dei problemi che dobbiamo affrontare e radunare le forze per proteggerci nella giusta dimensione.

Tutto questo serve  a distrarre il pensiero dalle prossime elezioni in Italia, che ci pongono di fronte a un problema veramente serio e forse vale la pena di tacere e ascoltare, in un momento così caotico. Purtroppo  però, pur tendendo l’orecchio, non si sente nulla al riguardo di questi temi colossali, che dovrebbero essere al centro di un messaggio elettorale degno del futuro e che invece vengono ignorati.

Infatti, in questo periodo di campagna elettorale contemporaneamente troppo breve e troppo lunga, i partiti stanno occupandosi di programmi di potere più che di soluzioni ai tanti problemi che non vengono neanche identificati, come se le elezioni avvenissero in un vacuum, e non nel bel mezzo delle situazioni di pericolo che abbiamo appena descritto. Chi ci guiderà nell’affrontare i colossali problemi che si stagliano sul futuro della specie?

Il problema centrale è quello dell’energia. I tempi richiedono energia pulita per il clima, abbondante e abbordabile per la crescita, di provenienza diversificata per la sicurezza. Va detto che finora l’Italia si è comportata molto bene perché il governo Draghi è riuscito a programmare il recupero di una sostanziale indipendenza dal gas russo per la metà del 2024, pur non avendo energia nucleare (diversamente dalla Francia) però profittando del periodo di prestigio del nostro Paese, in declino dopo la crisi del governo,  ma pur sempre migliore che in passato. Abbiamo incrementato la produzione energetica da fonti proprie e diversificato gli acquisti di carburanti da fornitori alternativi, capaci di compensare l’eventuale chiusura delle forniture della Russia.

Per cogliere il senso profondo di questa migrazione in atto, dobbiamo ricordare che siamo sempre stati dipendenti dal gas russo. Quando ero amministratore delegato dell’Enel, fino a 25 anni fa, il gas russo veniva importato dall’Eni. Tentativi di costruire rigassificatori costieri erano stati fino ad allora osteggiati; e si finì per firmare l’accordo con l’algerina Sonatrach per il gasdotto che rifornì dapprima la sola Sardegna e poi anche l’Italia continentale. A richiedere sviluppo  restano le rinnovabili, con tutti i problemi paesaggistici che comportano.

Terna è una società che sta gestendo molto bene i problemi della distribuzione elettrica, salvo qualche eccezione come la Puglia, e ci dà un messaggio implicito: la cosa da fare è  cambiare la struttura della rete di distribuzione della media e alta tensione per rendere possibile una diffusione ad alta velocità, sostenuta da una rete di sistemi di accumulazione che aiutino la stabilizzazione della distribuzione dell’energia. Questa struttura serve anche alle rinnovabili. E il sistema degli accumulatori incoraggia l’investimento nell’energia fotovoltaica distribuita con reti ad alta velocità e bassa resistenza ed equilibrato da accumuli strategici.

Potrebbe essere una risposta efficiente ai problemi energetici dell’Italia. Ma richiede una coerenza costante della gestione politica e investimenti importanti,  che però possiamo permetterci.