di Giovanni Talente
Mantenere un’automobile in Italia comporta una spesa annua compresa tra 2.329 e 4.486 euro a seconda del profilo dell’automobilista e della città di residenza. È il risultato dell’analisi realizzata da Facile.it con Pratiche Auto Online su tre profili tipo e tre città campione, diffusa nel maggio 2026: una famiglia con figli sotto i venticinque anni e una familiare diesel spende in media 3.556 euro l’anno, una coppia over quaranta senza figli con un’auto media a benzina 2.441. La voce che varia di più sul territorio è l’assicurazione, con un premio medio di 432 euro a Milano, 693 a Roma e 1.408 a Napoli. Il bollo pesa in media 277 euro, la revisione circa 88 euro ogni due anni, il cambio stagionale degli pneumatici circa 80 euro l’anno. Una stima diversa arriva dal ventiduesimo Rapporto Isfort sulla mobilità degli italiani, che colloca la spesa media di gestione intorno ai 334 euro mensili. Su queste cifre si innesta una previsione formulata negli Stati Uniti e ripresa da Fortune il 31 agosto 2026: secondo Andrew Macdonald, presidente e chief operating officer di Uber, tra quindici e vent’anni la maggior parte delle persone potrebbe non aver bisogno né di possedere un’automobile né di conseguire la patente.
L’argomento con cui Macdonald sostiene quella previsione è di natura economica. «L’auto di proprietà individuale è l’asset più inefficiente che chiunque possieda, e certamente a qualsiasi livello di prezzo», ha dichiarato nel podcast 20VC condotto da Harry Stebbings, osservando che resta inutilizzata per il 98% della giornata, si deprezza e comporta costi operativi che si sostengono anche quando il veicolo è fermo, a partire dalla polizza assicurativa. Nella stessa conversazione ha indicato in biciclette, monopattini, trasporto pubblico e veicoli a guida autonoma le modalità destinate a sostituire l’uso individuale, citando come dato di contesto l’aumento del 30% dei prezzi delle auto nuove negli Stati Uniti negli ultimi sei anni.
La previsione va collocata nel suo contesto. Proviene dal secondo dirigente di un’azienda il cui modello di ricavi si fonda sulla vendita di spostamenti anziché di veicoli, e riguarda un orizzonte temporale che nessuna metodologia consente di verificare. Uber ha inoltre abbandonato lo sviluppo interno di tecnologie per la guida autonoma e opera in questo ambito attraverso accordi con Waymo e Waabi, il che colloca l’affermazione all’interno di una strategia industriale dichiarata.
I numeri italiani descrivono per ora una direzione diversa. Secondo il nono Rapporto nazionale sulla sharing mobility, pubblicato nell’ottobre 2025 dall’Osservatorio nazionale coordinato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, il parco circolante italiano ha superato i 40 milioni di automobili e il tasso di motorizzazione è passato da 675 a 701 veicoli ogni mille abitanti. È un indicatore che cresce nello stesso periodo in cui cresce anche la mobilità condivisa, e il Rapporto lo segnala esplicitamente: «Il rischio concreto è che, nei prossimi anni, si accentui lo squilibrio tra mobilità individuale e condivisa» e aumentino i divari territoriali e sociali già presenti nel sistema dei trasporti italiano.
La mobilità condivisa, dal canto suo, cresce in utilizzo. La previsione dell’Osservatorio per il 2025 indica quasi 60 milioni di noleggi annui complessivi tra car sharing, bike sharing, scooter sharing e monopattini, con un aumento del 20% rispetto all’anno precedente. Roma è la prima città per numero di noleggi con 13,2 milioni, seguita da Milano e Torino, mentre Brescia registra il miglior tasso di rotazione dei veicoli con quattro noleggi medi al giorno per mezzo. Le uniche città che offrono contemporaneamente tutti e quattro i servizi sono Milano, Roma, Firenze, Bergamo e Torino.
Il confronto tra le due grandezze aiuta a dimensionare il fenomeno. A fronte di oltre 40 milioni di automobili private, le auto in condivisione in Italia sono 8.647 e i servizi di sharing sono presenti nel 44% dei capoluoghi di provincia. Il fatturato complessivo del comparto vehicle sharing si è attestato poco sopra i 200 milioni di euro nel 2024, con una crescita del 2% rispetto all’anno precedente, dopo i 178 milioni del 2023. La flotta condivisa italiana conta circa 81mila veicoli, dei quali l’86% è composto da monopattini e biciclette e il 9% da automobili.
Il passaggio dalla proprietà all’accesso è già avvenuto in altri comparti, dalla musica al software ai servizi informatici, dove l’utente acquista una prestazione ricorrente anziché un bene. L’automobile presenta però alcune caratteristiche che rendono la sostituzione meno immediata: la domanda si concentra nelle stesse fasce orarie per una quota rilevante di utilizzatori, il che riduce il vantaggio della condivisione negli orari di punta; la disponibilità immediata è parte del servizio atteso; e la copertura territoriale dei servizi condivisi, in Italia, riguarda oggi meno della metà dei capoluoghi. Dove il servizio non è presente, la scelta tra possedere e utilizzare non si pone.
Quattro elementi vanno tenuti presenti nella lettura di questi dati. Il primo è che le cifre sui costi di gestione derivano da simulazioni su profili tipo e su tre città campione, non da una rilevazione sull’intero parco circolante, e vanno quindi lette come ordini di grandezza. Il secondo è che la previsione sui quindici-vent’anni è un’opinione espressa in un podcast da un dirigente d’azienda, non una proiezione metodologicamente fondata. Il terzo è che i dati italiani più recenti disponibili sono riferiti al 2024 e al 2025, poiché il decimo Rapporto nazionale sulla sharing mobility non è ancora stato pubblicato. Il quarto è che i dati statunitensi sui prezzi delle automobili e quelli italiani sui costi di gestione misurano grandezze diverse e non sono direttamente confrontabili.
















