Per una società italiana decidere di sbarcare in Borsa non è mai stato un esercizio semplice. Servono capitali, una struttura organizzativa adeguata, governance, consulenti, investitori e soprattutto un progetto industriale abbastanza solido da convincere il mercato. Adesso, però, per chi vuole affrontare una Ipo a Piazza Affari c’è un’altra voce di costo da mettere in conto: le nuove tariffe di Euronext. Il listino prezzi 2026 del gruppo che gestisce i mercati europei ha infatti modificato la struttura delle commissioni di quotazione, introducendo un sistema nel quale la componente variabile legata alla capitalizzazione può determinare incrementi superiori al 100% rispetto alle tariffe precedenti. Una revisione che arriva in un momento tutt’altro che favorevole per il mercato azionario italiano, alle prese con un numero di quotazioni ancora ridotto, un flusso consistente di delisting e, soprattutto sul fronte delle piccole e medie imprese, con una liquidità degli scambi che resta un problema strutturale.
Il paradosso è evidente. Proprio mentre il mercato italiano cerca di rendere Piazza Affari più attrattiva per le imprese e di aumentare il numero delle società quotate, il nuovo tariffario Euronext rende più oneroso in alcuni casi l’accesso al listino. La revisione non colpisce però allo stesso modo tutte le aziende: le società di dimensioni più contenute risultano sostanzialmente protette grazie alla presenza di un limite minimo alla commissione, mentre l’impatto diventa molto più significativo man mano che cresce la capitalizzazione iniziale dell’emittente. È una differenza che emerge con particolare chiarezza mettendo a confronto il tariffario 2026 con quello in vigore nel 2024.
Piazza Affari perde società mentre le Ipo restano rare
Il problema dei costi si inserisce in una fotografia del mercato italiano che già di per sé non lascia molto spazio all’ottimismo. Secondo i dati richiamati nella relazione annuale della Consob pubblicata a metà 2026, nel 2025 si sono verificati 30 delisting da Piazza Affari, per una capitalizzazione complessiva di circa 2,5 miliardi di euro, a fronte di appena 21 nuove quotazioni. Ma il dato sulle Ipo contiene un’altra particolarità significativa: tutte le 21 matricole sono approdate su Euronext Growth Milan, il segmento dedicato alle piccole e medie imprese, per una raccolta complessiva di appena 124 milioni di euro. Il saldo ha portato il numero delle società quotate sui mercati italiani da 421 a 411.
La tendenza non si è invertita nel primo semestre del 2026. Nei primi sei mesi dell’anno non si sono registrate nuove quotazioni su Euronext Milan, vale a dire il mercato principale di Piazza Affari, mentre sul segmento Euronext Growth Milan si è registrato un record di delisting netti. Soltanto con l’inizio del secondo semestre il flusso delle Ipo ha mostrato qualche segnale di riattivazione. Il caso di Alia Mentis, società trevigiana specializzata nella scienza dei materiali avanzati, è emblematico: la società deep-tech è approdata sul mercato a fine giugno raccogliendo complessivamente 35 milioni di euro e presentandosi agli investitori con una capitalizzazione iniziale di circa 100 milioni di euro.
Ed è proprio un’operazione di questa dimensione a rendere immediatamente visibile l’effetto del nuovo tariffario. Per capire quanto pesa il cambiamento bisogna infatti guardare alle commissioni richieste da Euronext per l’ammissione alla quotazione, distinguendole dal complesso dei costi che una società deve sostenere per realizzare un’Ipo. Il nuovo meccanismo non rappresenta dunque il costo totale della quotazione, ma una specifica componente della spesa complessiva necessaria per arrivare sul listino.
La soglia dei 100 milioni fa scattare il conto
Il Listing Fee Book 2026 di Euronext, applicabile agli emittenti con strumenti azionari ammessi alla quotazione, stabilisce per le società con una capitalizzazione compresa fra 50 e 100 milioni di euro una commissione variabile dello 0,065%, cui si aggiunge una quota fissa di 20.000 euro per le società con market cap superiore a 50 milioni. Per un’azienda che al momento della quotazione raggiunge una capitalizzazione di 100 milioni di euro, come nel caso indicato di Alia Mentis, il calcolo porta quindi a un esborso nell’ordine di 87.000 euro.
Il confronto con il tariffario precedente rende il cambiamento ancora più netto. Nel listino Euronext del 2024, per una società con capitalizzazione fino a 1 miliardo di euro, la quota fissa indicata era pari a 40.000 euro. Per una Ipo da 100 milioni, dunque, il nuovo sistema può tradursi in un costo più che raddoppiato rispetto alla precedente struttura tariffaria. È un incremento che, preso singolarmente, non cambia naturalmente il conto economico di un’impresa di grandi dimensioni, ma assume un significato diverso quando viene collocato nel contesto di una piccola o media azienda che sta valutando se affrontare o meno il mercato azionario.
Il punto non è infatti soltanto il valore assoluto della commissione. Per una società da 100 milioni di capitalizzazione, 87.000 euro rappresentano una frazione estremamente contenuta del valore complessivo dell’impresa. Ma per una Pmi che deve già sostenere i costi di advisor finanziari e legali, revisione, comunicazione finanziaria, governance e adeguamento dei sistemi interni, ogni incremento della spesa di accesso al mercato può contribuire a rendere meno conveniente l’operazione. Soprattutto se il beneficio atteso dalla quotazione è difficile da misurare nel breve periodo e se, una volta arrivati sul mercato, la liquidità del titolo rimane limitata.
