Nelle fabbriche italiane la distanza tra gli stipendi di uomini e donne resta ampia. Nel settore metalmeccanico, secondo un’analisi della Fiom-Cgil sui rapporti periodici sulla situazione del personale, la retribuzione media delle lavoratrici è inferiore del 12% a quella dei colleghi. Una differenza che diventa molto più marcata ai vertici aziendali, dove tra dirigenti uomini e donne il divario arriva a 29.977 euro lordi all’anno.
Lo studio pubblicato su Il Messaggero, prende in esame 1.315 rapporti relativi al biennio 2024-2025 e fotografa la situazione di 476.488 dipendenti diretti. Le donne sono 102.623, pari al 21,5% del totale. La loro presenza rimane particolarmente contenuta tra gli operai, dove rappresentano il 12,2% del personale, mentre sale al 30,5% tra gli impiegati. Tra i quadri la quota è del 23,1% e tra i dirigenti del 17,5%.
La composizione dell’occupazione aiuta a leggere anche il dato sulle retribuzioni. Nel 2025 lo stipendio lordo medio considerato nell’indagine è stato di 44.985 euro per gli uomini e 39.584 euro per le donne. La differenza è quindi di 5.401 euro lordi all’anno. Inoltre, alle lavoratrici, che rappresentano poco più di un quinto dell’organico, è andato il 19,6% del monte retributivo complessivo.
Il divario cambia sensibilmente a seconda dell’inquadramento. Tra gli operai la distanza media arriva a 6.173 euro, mentre tra gli impiegati raggiunge 7.955 euro. Per i quadri il differenziale è di 6.788 euro. Il dato più elevato riguarda però la dirigenza: quasi 30mila euro separano in media le retribuzioni maschili da quelle femminili.
Il part time pesa sulla differenza salariale
Un altro elemento rilevato dalla Fiom – si legge su Il Messaggero – riguarda l’organizzazione del lavoro. Il part time interessa soltanto l’1,3% degli uomini presenti nei rapporti analizzati, mentre la quota sale al 12,2% tra le donne. Nel complesso, il lavoro a tempo parziale coinvolge il 3,68% dei dipendenti.
Secondo la lettura fornita dalla Fiom, il divario non si concentra esclusivamente nella componente fissa dello stipendio. L’analisi distingue infatti tra salario strutturale e salario accessorio. Il primo presenta un gender pay gap intorno all’8,5%, legato anche al diverso inquadramento professionale e al maggiore ricorso al part time da parte delle lavoratrici. Per la componente accessoria, invece, la distanza sale al 23,6%.
È soprattutto nelle voci aggiuntive alla retribuzione che emergono alcune delle differenze più significative. Tra gli operai, per esempio, la quota legata agli straordinari risulta del 66,7% più elevata per gli uomini rispetto alle donne. Tra i dirigenti, invece, i premi di produttività sono più alti del 47,7% per i colleghi uomini. Anche i superminimi individuali, cioè le componenti retributive aggiuntive rispetto alla paga contrattuale, contribuiscono al differenziale.
La fotografia mostra quindi che il divario complessivo non dipende soltanto dalle retribuzioni fissate dalla contrattazione collettiva. Una parte significativa della distanza emerge nelle componenti variabili e individuali dello stipendio, oltre che nelle diverse modalità di impiego.
Fiom: servono più trasparenza e contrattazione
La Fiom collega questi risultati anche al tema della contrattazione. Secondo il sindacato, nei grandi gruppi e nelle aziende seguite soprattutto a livello nazionale, dove è presente una contrattazione integrativa più strutturata, il differenziale retributivo scende all’8,3%, circa quattro punti in meno rispetto al dato complessivo.
Il segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma ha sostenuto che la contrattazione collettiva rappresenti una leva per ridurre il divario, ma ha chiesto anche un intervento sul quadro normativo.
Il riferimento è al decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96, entrato in vigore il 7 giugno, con cui l’Italia ha recepito la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva. Il provvedimento introduce, tra le altre cose, obblighi informativi sulla retribuzione e sul divario salariale e prevede specifici meccanismi di trasparenza per i datori di lavoro.
La Fiom, tuttavia, ritiene che il recepimento non sia sufficiente e chiede al governo un ulteriore intervento sul decreto. Si tratta di una posizione del sindacato, che va distinta dal contenuto effettivo della normativa: il decreto n. 96/2026 è infatti il provvedimento ufficiale con cui è stata attuata la direttiva europea sulla parità retributiva e sulla trasparenza salariale.
















