Giorgia Meloni è preoccupata. Il taglio dell’outloook sul debito italiano operato dall’agenzia di rating Moody’s non è un buon segnale in vista dell’autunno che ci porterà alle elezioni e dovrà dare un nuovo governo all’Italia.

Meloni: «Italia paese fermo, dobbiamo tornare a correre»

«Il taglio si aggiunge alla drastica revisione delle stime di crescita del PIL italiano per il 2023 prevista dalla Commissione Europea», riflette la presidente e leader di Fratelli d’Italia, «siamo in clamoroso ritardo sull’esecuzione dei progetti del Pnrr, e l’Italia viene vista come una nazione sostanzialmente ferma. Per questo siamo convinti che serva un cambio radicale rispetto alle disastrose politiche portate avanti in quest’ultimo decennio, dove il Pd è sempre stato al governo pur avendo perso sistematicamente tutte le elezioni».

«L’Italia – prosegue Meloni – ha bisogno di tornare a correre, il nostro obiettivo primario sarà quello di tornare a liberare il genio creativo italiano, nostra vera inesauribile risorsa. Siamo pronti». 

Moody’s rating Italia “rischi per forniture energia e Pnrr”

Il downgrade di Moody’s segue peraltro il calo della produzione industriale italiana per il secondo mese di seguito (dall’1,1% a maggio al 2,1% di giugno). Nuvole nere all’orizzonte del Belpaese che per  l’agenzia di rating si sono tradotte – a fronte di una conferma del rating Baa3 per l’Italia – in una revisione al ribasso delle prospettive da “stabili” a “negative”. Nelle motivazioni del taglio, Moody’s ha spiegato che “sull’Italia ci sono rischi materiali sulle prospettive di crescita legati all’esecuzione del Pnrr e alle forniture energetiche“.

Ma il Ministero dell’Economia e delle Finanze resta fiducioso e definisce la revisione al ribasso “opinabile”, spiegando che i numeri dell’economia italiana sono buoni e che “le elezioni anticipate non costituiscono un’anomalia nel contesto delle democrazie europee”.

Mef fiducioso, “variazione outlook opinabile”

«La variazione dell’outlook per il rating sovrano assegnato all’Italia da “stabile” a “negativo” da parte di Moody’s è decisamente fuori luogo. I conti pubblici dell’Italia sono nettamente migliorati, il governo si e’ impegnato ad emanare un provvedimento di supporto a famiglie ed imprese anche in questa fase complessava e senza modificare il disavanzo». Così ha rincarato la dose il sottosegretario al Mef , ed esponente della Lega, Federico Freni, che ha aggiunto: «Specialmente a fronte delle previsioni sul rapporto debito/Pil che è atteso in significativa diminuzione, questo giudizio è inaccettabile. Le elezioni politiche sono un passaggio normale in qualsiasi democrazia: l’Italia è in grado, e sarà in grado anche con il futuro governo, di tenere fede agli impegni di consolidamento economico ed alle riforme strutturali che ha già intrapreso in maniera seria».

De Simone (Luiss): «Su rating italiano pesano pregiudizi»

«La notizia che Moody’s valuta ”negative” le prospettive sul rating italiano, con una valutazione per lo più basata sulla fine del Governo Draghi e sul futuro politico del Paese è una lettura che andrebbe respinta con forza. Inflazione e occupazione sono ai massimi storici ben prima della caduta del governo Draghi (quest’ultima ha segnato il record degli ultimi 45 anni) e ora invece sembrano avviare una inversione di rotta».

Lo dice Carlo De Simone, ceo European Broker e docente di economia alla Luiss. «Di fronte a questo scenario – spiega De Simone – le imprese mostrano un calo di fiducia per l’autunno, e questo fatto non è negativo. Abbiamo appena spento la candelina dei 10 anni dal ”whatever it takes” di Mario Draghi che ha segnato per sempre la rotta della politica monetaria europea. Un segnale forte di difesa dell’Euro e dell’economia dell’Eurozona che rispetto al passato ha un arbitro attento, la BCE, a vigilare sulle speculazioni di mercato, specie in questi momenti. Con questo scenario il rialzo dei tassi di interesse è inevitabile, la stessa politica che adottano congiuntamente l’Eurozona e la Fed, e che, accompagnerà una frenata della crescita economica e industriale. Una manovra necessaria per contenere il tasso di inflazione che aveva galoppato durante la ripresa post-covid».

Spread a 101 alla nascita del Governo Draghi, prima della fine a 200

«Va ricordato che al momento del giuramento del governo Draghi lo spread era a intorno a quota 101, a giugno prima delle sue dimissioni aveva superato quota 200. E ancora una volta ciò che conta è che la realtà superi le aspettative, con lo spread che non ha espresso la volatilità attesa. E questo – prosegue De Simone – dimostra quanto l’Europa e la politica monetaria comune sia in grado di essere un regolatore efficace. Se vogliamo aiutare le nostre imprese e i nostri mercati dovremmo smetterla di urlare “al fuoco al fuoco” rischiando di influenzare negativamente chi fa valutazioni sul nostro Paese. Facciamo parlare i fatti e liberiamo il nostro Paese dai pregiudizi che non ne hanno fatto crescere il rating di affidabilità neppure nei mesi scorsi e neppure con una personalità riconosciuta come quella di Mario Draghi» conclude.