Le piccole sono protette, ma il problema resta
Il nuovo tariffario contiene tuttavia un elemento che attenua l’impatto sulle società più piccole. La revisione dei prezzi non si traduce in un aumento generalizzato delle commissioni per tutte le Pmi, perché il sistema prevede un floor minimo di 20.000 euro. Per una società con una capitalizzazione intorno ai 20 milioni di euro, il costo dell’Ipo rimane quindi sostanzialmente invariato rispetto al 2024.
È il caso di Nabla Cosmetics, società milanese attiva nel settore del make-up e indicata tra le nuove realtà in procinto di approdare sul mercato. Con una capitalizzazione intorno ai 20 milioni di euro, l’operazione avrebbe comportato una commissione di 20.000 euro anche nel 2024 e mantiene lo stesso livello con il nuovo tariffario. In questo segmento, dunque, la revisione non produce lo stesso effetto osservato per le aziende di dimensioni maggiori. Anzi, c’è un elemento favorevole per le società che rimangono quotate: la commissione annuale di mantenimento scende a 20.000 euro, rispetto ai precedenti 23.000 euro.
Il problema si concentra quindi soprattutto nella fascia intermedia del mercato, proprio quella nella quale molte imprese italiane potrebbero teoricamente trovare nella Borsa uno strumento per raccogliere capitali, finanziare acquisizioni, diversificare le fonti di finanziamento e accompagnare la crescita. Se l’aumento dei costi colpisce le società che hanno già una dimensione significativa ma non ancora quella di una grande corporate, il rischio è che la scelta della quotazione diventi ulteriormente selettiva. Non è la singola commissione Euronext a determinare una decisione industriale, naturalmente, ma il suo effetto va sommato a tutti gli altri costi e alle difficoltà che oggi caratterizzano il mercato azionario delle Pmi.
Il vero ostacolo è la liquidità
Per comprendere perché l’aumento delle tariffe abbia suscitato attenzione tra gli operatori occorre però guardare oltre il listino prezzi. Il problema di Piazza Affari, soprattutto sul segmento delle small e mid cap, è anche la capacità del mercato di offrire alle imprese quotate un numero sufficiente di investitori e scambi. Una società può affrontare con successo il processo di Ipo, raccogliere capitale e ottenere l’ammissione alla quotazione, ma poi trovarsi a fare i conti con un mercato secondario caratterizzato da volumi ridotti.
La conseguenza è un circuito difficile da spezzare. Se gli investitori sono pochi e gli scambi limitati, il titolo rischia di diventare poco liquido; se il titolo è poco liquido, diminuisce l’interesse dei gestori; con meno investitori istituzionali, gli scambi possono ulteriormente rarefarsi. E in un mercato poco liquido anche l’uscita di un singolo investitore istituzionale può avere un impatto molto rilevante sulle quotazioni. Per le Pmi questo elemento pesa quanto, se non più, del costo iniziale dell’Ipo: la vera domanda per un imprenditore non è soltanto quanto costa entrare in Borsa, ma quale mercato troverà una volta arrivato.
Il tema è particolarmente rilevante per Euronext Growth Milan, che negli ultimi anni ha rappresentato il principale canale di accesso al mercato azionario italiano per le imprese di minori dimensioni. I dati del 2025 raccontano però un segmento nel quale le nuove quotazioni sono state numericamente superiori rispetto al mercato principale, ma con una raccolta complessiva di soli 124 milioni di euro per 21 operazioni. Nel primo semestre del 2026, inoltre, il segmento ha registrato un record di delisting netti. In altre parole, l’accesso al mercato esiste, ma il problema è costruire un ecosistema nel quale rimanere quotati abbia un valore industriale e finanziario sufficiente per convincere imprese e investitori.
Il tentativo del Mef con il Fondo nazionale strategico indiretto
Su questo terreno si colloca il progetto del Fondo Nazionale Strategico Indiretto, il Fnsi, al quale il ministero dell’Economia lavora da almeno un paio d’anni con l’obiettivo di creare un bacino di capitale paziente destinato alle società italiane di piccola e media capitalizzazione. Il progetto prevede, a regime, una dotazione di 750 milioni di euro, con una strategia di investimento orientata a un orizzonte di circa sette anni sulle mid e small cap.
La struttura immaginata prevede che il 51% degli afflussi arrivi dai singoli fondi guidati da banche, assicurazioni, Sim e società di gestione del risparmio, mentre il restante 49% venga da Cdp Equity. La raccolta è attesa entro dicembre, ma il percorso è risultato finora più lento del previsto. Dei 13 fondi partiti a gennaio, soltanto cinque, per complessivi 545 milioni di euro, hanno chiuso la raccolta e avviato gli investimenti a Piazza Affari, mentre un sesto fondo risulta in dirittura d’arrivo.
Anche in questo caso la composizione dei partecipanti racconta un problema strutturale. A riuscire a raccogliere e partire sono stati soprattutto soggetti istituzionali, come le banche, che disponevano già al proprio interno di asset da convogliare nel Fnsi. Per Sim e Sgr indipendenti, invece, la raccolta si è rivelata più complessa. Il risultato è che il capitale destinato alle piccole e medie società italiane continua a essere meno abbondante e meno stabile di quanto sarebbe necessario per creare un mercato azionario realmente profondo.
















