L'Institute of Human Biology di Roche a Basilea

Nel cuore della Svizzera, uno degli ecosistemi più avanzati al mondo per le scienze della vita, Roche ha acceso i riflettori su un progetto che ambisce a cambiare le regole della ricerca farmaceutica. L’Institute of Human Biology, o IHB, non è semplicemente un nuovo centro di ricerca, ma un tentativo strutturato di ripensare come nascono i farmaci, come si studiano le malattie e, soprattutto, come si accorciano i tempi tra scoperta scientifica e cura per i pazienti.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

La presentazione  alla stampa si è svolta nel corso dello science media event organizzato da Roche e trasmesso in streaming in occasione dell’inaugurazione del nuovo edificio dell’Institute of Human Biology (IHB), a Basilea. Più che un edificio – il rinnovato building 92 del campus Roche – l’IHB si presenta come una piattaforma. Un luogo dove discipline diverse si intrecciano in modo sistematico, con un obiettivo dichiarato: rendere la ricerca più predittiva, più efficiente e più vicina alla realtà biologica dell’uomo.

Sul palco, tra scienziati: e moderazione, è emersa una visione precisa: l’IHB non è un laboratorio tradizionale, ma un ecosistema in cui la biologia umana, la scienza computazionale e l’ingegneria si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Un luogo dove il dato non è solo osservato, ma interrogato, simulato, anticipato.

I protagonisti del confronto: tre voci per una nuova idea di ricerca

A guidare il confronto con la stampa sono stati tre profili che incarnano, ciascuno a modo proprio, l’anima multidisciplinare dell’Institute of Human Biology. Non semplici relatori, ma interpreti di un modello di ricerca che punta a fondere scienza di base, tecnologia e applicazione industriale.

Ad aprire il dialogo – moderato Jo Yates, comunicatrice esperta in temi scientifici ed istituzionali – è stato Azad Bonni, oggi alla guida dell’IHB e figura di riferimento globale per le neuroscienze e le malattie rare in Roche. Con alle spalle una lunga carriera accademica tra università come Harvard e Washington University, Bonni ha portato una visione che unisce rigore scientifico e pragmatismo industriale: “Quello che vogliamo fare qui è cambiare il modo in cui si fa ricerca e sviluppo, rendendolo più predittivo e più vicino ai bisogni dei pazienti”. La sua è la voce che tiene insieme il disegno complessivo, dal laboratorio alla clinica.

Accanto a lui, Gaudenz Danuser, responsabile della biologia computazionale, rappresenta il ponte tra scienze della vita e matematica applicata. Dopo una carriera accademica internazionale, ha scelto Basilea per contribuire a quella che definisce «una missione con un significato globale». Nel dialogo ha sottolineato il ruolo sempre più centrale dei dati e dell’intelligenza artificiale: “Non si tratta solo di analizzare informazioni, ma di costruire modelli che ci permettano di prevedere cosa accadrà nei pazienti”. Il suo intervento ha chiarito come l’AI non sia un elemento accessorio, ma una leva strategica per accelerare i cicli di scoperta.

A completare il quadro, la prospettiva di Lauriane Cabon, immunologa e guida del gruppo dedicato alle tecnologie. Il suo contributo porta la discussione dentro il laboratorio, tra modelli cellulari avanzati e sfide concrete della ricerca: “Lavoriamo per rendere questi sistemi sempre più rappresentativi della biologia umana, così da poter prendere decisioni migliori già nelle fasi iniziali”. Cabon ha anche richiamato il valore della collaborazione quotidiana tra discipline diverse: “È questa integrazione che rende possibile affrontare problemi complessi in modo nuovo”.

Dentro l’IHB: il dialogo tra i protagonisti della nuova ricerca Roche

Azad Bonni ha proseguito nel suo intervento, riportando il focus sull’ambizione strategica dell’Istituto: “Quello che celebriamo oggi non è solo un edificio, ma il risultato di un percorso iniziato anni fa, quando ci siamo chiesti come potessimo fare ricerca e sviluppo in modo diverso. L’IHB nasce esattamente da questa domanda. La nostra visione è trasformare il futuro dell’R&D, combinando biologia della malattia umana, approcci computazionali e ingegneria biomedica”. L’obiettivo, chiarisce subito, è concreto: “Vogliamo migliorare la capacità di prevedere cosa accadrà nei pazienti già nelle fasi iniziali della ricerca. Questo significa identificare meglio i target terapeutici, ridurre l’incertezza e portare farmaci innovativi ai pazienti più velocemente”.

