«La Lettera 22 è la piccola torpediniera che si infiltra dappertutto; e le grandi contabili ed elettriche sono le corazzate che per vincere la loro guerra devono essere difese da una cortina di macchine più piccole e più agili». In questo passaggio di un discorso fatto 70 anni fa da Adriano Olivetti, come sempre estremamente attuale – il paragone tra le Lettera 22 e le nostre piccole imprese, che costituiscono la filiera di quelle più strutturate, viene naturale – c’è un elemento di speranza anche per la fase che stiamo attraversando. A maggior ragione anzi, visto che le molteplici transizioni in corso, da quella digitale a quella ecologica ed energetica, da quella generazionale a quella geopolitica, hanno reso il mare tempestoso. «Per affrontare il mare mosso la corazzate non sono l’ideale» dice Andrea Granelli, esperto di innovazione e firma abituale di Economy cui dobbiamo la citazione, «molto meglio una piccola torpediniera, come nella bellissima metafora di Adriano Olivetti: la nave grande è più veloce ma molto meno manovrabile, il che in piena tempesta non aiuta a prendere la direzione giusta. Non si tratta di fare retorica sul piccolo-è-bello, ma di partire dal fatto che siamo fatti così; il problema in altre parole non è cercare di massimizzare la nostra capacità identitaria, ma prendere atto che è la nostra storia; credo che in un mondo estremamente instabile le economie di scala delle grandi imprese non siano la risposta migliore».
Non è dunque tempo di piangersi addosso per le difficoltà pur grandi da affrontare, ma di cercare di valorizzare i punti di forza della nostra impresa, più gazzella che leone, e di correre. Ma anche di lavorare per colmare le tante lacune ancora esistenti. A partire dalla transizione digitale, per la quale ai 48 miliardi messi a disposizione dal Pnrr si stanno per aggiungere i 6,3 miliardi di Transizione 5.0 (si veda a tal proposito nelle prossime pagine l’intervista al neo presidente di Ucimu Riccardo Rosa), mentre altri 6,4 erano già previsti dalla legge di bilancio. «Inizierei a chiamarla transizione tecnologica, non solo digitale» dice Marco Gay, presidente esecutivo di Zest, nata dalla fusione tra Digital Magics e LVenture Group, nonché neopresidente di Unione Industriali Torino, «oggi siamo arrivati a un punto da parte delle imprese di grande consapevolezza. Qualche anno fa se ne vedeva la traiettoria, se ne capiva l’importanza, ma oggi c’è la consapevolezza che questa transizione non più eludibile. Per questo motivo le imprese si stanno attrezzando, anche se probabilmente non con la velocità che questo momento richiederebbe. Ecco perché è fondamentale avanzare con straordinaria rapidità con Transizione 5.0, che non solo è una leva fenomenale per far ripartire gli investimenti ma anche per guidare queste trasformazioni, mettendo assieme la transizione digitale con quella ecologica». Le imprese dunque si stanno muovendo, hanno la determinazione di farlo ma ancora la velocità non è adeguata. «Si deve aggiungere che è un momento complicatissimo, con una guerra in Europa e una alle sue porte, una situazione geopolitica instabile con le elezioni europee appena fatte, e i relativi cambiamenti post elettivi all’orizzonte. Le imprese hanno bisogno di stabilità per pianificare il futuro, specie in una fase complicata che vede l’industria in calo, i servizi idem, e anche l’export non va come dovrebbe. È un momento assai delicato e questo fa comprendere meglio i ritardi, ma quel che mi piace sottolineare è la nuova consapevolezza delle imprese». Certo la velocità della transizione sarebbe maggiore se le imprese si facessero meglio contaminare dalle startup, loro sì esempi di agilità digitale e energia trasformativa. «Ho un osservatorio privilegiato, quello di Zest, un nuovo attore italiano di portata europea nel campo degli investimenti early-stage e seed, dell’accelerazione di start-up, dell’open innovation e del corporate venturing, con oltre 230 start-up in portafoglio e 7 acceleratori attivi nei principali settori tecnologici» sottolinea Gay. «Tutti i processi di open innovation e venture building che stiamo guidando impattano sulle aziende che partecipano e lavorano con le nostre startup, che hanno un’accelerazione importante grazie al processo di trasferimento tecnologico e industriale. Le startup non solo imprese ma anche un asset industriale del Paese, che insieme a quello tradizionale possono spingere la nostra economia».
