I maggiori rischi per le imprese italiane? Arrivano, non sembri un paradosso, dai mercati di destinazione del Made in Italy. Con i consumi interni che risentono della prolungata incertezza, infatti, solo l’export può garantire una (sia pur asfittica) crescita. Gli ultimi studi di Allianz Trade, la società leader nel mondo nell’assicurazione dei crediti commerciali (e perciò profonda conoscitrice del mondo delle imprese), tracciano un quadro di ombre e luci, per l’Italia, all’interno di un contesto internazionale in peggioramento dopo l’escalation di fine febbraio in Medio Oriente e la crisi di Hormuz. Secondo gli economisti del gruppo tedesco, nello scenario di base, le insolvenze aziendali globali dovrebbero aumentare del 6% quest’anno e, sebbene fosse atteso un moderato calo nel 2027, dovrebbero restare su livelli elevati anche l’anno prossimo.
Per lo Stivale, considerando anche l’impatto diretto del conflitto in Medio Oriente, si prevedono 12.750 casi di insolvenze nel 2026, con un aumento attorno al 5% annuo di questo fondamentale parametro di salute del sistema (rispetto al 2% delle previsioni pre-crisi), e quasi 12.300 nel 2027. I settori che contribuiscono maggiormente sono costruzioni e manifattura, nelle previsioni di Allianz Trade, che vede un quinto anno consecutivo di aumento delle insolvenze. Ed è qui che entra in gioco anche la forza delle economie più legate al nostro Made in Italy, a partire dalla più grande economia dell’Eurozona: in Germania, stima Allianz Trade, le insolvenze nel biennio saranno circa 24.600, segnando il livello più elevato dal 2012, con pressioni particolarmente forti su manifattura, costruzioni e commercio all’ingrosso. Quasi il doppio che in Italia. Questo, a catena, potrebbe impattare in negativo sulle nostre aziende che commerciano con Berlino, sia in termini di tempistiche di pagamento (dato non indifferente, specie per le imprese di più piccole dimensioni), sia per quantità di merce esportata.
«La forte incertezza geopolitica – spiega Aylin Somersan Coqui, Ceo di Allianz Trade – sta facendo salire i costi lungo le catene globali del valore, dall’agrifood al manifatturiero, dalla sanità alla tecnologia. Inoltre, aggrava le pressioni sui settori ad alta intensità energetica, come trasporti, chimica e metalli. La combinazione di domanda più debole, aumento dei costi degli input e condizioni finanziarie più restrittive sta mettendo sotto pressione le aziende con scarso potere di pricing, margini ridotti, elevati livelli di debito o fabbisogni strutturalmente più elevati di capitale circolante». E Maddalena Martini, senior economist di Allianz Research, scatta la foto del nostro Paese: «Avevamo delle prospettive positive sull’economia italiana, prima della crisi mediorientale; venivamo da un trimestre, l’ultimo del 2025, che aveva performato meglio delle attese, e i giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano Cortina che promettevano un boost a domanda e consumi, ma anche alla fiducia generale sul Paese e ai flussi turistici. In più, il 2026 avrebbe dovuto beneficiare degli ultimi investimenti legati al Pnrr, entrato nel suo ultimo anno, e, per quanto riguarda le imprese esportatrici, degli effetti positivi in arrivo dalla Germania, che iniziava a implementare il suo ‘fiscal bazooka’, il pacchetto di supporto fiscale annunciato ad inizio 2025. Invece lo scoppio del conflitto in Medio Oriente ha di molto raffreddato queste prospettive: l’Italia è tra i Paesi più vulnerabili a una crisi energetica, per la sua forte dipendenza alle importazioni di idrocarburi; lo abbiamo visto subito sugli spread coi bund tedeschi, che hanno immediatamente subìto un contraccolpo rispetto ai minimi storici dal 2008 raggiunti ad inizio 2026. Le nostre previsioni sul Pil italiano sono state riviste al ribasso, quelle sull’inflazione invece al rialzo», conclude Martini.
