Il ruolo della scienza computazionale

Sul ruolo della della scienza computazionale Gaudenz Danuser, che porta la prospettiva della biologia computazionale, ha spiegato: “Oggi la scienza della vita è anche scienza dei dati. Generiamo quantità enormi di informazioni e abbiamo bisogno di strumenti matematici e algoritmici per interpretarle. Ma non si tratta solo di analizzare dati: possiamo studiare relazioni causali, capire cosa succede quando interveniamo con un farmaco e prevedere gli effetti”. Poi aggiunge un passaggio chiave sul ruolo dell’intelligenza artificiale:
“L’AI ci permette di esplorare scenari che non possiamo testare direttamente in laboratorio. Possiamo simulare migliaia di esperimenti e individuare quelli più promettenti. È un modo completamente nuovo di fare scienza: non sostituisce l’intuizione umana, ma la affianca con una capacità predittiva senza precedenti”.

Modelli umani e nuove frontiere sperimentali

Il discorso si è spostato quindi sui modelli biologici con Lauriane Cabon, che lavora direttamente su organoidi e sistemi avanzati: “Il nostro obiettivo è costruire modelli umani sempre più realistici. Non ci limitiamo a colture cellulari semplici, ma sviluppiamo sistemi complessi che includono componenti immunitarie e replicano meglio ciò che accade nei tessuti umani”. Cabon sottolinea anche il valore pratico di questi modelli: “Ci permettono di prendere decisioni più informate già nelle fasi iniziali della ricerca. In alcuni casi possiamo evitare esperimenti sugli animali, o almeno ridurli, perché riusciamo a capire prima cosa potrebbe funzionare”.

Un approccio interdisciplinare (davvero)

Bonni è tornato sul tema dell’integrazione tra discipline, precisando: “Molti istituti parlano di interdisciplinarità, ma qui la realizziamo davvero. Mettiamo insieme biologi, ingegneri, data scientist e clinici, tutti con un obiettivo comune. Non si tratta solo di condividere uno spazio, ma di lavorare su problemi concreti con una visione unitaria”. Danuser ha rafforzato il concetto: “Quello che mi ha colpito è proprio questa missione condivisa. Dopo anni nel mondo accademico, qui ho trovato per la prima volta un contesto in cui tutte le competenze convergono verso un risultato tangibile. È questo che accelera davvero i cicli di scoperta”.

Dal laboratorio alla clinica: il vero nodo

Il cuore della sfida, spiegano i relatori, è il collegamento tra modelli sperimentali e risultati clinici. Danuser lo descrive così: “Dobbiamo costruire un ponte tra ciò che osserviamo nei modelli e ciò che accade nei pazienti. L’AI può aiutarci a fare proprio questo: creare mappe che collegano dati sperimentali e risultati clinici, rendendo le previsioni sempre più affidabili”. Bonni ha aggiunto: “Se riusciamo a migliorare questa prevedibilità, cambiamo radicalmente il modo in cui sviluppiamo farmaci. Riduciamo il rischio e aumentiamo le probabilità di successo”.

Il tema etico: meno animali, ma con realismo

Sul tema della sperimentazione animale, Cabon mantiene un approccio pragmatico: “I modelli umani sono parte della soluzione, ma non possiamo pensare di sostituire completamente gli animali nel breve termine. Il nostro obiettivo è ridurre, raffinare e, dove possibile, sostituire. Ma dobbiamo garantire la sicurezza dei pazienti”. E ha aggiunto: “La vera forza di questi modelli è che ci permettono di capire prima cosa succede, evitando esperimenti inutili e migliorando la qualità delle decisioni”.

Regolazione e futuro del settore

Il confronto si sposta poi sul rapporto con i regolatori. Bonni ha osservato: “Le autorità stanno evolvendo. C’è una crescente apertura verso nuovi metodi, ma è un processo graduale. Il nostro ruolo è contribuire con evidenze solide e aiutare a costruire un linguaggio comune”. Cabon ha messo l’accento su un punto spesso trascurato: “Non si tratta solo di sviluppare nuove tecnologie, ma di spiegare cosa possono e cosa non possono fare. La comunicazione con i regolatori è fondamentale quanto la ricerca stessa”.

Una visione che guarda lontano

In chiusura, Bonni ha sintetizzato l’ambizione dell’IHB con una frase che suona quasi come un manifesto: “Ogni grande istituzione nasce da una visione chiara. La nostra è cambiare il futuro della ricerca e sviluppo. Vogliamo portare farmaci ai pazienti più rapidamente e con maggiore certezza. È una sfida enorme, ma è esattamente il motivo per cui siamo qui”. E Danuser, con una punta di entusiasmo, ha aggiunto: “Se riusciremo anche solo in parte in questa missione, l’impatto sarà enorme. Non solo per Roche, ma per l’intero settore”. Cabon ha chiuso con una nota concreta: “Siamo ancora all’inizio, ma abbiamo già esempi che dimostrano il potenziale di questo approccio. Ora si tratta di scalare, integrare e continuare a imparare. Anche dagli errori”.