CATTURATO IL BOSS MATTEO MESSINA DENARO, IL MOMENTO IN CUI VIENE PORTATO VIA DALLA CASERMA

C’è un uomo di 60 anni e più. Ha vissuto metà della sua vita a scappare, nascondersi, sfuggire alle indagini dei magistrati e ai controlli serrati di polizia e carabinieri che lo cercano insistentemente, in Italia e all’estero, più o meno dal 1992. È malato, molto malato. La cartella clinica recita “Adenocarcinomia mucinoso del colon” che tradotto brutalmente vuole dire cancro al colon.

Una forma tumorale particolarmente aggressiva, per la quale negli ultimi due anni – in pieno periodo Covid – ha dovuto già subire un paio di interventi per la resezione di alcune metastasi al fegato. Le statistiche parlano chiaro e in seguito lo confermerà anche l’oncologo che lo aveva in cura: è un uomo condannato. Da quel tipo di neoplasia non si torna indietro. Bisogna sottoporsi di continuo a cicli di chemioterapia. Ma il destino è segnato.

Matteo Messina Denaro, il tumore al colon

Quando i carabinieri del Ros lo intercettano all’interno della clinica palermitana “La Maddalena” trovano un uomo rassegnato, con il volto gonfio, l’aria stanca, il fisico visibilmente debilitato, che davanti al muso duro dei militari declina con mestizia le sue generalità e si consegna, senza colpo ferire, a quella giustizia che per 30 anni lo aveva braccato vanamente.

La parabola di Matteo Messina Denaro, “la primula rossa d’Italia”, si chiude qui. È la fine di un’epoca, su questo non c’è dubbio. È caduto l’ultimo capo, l’highlander dei mafiosi stragisti che tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’90, a colpi di kalashnikov e tritolo, volevano mettere sotto scacco la democrazia. È finito in manette l’unico pezzo da novanta ancora a piede libero di quella Cosa Nostra – “unitaria, verticistica, dotata di una struttura militare da Anti-stato” – che è arrivata a sedersi a discutere con pari dignità al tavolo dello Stato per “trattare” benefici e compromessi in cambio della fine della stagione delle bombe che è costata la vita, tra gli altri, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Totò Riina, l’archivio sparito dal covo nel 1993

Il boss mafioso originario di Castelvetrano, di cui fino a ieri mattina non si conoscevano nemmeno bene i connotati – in un mondo in cui le date non sono mai casuali – è caduto nella rete dell’Arma giusto 30 anni e un giorno dopo l’arresto di colui che dicono sia stato il suo maestro, Totò Riina alias “u curtu”, il primo (e probabilmente unico), vero, sanguinario “capo dei capi” della mafia siciliana. Dicono pure che Messina Denaro si sia garantito i suoi tre decenni di libertà e impunità dorata ripulendo il covo che era stato di Riina – e che “stranamente” non era stato perquisito subito dagli inquirenti dopo l’arresto avvenuto il 15 gennaio 1993 – e portandosi dietro il suo archivio fatto di “pizzini”, “papelli” e altre carte compromettenti. Ma si tratta di strane storie in cui c’entrano barbe finte e divise deviate, poliziotti infedeli e pezzi dello Stato.

Storie che iniziano all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio nell’annus horribilis 1992 e continuano nei decenni successivi mentre il rumore di processi, pentiti ed arresti piano piano soverchia quello di pistole e mitragliette. Sono gli anni dell’interregno di “Binnu” Provenzano, la nuova era della mafia discreta che nel silenzio delle armi prospera e si allarga nell’economia legale, si mimetizza dentro società-civetta e ditte subappaltatrici, dentro fondi di investimento e imprese straniere, lascia perdere cupole, capifamiglia e mandamenti e si fa “liquida”, multiforme, indefinita, più orizzontale che verticistica, più adusa a corrompere che ad ammazzare.

Cosa Nostra con lui cambia pelle e pensa ai pìcciuli

Sono gli anni in cui, soprattutto dopo l’arresto di Provenzano, la leggenda di Matteo Messina Denaro “nuovo capo dei capi”, alimentata dalla narrazione mediatica, prende forma e corpo. E si arricchisce sempre più, e non soltanto di fama. Dicono che a Totò “u curtu” questa nuova Cosa Nostra rifatta a immagine e somiglianza del giovane boss trapanese non piacesse per niente. E che, in carcere, il vecchio capomafia abbia più volte masticato amaro, parlando di quel Matteo che «pensa solo a fare pìcciuli».

