Il processo appena cominciato in California potrebbe rappresentare per le grandi piattaforme digitali ciò che negli anni Novanta fu la resa dei conti con l’industria del tabacco. È questa la tesi avanzata con autorevolezza dal Guardian, nella dettagliata ricostruzione firmata dalla sua giornalista tecnologica Mark Zuckerberg: non una delle tante seccature giudiziarie affrontate negli ultimi anni da Mark Zuckerberg, ma un procedimento capace di cambiare le regole del gioco per l’intera Big Tech
Il fondatore e amministratore delegato di Meta salirà sul banco dei testimoni nelle prossime settimane. Stavolta, osserva il quotidiano britannico, non potrà liquidare l’appuntamento come l’ennesima audizione davanti al Congresso. Ventinove Stati americani chiedono infatti a Meta risarcimenti che potrebbero raggiungere i 200 miliardi di dollari, accusando il gruppo proprietario di Facebook e Instagram di avere progettato consapevolmente prodotti capaci di creare dipendenza nei minori, danneggiandone la salute, e di avere violato le norme sulla protezione dei dati dei bambini. Meta respinge tutte le accuse.
Ma la portata del processo va molto oltre la somma in gioco. «Il caso riflette un cambiamento più ampio nel tentativo di chiamare le società dei social media a rispondere delle proprie responsabilità: l’attenzione sulla dipendenza progettata e sul benessere dei giovani potrebbe cambiare tutto».
Finora i colossi tecnologici sono riusciti in larga misura a evitare la responsabilità per ciò che viene pubblicato sulle loro reti, sostenendo di essere semplici piattaforme e non editori. Questa distinzione li ha protetti dalle conseguenze legali e, sottolinea il Guardian attraverso l’analisi di Aisha Down, ha contribuito a plasmare un mondo segnato dalla disinformazione, dalla polarizzazione sociale e dall’imbarbarimento del confronto pubblico.
La causa federale prova ora a rovesciare lo schema. Al centro non vengono messi i singoli contenuti pubblicati dagli utenti, ma il modo stesso in cui i prodotti sono stati concepiti: lo scorrimento infinito, i sistemi di raccomandazione e tutti quei meccanismi destinati a trattenere l’utente il più a lungo possibile davanti allo schermo. «Concentrandosi sulla capacità delle piattaforme di creare dipendenza, anziché sui loro contenuti, il processo cambia completamente il copione».
Il primo testimone, l’ex responsabile della sicurezza di Meta Arturo Béjar, ha parlato proprio delle caratteristiche potenzialmente assuefacenti dei social network. Secondo l’ex ingegnere, l’azienda sarebbe stata consapevole dei pericoli corsi dai minori, comprese le raccomandazioni che potevano indirizzarli verso predatori sessuali, immagini violente o materiale esplicito, senza intervenire adeguatamente.
Il processo arriva dopo altri verdetti molto pesanti. A marzo una giuria di Los Angeles ha riconosciuto Meta e YouTube responsabili di avere progettato intenzionalmente prodotti capaci di generare dipendenza e di avere danneggiato la salute mentale di una giovane donna. Nel New Mexico, inoltre, Meta è stata condannata a pagare complessivamente 942 miliardi di dollari dopo che una giuria ha stabilito che la società fosse a conoscenza dello sfruttamento sessuale dei minori sulle proprie piattaforme e non lo avesse impedito. Il gruppo ha annunciato ricorso.
Proprio quella causa aveva richiamato un’inchiesta pubblicata nel 2023 dal Guardian, ancora ricordata da Aisha Down, che aveva portato alla luce episodi di traffico sessuale di minori attraverso Facebook e Instagram. Intanto, migliaia di procedimenti coordinati sono stati depositati davanti a un tribunale statale californiano contro Meta, YouTube, TikTok e Snap.
Meta tenta di reagire promuovendo attraverso un esercito di influencer i propri strumenti di sicurezza per adolescenti. Ma il giornale britannico ricorda anche le accuse rivolte alla società per avere cercato di colpire la whistleblower Sarah Wynn-Williams, autrice del libro Careless People, nel quale vengono descritti gli effetti negativi delle piattaforme sui ragazzi. Un provvedimento ottenuto da Meta le impedisce di parlare pubblicamente del volume, esponendola a una multa per ogni eventuale violazione.
Già nel 2021 un’altra ex dipendente, Frances Haugen, aveva diffuso documenti interni compromettenti sull’impatto di Instagram sulla salute mentale delle adolescenti. Ora quella vicenda diventerà in parte un film di Aaron Sorkin, con Jeremy Strong nel ruolo di Zuckerberg. Il titolo, The Social Reckoning, suona quasi profetico: per i social network, il momento della resa dei conti potrebbe essere davvero arrivato.
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