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Serve l’ aristocrazia del sapere

Uno dei più autorevoli e lucidi consulenti strategici del panorama internazionale, scopertosi saggista di successo, ha segnato il dibattito non solo italiano sulle dinamiche profonde del progresso o, al contrario, del declino del nostro sistema. E qui spiega come rilanciare il nostro futuro.

Roger Abravanel*
Serve l’ aristocrazia del sapere
*testo raccolto da Sergio Luciano

Parlare del futuro dell’Italia e di come andrebbe sfruttata al meglio l’opportunità rappresentata dal Recovery Plan vuol dire per me, in sostanza, trattare gli argomenti che ho espresso nel mio ultimo libro, “Aristocrazia”.
A dieci anni dal primo, “Meritocrazia”, ho deciso infatti di tornare a scrivere per aggiornare alcuni di quei temi alla luce del dibattito sviluppatosi successivamente e delle mie riflessioni. Ero già arrivato a totalizzare circa 300 pagine del nuovo quando l’esplosione della pandemia mi ha indotto a soffermarmi e correggere il tiro. Di quelle prime 300 pagine ne ho salvate 100. Il libro è radicamente cambiato.
Ma le ragioni per le quali l’ho scritto erano fondamentalmente due, e sono rimaste valide. Vediamo innanzitutto la prima. Mi sono reso conto, col tempo, che neanche io avevo capito fino in fondo cosa volesse dire “meritocrazia”. Ebbene, la meritocrazia è nata – si può dire – nel 1933 ad Harvard, quando hanno inventato il Sat (Scholastic Aptitude Test, ndr) per selezionare in base alle attitudini e alle competenze pregresse i candidati più meritevoli di entrare al college. Prima, ad Harvard riusciva ad entrare soltanto la gioventù dorata dell’East Coast; dopo, i giovani più in gamba degli Stati Uniti, anche se di famiglie poco abbienti, hanno conquistato la possibilità di entrarvi. L’ultimo bastione dei vecchi privilegi è stata l’Università di Yale, che ha capitolato nel ’67. E da allora le pari opportunità sono state reali.
La meritocrazia dell’alta formazione ha grandemente giovato al sistema Usa. Eppure, all’inizio del nuovo secolo, si è formata un’opinione fortemente critica sui metodi di selezione adottati dalle grandi università americane come tutte quelle della cosiddetta Ivy League. Si è cominciato a biasimare un’asserita “tirannia del merito” e c’è chi ha definito la meritocrazia come il “motore della diseguaglianza”, perché oggi i 10 uomini più ricchi degli Stati Uniti sono tutti laureati in un’università della Ivi League. Di qui la polemica contro la nascita, di fatto, di una nuova aristocrazia della formazione che permette solo ad una ristretta elite di favorire i propri figli nell’accesso appunto alle migliori competenze.
Ebbene: io sostengo che non è la meritocrazia ad essere responsabile della diseguaglianza, ma la cosidetta knowledge economy, l’economia della conoscenza, profondamente cambiata con il passaggio dall’economia industriale a quella attuale, post-industriale, che ha aperto enormi opportunità al management. Si può dire che ne sia nato un capitalismo del management. Che a sua volta, negli Anni Novanta e Duemila, applicandosi ai settori della finanza straordinaria e del digitale ha reso possibile il definirsi di una classe sociale di manager e imprendiori che si sono enormemente arricchiti, indubbiamente alimentando una disuguaglianza economica che però con la meritocrazia non aveva alcuna relazione.
E’ vero invece che sussistono forti asimmetrie nelle people opportunity, perché solo i migliori riescono a conquistare al Sat i punteggi necessari per accedere ai collegi e quasi sempre i migliori hanno frequentato le migliori scuole superiori e ricevuto la migliore formazione familiare. Ma per correggere questa che ritiene una stortura, il filoso di Harvard Michael Joseph Sandel propone addirittura di selezionare i nuovi studenti con una lotteria…che non mi sembra una soluzione ipotizzabile.
La mia tesi è che le opportunità assolutamente simmetriche sono un’utopia. L’aristocrazia del talento è globale, ed è la ragione per cui i giovani coreani sono laureati per il 70% mentre i giovani italiani solo per il 25%. La mobilitazione dei giovani di molti Paesi verso la formazione migliore ha dato un enorme impulso alla knowledge economy. Queste tesi, che a lungo ho sostenuto da solo, sono finalmente state poste al centro del dibattito anche del recente, importante saggio “The aristocracy oif talent”, di una grande firma dell’Economist, Adrian Wooldridge, dove si dimostra che i talenti sono il motore dell’economia e perchè un Paese come l’Italia, che non l’ha capito, sta vivendo un brutto declino.
E veniamo alla seconda ragione per la quale ho scritto il libro e che si lega alla prima e al futuro dell’Italia. Questa seconda ragione è che mentre scrivevo è scoppiato il Covid. E, come dicevo all’inizio, ho profondamente cambiato il libro per spiegare come la mancanza di meritocrazia ci abbia fatto perdere il treno della knowledge economy, e che questo ha esposto al flagello del Covid un’economia italiana già molto debilitata.
Il nostro paradigma economico è rimasto al modello degli Anni Settanta, basato sulle Pmi e sui distretti industriali. Ma quando un’economia si sviluppa sui servizi, le Pmi e i distretti servono a poco. Non abbiamo mai sviluppato una forte economia della conoscenza. Le dimensioni medie delle imprese sono rimaste troppo piccole. Le grandissime imprese hanno vissuto una vera ecatombe, o hanno chiuso o sono state smembrate o sono state vendute all’estero, ma la knowledge economy ha bisogno di grandi e grandissime imprese…Quella del manager non è una professione abbastanza apprezzata, attrae di più la figura del’imprenditore, ma – di nuovo – anche di quello piccolo, troppo piccolo. Il nostro sistema formativo ha gettato la spugna e si consola affermando che il 44% delle sue università è tra le prime mille del mondo, dimenticano che tra le prime 100 non ce n’è nessuna.
E dunque: ho scritto il mio libro per superare il concetto di meritocrazia, che non si sa neanche come e perché è nato, e concentrarci su una nuova aristocrazia della conoscenza, che le restituisca la centralità e l’orgoglio che merita. Naturalmente il merito, nella conoscenza, porta competizione e la competizione è l’opposto dell’egualitarismo, che al contrario si nutre della cultura del sospetto, votata a negare che l’esercizio della meritocrazia avvenga sulla base di regole trasparenti e uguali per tutti.
Il target del mio libro sono i venticinquenni di oggi. Evitiamo che il Covid porti un’altra stagione di statalizzazione in Italia, attraiamo talenti e capitali con il private equity e il venture capital e riagganciamoci al più presto al treno veloce della knowledge economy.

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