Uno che, per certe vicende personali chiaroscure, potrà anche far storcere il naso ma che in materia di mafia siciliana la sa sicuramente lunga come il giornalista di Telejato Pino Maniaci, dopo il blitz alla Madonnina alla radio ha commentato: «Ma chi? Matteo Messina Denaro? Più che fare il capo dei capi della mafia siciliana, gli ultimi 30 anni li ha passati a farsi i cazzi suoi». Qualcun altro invece più sommessamente ha commentato: «Messina Denaro non è più il capo di Cosa Nostra, semplicemente perché Cosa Nostra non esiste più». Uhm.

Trattativa Stato-Mafia, così è cambiata Cosa Nostra

Ricapitolando: Matteo Messina Denaro 30 anni fa sparisce presumibilmente portandosi dietro le carte di Totò Riina che “qualcuno” gli aveva fatto la cortesia di lasciare al loro posto nel covo perquisito con evidente ritardo dopo l’arresto del corleonese. Da allora, mentre il capoclan di Castelvetranosi campa la vita” braccato sì ma libero e bello, tutti i vecchi arnesi della stagione stragista finiscono in carcere o sottoterra e Cosa Nostra cambia pelle. Smette piano piano di sparare a politici, magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti e sindacalisti, mette definitivamente da parte vagheggi golpisti da Antistato e ogni proposito sanguinario per occupa solo d’affari senza fare rumore.

E 30 anni dopo la caduta di Riina, cade anche Matteo Messina Denaro, il suo presunto successore, l’ultimo rappresentante di quella mafia militare che evidentemente non esiste più da un pezzo. E stavolta all’orizzonte non ci sono giovani rampolli pronti a prenderne il posto. Niente soffiate o pentiti, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Teo Luzi ha parlato dell’arresto alla Madonnina come di un’operazione «stile Dalla Chiesa»: frutto cioè di indagini minuziose, riscontri, incrocio di dati, investigazioni sul campo e intercettazioni telefoniche.

Baiardo, La7 e la strana profezia su Messina Denaro

Nelle ore successive al clamoroso colpo dei Ros in Rete è spuntato e ha fatto subito il giro vorticoso delle chat telefoniche e delle pagine social, il video di una puntata di “Non è l’Arena”, andata in onda su La7 a novembre, nella quale Salvatore Baiardo, un gelataio piemontese passato alla storia (si fa per dire) per essere stato un fiancheggiatore dei fratelli Graviano in latitanza, parlando dei suoi “amici” dice al conduttore Massimo Giletti che «L’unica speranza dei Graviano è che venga abrogato l’ergastolo ostativo». E aggiunge sempre davanti a un esterrefatto Giletti: «Che arrivi un regalino?…Che magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?».

Ricapitoliamo di nuovo: un personaggio marginale, discutibile, ambiguo, amico dei Graviano, tre mesi fa, parlando della situazione dei condannati di mafia, dice a Giletti che Messina Denaro è molto malato e, per far fare bella figura al nuovo Governo Meloni, potrebbe farsi prendere in cambio di una concessione sull’abrogazione dell’ergastolo ostativo (la premier ha già fatto sapere che lo strumento non si tocca, ma sulla legislazione antimafia d’emergenza da qui ai prossimi anni forse è il caso di vigilare lo stesso, NdA). Tre mesi dopo Messina Denaro, malato –  probabilmente – terminale di tumore, viene intercettato e arrestato nel cuore di Palermo. Uhm. Perché Baiardo giusto tre mesi fa è andato a dire quelle cose a Giletti in televisione? Profezia o consiglio? Un inquietante spoiler o in realtà un messaggio indiretto al boss malato?

Cosa Nostra è finita ma cosa c’è al suo posto?

Insomma un’altra storia strana. Di quelle che potrebbero avere a che fare di nuovo con barbe finte, divise deviate, pezzi infedeli dello Stato eccetera eccetera. Quelle iniziate 30 anni fa e che oggi, con Messina Denaro finito in carcere, in un certo senso si chiudono. E con esse si chiude la parabola di Cosa Nostra, almeno così come l’avevamo conosciuta. Restano aperti però i misteri: la trattativa, le stragi del 1992 e questi 30 anni di Matteo passati da uccel di bosco. Sotto il naso di tutti.

E c’è un’altra domanda che pende come una spada di Damocle sulle nostre teste: se davvero la Cosa Nostra che è stata oggi non esiste più, cosa c’è al suo posto nel macrocosmo mafioso? Anche questa è un’altra storia da raccontare.