Quando si parla di transizioni, la questione dei tempi è fondamentale; e il volerle costringere entro periodi temporali rigidi e prestabiliti suona come una forzatura burocratica contraria al buon senso. «Le transizioni, se devono essere tali e non solo retoriche, hanno durata pluridecennale» dice a Economy il prof. Giulio Sapelli, «ma oggi si impongono addirittura limiti temporali: bisogna fare la transizione entro la tal data! Inoltre è molto difficile che avvengano se mancano due condizioni, che solo apparentemente sembrano contrastanti. Per prima cosa devono vedere impegnate le imprese, cioè le volontà dei gruppi dirigenti e dei proprietari, che da soli oppure in gruppo o coordinati dalle loro organizzazioni di rappresentanza si impegnano in queste transizioni. Questo vuol dire che nel blocco generale delle popolazioni organizzative delle imprese ce ne siano parti consistenti che trovino interesse a compierle, o che nascano grazie a queste transizioni». Un esempio è quello della transizione dalla forza animale a quella generata dal motore a scoppio per trasportare uomini e mezzi. «Accanto a questa grande innovazione paradigmatica ci volevano tutta una serie di innovazioni di rete che erano di sostegno» spiega Sapelli, «come i riparatori dei motori e la rete di rifornimento dei combustibili; nasceva così un rapporto tra grandi imprese e piccole, che trovavano nell’interesse di mercato e nel proprio la necessità e l’interesse di perseguire le transizioni».
Le transizioni dunque hanno bisogno di partenariati tra imprese, che costituiscono la spinta dal basso. Ma questo non è sufficiente. «È difficile concepire quelle di lungo periodo senza l’intervento della mano pubblica» aggiunge Sapelli. «Molto spesso è venuto dalle forze armate: si pensi alla costruzione della prima grande impresa italiana, la siderurgia di Terni, con capitali privati e la spinta dell’interesse militare dello Stato. Non a caso, cosa assurda dal punto di vista economico, è stata fatta a Terni in mezzo alle montagne, mentre di solito le siderurgie si fano in riva al mare per agevolare il trasporto del prodotto. Ma lì c’era la mano pubblica, la necessità che l’Italia aveva dopo la terribile sconfitta di Lipsia, con i cannoni delle corazzate austriache che avevano perforato le nostre navi, di costruire un acciaio un po’ più resistente: un esempio tipico di transizione ad economia mista e a partenariato con lo Stato». Non è però questo il meccanismo delle transizioni della nostra epoca. «Oggi nessuna di queste condizioni è più presente, tutto avviene in modo assolutamente diverso» rimarca il prof. Sapelli, «tutto viene imposto dall’alto da un’ondata, di fatto, ideologica, cui le imprese devono adeguarsi: ma lo fanno con molta confusione e ritardo. La maggioranza delle transizioni che invochiamo, a partire da quella climatica, sono soprattutto il prodotto di movimenti pubblici di opinioni; o di necessità inderogabili che riguardano la nostra salute. Ci sono degli editti che non sono fatti più dallo Stato, ma da organizzazioni sovranazionali che si sono create dalla spinta della creazione della Società delle Nazioni via via sopra la testa degli Stati. Tutta una rete di organizzazioni non elette ma nominate che dovrebbero gestire le transizioni. Il risultato è che non si riesce ad andare da nessuna parte, basta guardare la questione del clima: se non si interessano le imprese cinesi, russe, indiane e i rispettivi Stati, dove si vuole andare?».
