di Wlademir Biasia, WB Advisors

Nell’ultima riunione delle banche centrali di giugno, Fed e Bce hanno ricalibrato le aspettative rispetto all’ipotesi di un taglio dei tassi da parte della prima già in autunno. Ha sorpreso infatti, l’indicazione fornita dalla matrice Dot Plot, dove ogni membro del Federal Open Market Committee (Fomc) esprime le proprie stime sul posizionamento futuro dei Fed Funds rate, su due potenziali nuovi rialzi dei tassi d’interesse per l’anno in corso. I dots non sono scolpiti nella pietra, rappresentano le attuali proiezioni fatte sulla base di dati congiunturali del momento. Possono quindi subire variazioni nel tempo, per cui vanno sempre ponderati sulla base dell’evoluzione del quadro economico. 

Tuttavia influenzano l’opinione degli investitori, anche se non rappresentano un paradigma infallibile. Pure la Bce non ha fatto mancare le sue convinzioni. Il bias rimane restrittivo nonostante la discesa in campo recessivo dell’economia dell’Eurozona nonché della Germania. 

È possibile che la comunicazione delle banche centrali rimanga articolata su schemi di rigidità monetaria, nel timore che i mercati possano ritenere la perdita di momentum della crescita economica come atto preliminare ad un allentamento delle linee di policy. 

Secondo i sondaggi Pmi, l’inflazione determinata dai prezzi alla produzione sta velocemente raffreddandosi. Tuttavia, i tempi necessari per trasmettere tali benefici ai prezzi al consumo sono molto più lunghi di quanto oggi i board dei regulators sono disposti ad attendere. Alcune ricerche empiriche tendono ad inquadrare il range temporale per il trasferimento ai prezzi finali del ribasso di quelli relativi all’input di produzione, in un’isteresi temporale che va dai dodici ai diciotto mesi. 

Qualora le banche centrali, attraverso la politica monetaria, riuscissero a raffreddare ulteriormente la domanda di beni e con essa inibire ulteriori rialzi delle borse, accentuando un clima di avversione al rischio, potremmo assistere ad ulteriori ribassi dei prezzi delle materie prime e verificare verso la fine dell’estate ad un ulteriore raffreddamento dell’inflazione propiziata proprio dal differenziale negativo accumulato in generale dalle commodity rispetto ai picchi dello scorso anno. 

L’ulteriore perdita di momentum della domanda darebbe spazio ad un’altra gamba di ribasso dei valori energetici. Il petrolio, che dal mese di marzo oscilla tra 85 e 71 Usd/bar (Brent oil), in due occasioni ha tentato di violare quota 70 Usd proprio sulla scia di un potenziale squilibrio tra offerta e domanda (la prima in eccesso). Non a caso per contrastare gli effetti riflessivi sui prezzi l’Opec+ è intervenuta annunciando ripetuti tagli alla produzione giornaliera di greggio. Chi scrive ritiene che la perdita di momentum dei prezzi possa spingere le quotazioni verso area 60/55 Usd/bar (Brent oil). Ciò favorirebbe l’innesco di un ulteriore flessione generale dell’inflazione.  

Purtroppo, l’attuale confronto tra Opec+ e G7 si sta traducendo sempre più in una disputa geopolitica che trascende la normale relazione commerciale. Di conseguenza l’evento tecnico, di cui sopra, potrebbe risultare più problematico di quanto l’elasticità degli scambi tenda a riflettere i fondamentali in tempi più normali. Ciò detto la strada sembra tracciata. 

Lo scenario sull’inflazione troverebbe conferme nelle risposte che gli investitori stanno offrendo alla nuova postura della Fed e se vogliamo anche della Bce. I mercati, pur non prezzano più nessun taglio da qui a fine anno; tuttavia sembrano orientati a rifiutarsi di scontare i due rialzi indicati nel Dot Plot. 

I rendimenti sul 10 anni Treasury continuano ad oscillare tra il 3,9 ed il 3,5%. L’eventuale possibile flessione sotto la base di questo range, tenderà ad aprire una fase tendenzialmente riflessiva, allentando sensibilmente le pressioni su tutta la gamma dei bond governativi, compresi quindi le emissioni dell’Eurozona. Anche a beneficio del Btp.