Gli strumenti di risparmio creativi per incentivare l'acquisto di debito

di Gianemilio Osculati

Fin qui tutto bene. La presidente del Consiglio ci conforta che siamo un Paese in crescita, l’occupazione oggettivamente sale, le banche hanno un costo del credito basso e spesso in discesa, i profitti delle quotate del primo trimestre sono risultati molto buoni, il costo dell’energia è sceso. Sarebbe bello cullarsi nell’idea che tutto possa continuare così. Ma chi ha la responsabilità dell’impresa deve essere vigile sullo scenario esterno e sui possibili cambiamenti. Purtroppo c’è una elevata probabilità che lo scenario esterno peggiori in tempi anche brevi. I gestori delle aziende si devono quindi responsabilmente preparare per tempo, lavorando con energia su più dimensioni.

I venti contrari della seconda metà del 2023 rischiano di essere infatti piuttosto intensi, con ricadute pesanti sulla situazione finanziaria e di liquidità dell’azienda. Innanzitutto l’inflazione. I fabbisogni finanziari aggiuntivi immediati originati dall’inflazione sono una cifra non lontana dal tasso di inflazione moltiplicato per il capitale circolante netto. Per molte aziende questa è già una brutta botta: una azienda con 10 milioni di euro di fatturato ed un capitale circolante netto di 5 milioni si trova presto nella necessità di trovare 400 – 500 mila euro di finanza aggiuntiva. Poi, non si può dimenticare che la bonanza delle moratorie creditizie va a finire ed i debiti vanno ripagati. Il tutto in uno scenario nel quale le banche, oggi, hanno le mani legate allorché si dovesse rinegoziare un prestito: sono indicazioni, giuste peraltro, che arrivano dall’Europa e nulla ci si può fare. 

In questo scenario, inoltre, i tassi passivi sono in forte crescita: una azienda che ha debiti vicini al fatturato si trova con 3-5 punti percentuali di margine in meno solo a causa dei tassi passivi. Non bastasse, le banche stanno ripagando alla Bce debiti contratti a tassi di ultra – favore e non hanno più quantità quasi illimitate di risorse da mettere a disposizione. Anzi, il contrario è più vero. Tutto sommato, quindi, ce ne è più che abbastanza per essere preoccupati: fabbisogni finanziari crescenti, tassi passivi crescenti, liquidità scarsa. Non siamo alla tempesta perfetta, ancora. Ma neanche si può dire che si può stare tranquilli. 

Cosa può fare chi ha la responsabilità dell’impresa? Non esiste una ricetta univoca, perché ogni impresa è diversa dall’altra. Ma attuare misure di igiene interna comunque utili e adottare misure specifiche può aiutare molto. 

In primis, ovviamente, occorre conoscere il proprio rating di merito creditizio e, qualunque esso sia, lavorarci sopra per migliorarlo. Sono ahimè molte le aziende con un rating non adeguato ed ancor di più quelle con rating addirittura non conosciuto. I nostri dati indicano che su 270.000 aziende Pmi (spa o srl) censite dai sistemi di rating il 28% presenta un rating inferiore a BB. Questa della gestione attiva del proprio rating è una misura di igiene, buona per tutti i tempi, ma oggi ancor più necessaria.

Tra le banche che già supportano l’azienda probabilmente non molte saranno suscettibili alla sirena di aumentare i fidi se l’azienda dovesse chiederlo. Occorrerà disporre di un business plan fatto bene, dall’azienda stessa, e comprendere che la luna nel pozzo non si chiede. L’inflazione applicata al monte fidi già concessi è spesso una buona ipotesi di richiesta da fare. La banca chiederà spesso la fidejussione personale. Occorre pensarci bene, molto bene. 

Banche nuove? Si, certamente. Qui se non si è preparati vale spesso la pena di farsi accompagnare. Esistono molte aziende che fanno questo lavoro professionalmente e bene. Per fortuna qualche banca che accoglie clientela nuova c’è ancora. Il factoring, il leasing, il finexport e il debito non bancario ancor oggi non sono sfruttati a dovere. Il factoring sarà il prodotto del futuro, senza dubbio. È meglio farsi i muscoli ora, se si hanno buoni clienti. Nel leasing esistono società che deliberano una pratica entro le 24 ore dalla presentazione. Il finexport con la canalizzazione degli incassi è un classico da sempre. Il finanziamento del working capital via controparti non bancarie (il cui fido non va in Centrale Rischi, almeno per il momento) costa un po’ ma può anche essere molto utile. In ultimo, tre punti importanti:

– il commercialista non si deve limitare a limare il peso fiscale: occorre produrre bilanci presentabili alle banche se si cerca nuova finanza.

– i clienti devono pagare puntualmente. Nella gestione delle esposizioni verso la clientela (i cd. “giorni clienti”) si fanno spesso le scivolate più forti. È buona pratica: 1. avvertire il debitore prima della scadenza, 2. controllare l’avvenuto pagamento il giorno dopo la scadenza, e 3. sollecitare senza indugio

– in ultimo, se il proprietario ha qualche soldino da parte, questo è probabilmente il momento in cui serve di più in azienda.

Nulla è impossibile per il bravo gestore. Piu forte è la volontà, più grande sarà il successo.