Stasera, sul palco montato al Terminal Crociere del porto di Bari, sotto lo slogan «Il governo più stabile, l’Italia più forte», Giorgia Meloni festeggerà un primato che nessun altro presidente del Consiglio repubblicano ha mai toccato: 1.413 giorni consecutivi a Palazzo Chigi, uno in più dei 1.412 del Berlusconi II. In un Paese che ha logorato sessantotto governi in ottant’anni, il dato è inoppugnabile. Resta da capire di che pasta sia fatto questo successo. Tacito, che di ascese fondate sul vuoto s’intendeva, ci ha lasciato nei suoi “Annales” la formula giusta: ex comparatione deterrima, grazie ai pessimi concorrenti. Si riferisce al lucido e narcisistico cinismo di Cesare Augusto che, secondo lo storico, aveva scelto Tiberio come suo successore non per stima ma al contrario per far maggiormente brillare il ricordo di sé nel pessimo confronto con ciò che sarebbe venuto dopo.
Ritornando a noi, duemila anni più tardi – una bazzecola per una storia che non si ripete ma si somiglia assai – il confronto col peggio va evocato per l’opposizione, che in quattro anni non ha saputo produrre né un leader unico né un programma coerente. Ma vale, e questo è il punto, anche per una maggioranza che ha finito per scambiare la durata con il risultato.
Le cose fatte ci sono, e sarebbe disonesto ignorarle. Il Pnrr, chiuso il 31 agosto, ha portato in cassa 166 miliardi sui 194,4 assegnati, quota che nessun altro Stato membro ha raggiunto, con l’ultima rata da 28,4 miliardi da richiedere entro il 30 settembre. Ma per due terzi sono nuovo debito pubblico, da restituire, prima o poi. Il reddito di cittadinanza è stato abolito senza le rivolte sociali che in molti pronosticavano. I conti pubblici sono stati tenuti in ordine con una prudenza quasi luterana: deficit sceso dall’8 per cento a poco più del 3, procedura d’infrazione a un passo dalla chiusura, spread da 220 a un’ottantina di punti base, tre promozioni delle agenzie con S&P, Fitch e, dopo ventitré anni, perfino Moody’s. Giancarlo Giorgetti ha fatto il ragioniere che all’Italia mancava da tempo, e i mercati hanno pagato il servizio.
Poi c’è l’asterisco, e l’asterisco è grosso di brutto. Sul Pnrr i miliardi incassati sono 166, ma la spesa effettiva poco più di 140; le opere pubbliche concluse sono il 36,7 per cento per numero ma il 6,2 per valore economico. Tradotto: i cantieri grandi sono ancora aperti e nessuno sa più chi li finanzierà. Soprattutto, quattro anni di stabilità hanno prodotto una crescita che Moody’s stima allo 0,7 per cento nel 2026. Lo spread scende, il Pil non sale come dovrebbe. Il debito è stabile ma non arretra, e comincerà a farlo, dicono, più avanti. Sempre più avanti.
Il resto è l’inventario delle promesse tradite. La riforma fiscale annunciata come epocale si è ridotta alla seconda aliquota Irpef portata dal 35 al 33 per cento: fino a 440 euro l’anno, trentasei al mese, sterilizzati sopra i 200mila di reddito. Un compitino da 6+. Della flat tax, bandiera della campagna elettorale 2022, non parla più nessuno. L’autonomia differenziata, cardine del patto con la Lega, è stata sventrata dalla Consulta con la sentenza 192 del 2024 e sopravvive come liturgia: quattro pre-intese fotocopia con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria su quattro materie estranee ai Lep (livelli essenziali delle prestazioni), previdenza complementare, protezione civile, professioni e coordinamento sanitario, mentre questi benedetti livelli essenziali restano indefiniti e non finanziati e il ddl delega dorme in Senato.
Sulla giustizia il governo ha investito il capitale politico di una legislatura e il 22 e 23 marzo se l’è visto restituire in faccia: ha vinto il No, la separazione delle carriere non è entrata in vigore, ma soprattutto una delle magistrature meno efficienti del pianeta esce corroborata dal voto inconsapevole di un’opinione pubblica che non l’apprezza me teme talmente la politica degradata italiana da non osare di indebolire la presa, pur caotica casuale e maramalda, che le Procure hanno su di essa: un referendum scritto male, giocato peggio e trasformato in plebiscito su Palazzo Chigi da Palazzo Chigi stessa. E ancora: sulle pensioni, il superamento della legge Fornero, promessa ripetuta per un decennio, si è dissolto in una sequenza di finestre e correttivi, con l’età di vecchiaia che salirà comunque di tre mesi dal 2027.
Sull’acciaio il pasticcio è sotto gli occhi di tutti. Dopo il decreto della Corte d’appello di Milano sulla fermata dell’area a caldo, il 16 settembre è la data oltre la quale l’altoforno 2 di Taranto non si riaccende più; l’8 c’è il tavolo a Palazzo Chigi, il 9 l’udienza sulla sospensiva, e dopo quattro anni di commissariamento un compratore ancora non c’è, con Jindal, la cordata Federacciai e i cechi di Ce Industries fermi sulla soglia. Sulle banche è andata peggio, perché lì il governo si è mosso. Il golden power esercitato contro l’Ops di UniCredit su Banco Bpm ha fatto saltare l’operazione senza costruire nulla al suo posto: il terzo polo attorno al Monte dei Paschi non è mai nato e a giugno Intesa ha ribaltato il tavolo con un’Opas da 30,6 miliardi su Siena, lasciando il Tesoro a dichiararsi neutrale su una banca di cui è azionista. Il mercato ha riscritto la mappa del credito italiano; la politica ha commentato.
C’è, nel trentaquattresimo capitolo dei Promessi Sposi, la figura del vecchio malvissuto che inveisce contro il vicario di provvisione. Allegoria della canaglia pezzente, capace solo di criticare e aggredire i deboli ma non di risolvere problemi. E’ una delle immagini più spietate che la nostra letteratura abbia dedicato alla sopravvivenza scambiata per virtù. Al governo più longevo della storia repubblicana resta poco più di un anno per decidere che cosa vuole essere: l’esecutivo che ha usato la stabilità o quello che si è limitato a incassarla. Perché al vecchio malvissuto la storia non ha riservato un monumento.
