Le difficoltà nella transizione ecologica riguardano anche il nostro Paese, come indicano i dati relativi al Pnrr. La quantità di risorse stanziate è imponente: 71,8 miliardi sugli oltre 191 miliardi complessivi del Piano. Nella versione del Pnrr italiano approvata lo scorso dicembre gli investimenti inclusi nella missione 2 (rivoluzione verde e transizione ecologica) sono 31. Degli oltre 41 miliardi di euro da spendere per le 31 misure, alla fine del 2023 ne risultavano spesi circa 15, cioè il 37%, quasi tutti per l’ecobonus, che ha erogato tutte le risorse a sua disposizione, 14 miliardi di euro per rimborsare con i crediti di imposta i lavori di ristrutturazione per migliorare l’efficienza energetica degli edifici. Gli altri investimenti, con voci di importanza capitale quali il rafforzamento delle smart grid e le infrastrutture idriche primarie per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico, le misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico e lo sviluppo del trasporto rapido di massa (metropolitana, tram, autobus), hanno tutti almeno il 75% delle risorse ancora da erogare, 14 su 31 addirittura oltre il 99%. Difficoltà anche nella transizione energetica: nel 2023 sono state installate fonti rinnovabili per un totale di 5.677 MW, con 5.234 MW per il fotovoltaico in crescita del 111%, ma l’obiettivo di 9 GW/anno di nuova potenza rinnovabile da installare è ancora lontano.
E le piccole torpediniere, pardon: le piccole imprese, hanno un ruolo nel modello delineato da Sapelli? Certo che ce l’hanno, ma deve essere supportato. «La struttura delle Pmi, che è molto più forte e flessibile di quanto non si pensi perché fondata sulla società naturale che è la famiglia, può essere di aiuto» rimarca Sapelli, «ma a condizione che sia accompagnata da un forte intervento pubblico che fornisca alle imprese quei servizi e quelle innovazioni che non possono produrre da sole. Non tanto perché sono piccole, ma perché sono poco organizzate e fanno poca massa critica; producono molta attività manageriale ma non riescono a raggiungere quella massa critica di capitale di investimento necessaria per compiere i salti tecnologici. In Paesi evoluti come Giappone e Corea del sud, che hanno molte piccole imprese di cui non si parla mai, questo ruolo è svolto o dalle grandi imprese o dallo Stato. Ma in Italia non funziona né l’uno né l’altro, salvo poche imprese che hanno una forte partecipazione pubblica e una tradizione in questo senso. Stiamo perdendo le nostre grandi imprese, e lo Stato non riesce a supplire per la teoria del debito: non si capisce che il debito fatto per produrre investimenti produce anche crescita, non solo debito. Investimenti pubblici diretti a questo scopo produrrebbero profitto e farebbero in breve tempo abbassare il debito pubblico».
L’aspetto degli investimenti è centrale per le imprese, che si trovano a dover affrontare transizioni complesse con risorse limitate. «Qualunque azienda, grande o piccola, deve affrontare una transizione importante, quella digitale e quella ecologica sono le più urgenti, in moltissime imprese c’è anche un tema di passaggio generazionale» dice Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi e da novembre rettrice della Liuc. «Per fare le prime due transizioni ci vuole capacità di investimento in nuovi processi, per fare cambiamenti negli impianti produttivi, cambiare i fornitori e le imprese logistiche, acquistare software, rifare i processi interni. Tutto questo comporta grandi investimenti, proporzionati alla dimensione delle imprese ma pur sempre consistenti. Anche per adeguare le capacità dei manager si devono formare quelli che si hanno e attrarne di nuovi: anche per questo ci vogliono risorse, economiche ma anche in termini di tempo. Le nostre imprese per rinnovarsi devono insomma poter investire, così da aggiornare o integrare il management: un processo non banale. In molti casi per esempio strumenti finanziari come il private equity e il private debt sono utili per introdurre risorse finanziarie in questi processi, mentre per il ricambio manageriale e generazionale è molto importante avere consapevolezza e impostare una buona governance, anche questo un processo da svolgere individualmente. Credo che i nostri imprenditori siano abbastanza maturi e consapevoli, hanno ormai inteso che non si può stare fermi: c’è chi magari è più stufo e dice: non ce la faccio, e magari vende; e chi invece dice: vado avanti, cambio, investo; dipende molto dalle attitudini, dall’età. Credo che un ruolo soprattutto di confronto possano svolgerlo le associazioni industriali, i naturali luoghi d’incontro delle imprese; la mano pubblica può dare incentivi che devono essere mirati e ben studiati, questo può sicuramente aiutare in investimenti nelle transizioni digital e green. Ormai gli imprenditori, specie i 40enni, 50enni, 60enni che oggi guidano tante imprese, questi strumenti li hanno studiati e visti: il tema culturale oggi non dico che ce lo siamo messo alle spalle, ma è molto diverso rispetto solo a 10 anni fa. Gli imprenditori di oggi hanno grande sensibilità e conoscenza, poi si tratta di fare delle scelte e ognuno deve essere libero di fare quella che preferisce».
