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Velasca: l'azienda che ha fatto le scarpe a tutt'Italia (e non solo)

Intervista con i fondatori di Velasca, Enrico Casati e Jacopo Sebastio, per capire le strategie della loro azienda

Marco Scotti
L'azienda che ha fatto le scarpe a tutt'Italia (e non solo)

Da 125 paia di mocassini a oltre 100mila coppie di scarpe il passo (è proprio il caso di dirlo) non è poi così lungo. Bastano sette anni, un’idea vincente, un pizzico di fortuna che non guasta mai e il gioco – si fa per dire – è fatto. È la storia di Velasca, azienda nata nel 2013, inizialmente solo online, con l’intento di portare nel mondo la bellezza e l’unicità del “saper fare” italiano. I due soci fondatori, Enrico Casati e Jacopo Sebastio, hanno avviato la loro attività con un primo finanziamento family&friends da circa 40mila euro, cui hanno fatto seguito altri tre round di dimensioni crescenti fino all’aumento di capitale da 4,5 milioni sottoscritto da P101 e Mip (Milano Investment Partners). Alla strategia online si è progressivamente aggiunta anche quella delle “botteghe”, che nel frattempo sono diventate 11 e che hanno iniziato a popolare anche Londra e Parigi. Economy ha intervistato entrambi i founder.

Come nasce il progetto di Velasca?

Abbiamo seguito tutte le classiche tappe della start-up che cresce rapidamente: avevamo bisogno di denaro per poterci irrobustire. Per questo, dopo un investimento iniziale di 40mila euro abbiamo avuto i primi club deal e poi da lì abbiamo ampliato l’orizzonte verso i venture capital, due dei quali sono azionisti tutt’ora come P101 e Milano Investment Partners.

Il Covid ha condizionato il vostro business?

Naturalmente l’ha rallentato ma non è stato drammatico. Ovviamente se tutti stavano a casa, comprare scarpe non era la principale necessità, ma ci siamo concentrati su una serie di operation relative all’e-commerce che oggi vale circa due terzi del nostro fatturato, che oggi è intorno ai 10 milioni all’anno. Nel corso degli ultimi due anni ci siamo concentrati su tutto quello che non è squisitamente sportivo e abbiamo oltre 400 referenze in catalogo. Il cliente si trova di fronte a una bella scelta, comprese delle “friulane” che possono essere impiegate come pantofole da casa. Nel 2020 abbiamo spinto sull’estero e oggi la Francia vale il 13% del totale.

Idee per il futuro?

Continuiamo con il nostro modello di business: vogliamo andare all’estero, continuare ad affacciarci ai mercati prima online e poi con le botteghe. La nostra idea è di attendere il rimbalzo del mercato per poter lanciare la collezione da donna. Noi portiamo prodotti eccellenti del made in Italy, rigorosamente unisex.

I vostri prodotti hanno un prezzo inferiore alla concorrenza nonostante siano realizzati con materie prime d’eccellenza. Come lo spiegate?

Oggi non ha alcun senso che qualcosa che costa 100 a chi lo produce venga rivenduto a 600 con 500 di margine che vanno al brand. Noi abbiamo tagliato il meccanismo tradizionale dei passaggi intermedi perché siamo l’anello di congiunzione tra gli artigiani e il consumatore finale. Usiamo la stesa conceria di Hermès in Francia con dei prezzi che sono metà o un terzo di quelli del brand francese.

Chi sono i vostri competitor?

Church, Tod’s e via dicendo. Noi abbiamo una qualità comparabile alla loro con un prezzo più competitivo, ovvio che poi serva anche aumentare la conoscenza del nostro marchio per poter emergere.

Il peso di online e offline quale dovrebbe essere “normalmente”?

Nel 2019 eravamo arrivati alla parità e volevamo che rimanessero così, due binari paralleli. A oggi ci siamo spostati sull’online ma la cosa non è molto importante, l’importante è che si continui a comprare da noi. Poi ci aspettiamo che con il ritorno della normalità ci sia anche un incremento del fatturato nei negozi fisici.

Come funziona la vostra supply chain?

Ci impegnamo ad avere sempre tutto in magazzino per avere consegne rapide. Ovvio che questo si traduca in una maggiore esigenza di circolante, ma è sempre meno un problema perché abbiamo acquisito una certa credibilità con le banche. Abbiamo avuto un calo del 10% del fatturato ma prevediamo già nel 2021 di registrare un fatturato superiore a quello del 2019. Per il futuro abbiamo un progetto molto ambizioso in cui i volumi attuali devono essere decuplicati.

Sostenibilità: parola fondamentale in questo momento storico. Qual è l’approccio di Velasca al tema?

Ci vantiamo di avere approvvigionamenti etici, i pellami non sono tutti presi in Italia ma gli artigiani a cui ci rivolgiamo fanno spesso parte del distretto di Montegranaro. Vogliamo diventare una B-corp perché il nostro mantra è lavorare bene e ritornare alla comunità una parte del successo del nostro prodotto. Il primo ordine che abbiamo fatto erano 125 paia di mocassini, ora produciamo 100mila paia.

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