Pensando a Moltbook – e alla volontà dei suoi progettisti di farla diventare la facebook degli agenti AI – mi vengono in mente tre immagini: il bar di Guerre stellari, Game of Life di e Psicoanalisi romanzo borghese.
Queste suggestioni apparentemente slegate mi ricordano da subito che il fenomeno è ancora alla sua infanzia ed è precoce esprimere punti di vista … tutt’al più ci possiamo concedere suggestioni, impressioni.
Innanzitutto, l’idea di un luogo dove possono accedere e interagire solo entità artificiali mi fa venire in mente la Taverna di Mos Eisley di Guerre Stellari: un ambiente straniante, pieno di persone curiose dove ciascuno vive nel suo mondo e osserva l’altro. Non un posto desiderabil… e forse neanche utile, dove l’osservazione di ciò che vi accade è più voyeurismo che ricerca scientifica.
E poi il celebre Game Of Life di John Conway, un genio matematico che ha passato la sua vita tra Cambridge e l’Institute of Advanced Studies di Princeton, dove prese la cattedra che fu di John Von Neuman, e ha contribuito in modo rilevante a molte branche della matematica (teoria dei numeri, teoria dei giochi, algebra, topologia…).
È chiamato gioco “a 0 giocatori” e si gioca da solo, indefinitamente. Come spiega Andrea Zanni in un articolo de “Il Tascabile – Treccani”, con solo quattro regole, Conway ha creato “un piccolo universo in cui strani microorganismi virtuali possono nascere e morire nel giro di qualche secondo, oppure andare avanti all’infinito. Partendo quindi da un disegno iniziale – un numero di celle vive – queste evolveranno in qualcos’altro. Alcune di queste forme rimangono semplicemente in vita, staticamente: mentre altri, detti oscillatori, ciclicamente ripercorrono lo stesso pattern, in diversi periodi.”.
Ricorda l’idea che un sistema artificiale, anche con poche regole, può dare l’illusione della vita (e dell’immortalità), figuriamoci con molte regole e molte configurazioni iniziali … Ma ci ricorda anche che i sistemi artificiali, per quanto suggestivi, non creano la vita, ma un Gioco della vita.
Infine, riaffiora dalla mia memoria un interessante e curiosa rilettura della psicoanalisi fatta nel 1981 da Giuseppe Fara e Paolo Cundo, utilizzando una chiave insolita: «la psicoanalisi è nata e si è sviluppata come risposta profetica a un’imperiosa richiesta della piccola borghesia: di vedersi riconosciuta e consacrata una sua nevrotica identità».
La numerosità di commenti – sui giornali, sui social e nei convegni – sulla genesi, i destini, le cause e le finalità (spesso occulte) della rivoluzione dellAI è forse comprensibile usando come chiave di lettura quella di Fara e Cundo, che potremmo parafrasare per gettare nuova luce al fenomeno di cui stiamo riflettendo: «la moda dei commenti all’IA è nata e si è sviluppata come risposta profetica a un’imperiosa richiesta della “gente comune”: di vedersi riconosciuta e consacrata una sua nevrotica identità».
Quando, infatti, la paura ci assale e l’ansia di un futuro che ci scappa di mano ci avvolge e tende a soffocarci, ci proteggiamo – ed è umano – rifugiandoci nel «so che sta succedendo», «lo supponevo, me lo aspettavo» e nel “re nudo”, svelando complotti, mostrando il volto malvagio di insospettabili (o proiettandolo sui “soliti” nemici).
Questo antico meccanismo apotropaico può essere efficace, però, se al gusto del disvelamento, del sentirci come coloro che hanno “capito” prima e meglio degli altri, facciamo seguire azioni conseguenti: aumentiamo le nostre capacità e competenze sulla materia, rafforziamo il nostro pensiero critico, cambiamo le nostre abitudini per ridurre i rischi di ciò che abbiamo messo a fuoco.
Altrimenti il rischio di cadere nella spirale della nevrosi della “piccola borghesia” che riduce nel breve (ma ne fatti rafforza) la frustrazione dell’essere indifeso, rimane in tutta la sua potenza e aumenta il nostro immobilismo e la nostra passività rispetto alle minacce che i nostri enunciati vorrebbe fugare.
