Per affrontare al meglio una transizione complessa si deve cercare di comprenderla: è una parola. «Vedo due grandi problemi» osserva Granelli. «Da un lato una spaccatura delle transizioni in silos artificiali; in realtà sono temi non separabili, e non vederli come tali ci fa perdere delle integrazioni importanti. Infatti la teoria che sta tornando al centro è quella dell’interdisciplinarietà: è molto rincuorante fare divide et impera sulla complessità, ma è sbagliato, le transizioni sono fortemente collegate tra loro. Si rischia di non cogliere per esempio che nella transizione digitale c’è un gigantesco problema ambientale, mentre la si vede legato solo alle meraviglie progressive dello sviluppo economico… L’altro problema è una sorta di spaccatura: cittadino e aziende non hanno quasi mai responsabilità, è tutta colpa dello Stato quando le cose non vengono fatte. Abbiamo l’abitudine di sperare nello Stato, dargli le colpe o attribuirgli poteri magici che non ha; ma in realtà può fare alcune cose, ma non altre. A valle della poli-crisi che stiamo vivendo bisognerebbe ripensare i problemi, e poi magari costruire delle roadmap attuative un po’ più olistiche, che pongano molta più attenzione sul ruolo delle imprese e dei cittadini: se è solo colpa dello Stato credo che non ne usciremo mai».
Proprio nell’interconnessione delle diverse transizioni, e nel fatto che lo Stato ha sì un ruolo importante ma non certo esaustivo, risiede la complessità della fase che stiamo attraversando. Con quale modello organizzativo sia meglio affrontare i marosi, è oggetto di dibattito. «Anni fa ho partecipato a una riunione all’Istituto Sturzo con una fondazione socialdemocratica, la sera a cena a un certo punto questi tedeschi sofisticati futurologi ci dissero: invidiamo l’Italia» racconta Granelli. «E noi: in che senso? Siamo uno Stato hegeliano, risposero, bravissimi ad andare nella direzione decisa, abbiamo bisogno di capi. Quando il mondo diventa complesso e servono tante intelligenze facciamo fatica. Invece voi, proprio perché lo Stato non vi ha mai aiutato ma le piccole imprese e i territori tengono lo stesso, siete più forti nell’affrontare transizioni difficili. È una riflessione che mi ha colpito: le Pmi sono la caratteristica storica strutturale del nostro Paese, non siamo centometristi, nel senso che non siamo in grado di accendere le corazzate e far crescere il pil in maniera pazzesca. Ma siamo mezzofondisti: il sistema continua a tenere grazie al radicamento territoriale, al rapporto con la famiglia che è un dato di fatto. In un mondo sempre più complicato, con le derive delle grandi aziende che richiedono un potere assoluto, uno sbilanciamento dei poteri con sempre più soldi al vertice, continuiamo a parlare di grandi aziende solo in termini di economie di scala: nessuno parla degli effetti collaterali di essere grandi, che invece secondo me ci sono eccome, specie in momenti di grande turbolenza come quelli che stiamo vivendo».
