Meta alza la posta nella corsa all’intelligenza artificiale e porta il confronto con OpenAI, Google e gli altri big tech sul terreno degli agenti personali. Il gruppo di Mark Zuckerberg ha presentato Muse, un nuovo assistente capace non solo di rispondere alle domande, ma di eseguire compiti, utilizzare servizi esterni e intervenire direttamente nella vita digitale dell’utente. Il debutto segna un passaggio strategico: dall’AI che conversa all’AI che agisce per conto delle persone, con WhatsApp destinato a diventare uno dei principali punti di accesso.

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Un assistente che non si limita a rispondere

Muse può inviare email, organizzare viaggi, compilare moduli e gestire acquisti, lavorando attraverso un browser e le applicazioni autorizzate dall’utente. Meta lo ha costruito sulla base di Muse Spark, il modello sviluppato per le attività agentiche, e lo fa funzionare all’interno di una macchina virtuale dedicata, la Muse Secure VM. Per le operazioni considerate più sensibili, come l’invio di un messaggio o un pagamento, è prevista una richiesta di autorizzazione prima dell’esecuzione.

WhatsApp diventa la porta d’ingresso

La carta più importante di Meta è la distribuzione. Muse può essere utilizzato attraverso una propria applicazione, ma anche direttamente da WhatsApp, trasformando una piattaforma di messaggistica già entrata nella quotidianità di miliardi di persone in un’interfaccia per l’intelligenza artificiale. Meta cita anche esempi legati a Instagram: l’assistente può utilizzare informazioni condivise dall’utente, come una ricetta salvata sulla piattaforma, per creare una lista della spesa o organizzare una cena tenendo conto delle preferenze memorizzate.

Dal prodotto gratuito agli abbonamenti

Dietro la tecnologia c’è anche una precisa scommessa economica. Negli Stati Uniti Muse viene lanciato con un accesso gratuito per gli utilizzi più comuni, affiancato da due livelli a pagamento, da 20 e 100 dollari al mese, secondo Reuters. Per Meta significa aprire una nuova possibile fonte di ricavi consumer in un gruppo ancora fortemente dipendente dalla pubblicità. Muse diventa così anche un test sulla disponibilità degli utenti a pagare per un assistente AI personale capace di sostituirsi progressivamente a una serie di attività quotidiane.

Privacy e sicurezza, la sfida più delicata

Più aumenta l’autonomia dell’assistente, più cresce il problema dell’accesso ai dati personali. Meta sostiene che Muse utilizzi una Secure VM dedicata, che le credenziali siano conservate separatamente e che un secondo agente, Sentinel, controlli le attività prima che raggiungano internet. Reuters riferisce però che durante i test interni sarebbero emersi problemi di sicurezza e affidabilità e che il lancio sarebbe stato rinviato rispetto ai programmi iniziali. La competizione sull’AI personale si giocherà quindi non soltanto sulla potenza dei modelli, ma sulla fiducia degli utenti.