Contro gli stereotipi: la rivincita green del Meridione
Contrariamente alla vulgata, il cimento della transizione non si sta attuando nel Sud del Paese con una difficoltà necessariamente aumentata dal gap che ancora lo separa dal Nord: in certi casi è vero il contrario. «Nelle regioni meridionali – ove molte aree di Abruzzo, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna stanno conoscendo periodi di crescita più intensi e prolungati da diversi anni – sono tantissime le società di ogni dimensione che hanno accelerato il passo soprattutto sulla transizione green» dice Federico Pirro, presidente onorario e coordinatore scientifico del Cesdim, Centro Studi e documentazione sull’industria nel Mezzogiorno, «anche perché le maggiori quantità di energie da fonti rinnovabili sono prodotte proprio nel Mezzogiorno, per cui gli impianti di fornitura – quando non risultino già installati all’interno degli stabilimenti che ne utilizzano la generazione – spesso sorgono in prossimità dei siti che ne utilizzano l’energia». L’ampia disponibilità di energia da fonti rinnovabili è dunque l’arma in più delle imprese meridionali alle prese con le transizioni. «Qualche grande fabbrica ha stipulato contratti poliennali di fornitura in esclusiva con gestori di singoli parchi fotovoltaici di vaste dimensioni che consegnano tutta l’energia generata al singolo big player committente, creando in tal modo una reciproca convenienza» spiega Pirro. «È il caso dello stabilimento della BHNuovo Pignone di Bari che – oltre ad aver installato pannelli fotovoltaici sui tetti dei suoi capannoni – acquista tutta l’energia aggiuntiva di cui ha bisogno dal gestore di un vasto parco in esercizio non molto lontano dal sito della multinazionale americana. Tale accordo di fornitura è stato possibile per la quantità elevata di energia necessaria ad un grande cliente; le Pmi invece o hanno collocato pannelli fotovoltaici nei loro stabilimenti, o ricorrono a fornitori esterni che devono saturare la loro capacità di generazione, rifornendo più compratori di piccole e medie dimensioni. La transizione digitale è anch’essa ormai ben avviata in ogni comparto del manifatturiero meridionale, con i player maggiori che trainano tale processo, e con tante Pmi che ne hanno compreso subito l’utilità perché, avendo difficoltà a reperire sul mercato determinate figure professionali, stanno puntando sull’impiego crescente di macchinari ‘meccatronici’, gestibili con procedure e professionalità ‘digitali’».
La sfida accademica delle competenze trasversali
Un ruolo fondamentale nell’ambito delle transizioni è quello svolto dal sistema accademico e formativo. «Il sistema universitario italiano specie sui temi della transizione digitale ed ecologica, è particolarmente impegnato, anche attraverso la revisione dell’impianto formativo» dice Antonio Uricchio, presidente dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. «Numerosi corsi di studio evidenziano nel curriculum queste transizioni, e un quarto dei nuovi corsi si orienta su queste tematiche: dai dottorati di ricerca sull’intelligenza artificiale al tema della biodiversità fino a quello dei cambiamenti climatici, con tutto ciò che questo nuovo contesto richiede. Domanda e offerta devono essere pienamente in sintonia, ma siamo in una fase storica in cui la domanda è superiore all’offerta specie nelle discipline stem: non c’è al momento la possibilità di soddisfare una domanda di competenze specializzate così elevata. L’università è impegnata anche sul placement, con tirocini per l’inserimento di laureandi e laureati particolarmente robusti e virtuosi. Il Pnrr ha offerto risorse soprattutto consentendo lo sviluppo di progettualità, l’auspicio è che possano continuare anche dopo il 2026, e che quindi le risorse siano servite a mettere in moto meccanismi che possano camminare da soli».













