La prossima legge di Bilancio prende forma attorno a una domanda molto concreta: quanto margine avrà il governo per alleggerire il peso fiscale sul lavoro e sostenere il reddito disponibile delle famiglie? Il pacchetto di misure allo studio per il 2027 è già in parte finanziato, ma la sua dimensione definitiva dipenderà dalle risorse che l’esecutivo riuscirà a mettere in campo nei prossimi mesi. Sul tavolo ci sono infatti interventi molto diversi: dal bonus destinato alle lavoratrici madri alla detassazione dei premi di produttività, dai fringe benefit alla tassazione agevolata degli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali, fino all’ipotesi di una tredicesima fiscalmente più leggera. Sullo sfondo c’è poi il possibile nuovo taglio dell’Irpef, che da solo potrebbe valere circa 3 miliardi di euro l’anno.
La distinzione decisiva, in vista della manovra, è quella tra le misure che possono già contare su una copertura finanziaria e quelle che invece dovranno trovare nuovi fondi nel percorso che porterà all’approvazione della legge di Bilancio. Le prime tre misure già finanziate per il 2027 valgono complessivamente circa 900 milioni di euro. Si tratta del bonus per le lavoratrici madri con almeno due figli, della detassazione all’1% dei premi di produttività e della soglia maggiorata di esenzione fiscale per i fringe benefit. Per altre misure, invece, la partita è ancora tutta da giocare.
Bonus mamme, 300 milioni già sul tavolo
Tra gli interventi con una copertura già prevista c’è il cosiddetto bonus mamme, destinato alle lavoratrici dipendenti e autonome. La misura, ridisegnata dalla legge 207/2024 per gli anni successivi, può contare su 300 milioni di euro annui dal 2027. Nel 2026 il beneficio è pari a 60 euro al mese, cioè fino a 720 euro nell’intero anno per chi ha lavorato per tutti i dodici mesi. Il pagamento viene effettuato dall’Inps in un’unica soluzione nel mese di dicembre, previa domanda della lavoratrice.
La platea comprende le lavoratrici con almeno due figli, fino al compimento dei 10 anni del figlio più piccolo, oppure con almeno tre figli, fino al compimento dei 18 anni del figlio più piccolo, a condizione che il reddito annuo non superi i 40mila euro. I numeri mostrano una misura tutt’altro che marginale: nel 2025 le richieste presentate sono state 650.098. Per il 2026, la misura destinata alle lavoratrici con almeno due figli è fruita direttamente in busta paga e riguarda circa 179mila beneficiarie, mentre la disciplina per le madri con almeno tre figli si accompagna alla decontribuzione fino a 3mila euro annui, senza limite di reddito.
Proprio il meccanismo del bonus potrebbe però cambiare con la prossima legge di Bilancio. Il governo potrebbe intervenire per semplificarne il funzionamento, valutando se mantenere l’attuale sistema, con il pagamento diretto dell’Inps alle lavoratrici, oppure tornare verso la forma dello sgravio contributivo originariamente prevista dalla legge 207/2024. Quest’ultima impostazione, tuttavia, è rimasta finora in attesa del decreto attuativo.
Premi di produttività, la tassa scende all’1%
L’altro pilastro già finanziato è rappresentato dai premi di produttività. Per il 2026 e il 2027 è prevista un’imposta sostitutiva dell’1%, decisamente inferiore rispetto alla tassazione ordinaria e anche rispetto all’aliquota agevolata del 10% che ha caratterizzato il regime precedente. La misura riguarda i premi collegati a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione previsti da contratti aziendali o territoriali.
La copertura è stata fissata in circa 300 milioni di euro all’anno, con un costo indicato in 302,5 milioni per ciascun anno. È una misura che il mondo delle imprese guarda con particolare attenzione perché collega direttamente la leva fiscale alla contrattazione di secondo livello e alla capacità delle aziende di riconoscere una parte dei risultati ottenuti ai propri dipendenti.
Il tema della proroga oltre il 2027 è quindi destinato a entrare nel confronto tra governo e parti sociali. La logica, per le imprese, è quella di avere un incentivo stabile alla contrattazione dei premi e, per i lavoratori, di trasformare una quota degli incrementi legati ai risultati aziendali in maggiore reddito netto. Lo stesso meccanismo consente inoltre di convertire i premi in prestazioni di welfare aziendale, creando un ponte diretto tra retribuzione variabile e servizi offerti dall’impresa.
Fringe benefit, il welfare aziendale supera i 3,2 miliardi
È strettamente collegata a questa partita quella dei fringe benefit, cioè beni e servizi riconosciuti dalle aziende ai dipendenti nell’ambito dei piani di welfare. Per il triennio 2024-2027 è stata prevista una soglia di non imponibilità rafforzata: mille euro per la generalità dei lavoratori e 2mila euro per i dipendenti con figli a carico.
La misura ha avuto un ruolo crescente nella diffusione del welfare aziendale. Secondo i dati citati dall’Associazione italiana welfare aziendale, in dieci anni il numero dei dipendenti beneficiari di piani di welfare è salito a oltre 4 milioni, mentre il valore complessivo dei piani gestiti nel 2025 ha superato i 3,2 miliardi di euro.
È per questo che la prospettiva di una proroga oltre il 2027 viene considerata particolarmente importante dagli operatori del settore. La combinazione tra tassazione agevolata dei premi di risultato e possibilità di trasformarli in welfare, insieme alla maggiore soglia di esenzione dei fringe benefit, è diventata una componente strutturale delle politiche retributive di molte imprese. Per le aziende significa avere uno strumento aggiuntivo per sostenere il potere d’acquisto e, contemporaneamente, rendere più attrattiva la propria offerta occupazionale.
Rinnovi contrattuali, quasi 650 milioni di misure da rifinanziare
La situazione cambia quando si passa alle misure che oggi non dispongono di una copertura sufficiente per il 2027. Una delle principali è la tassazione agevolata degli aumenti retributivi derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi. La legge di Bilancio 2026 ha previsto, per gli aumenti salariali riconosciuti nel 2026 in attuazione di rinnovi sottoscritti tra il 2024 e il 2026, un’imposta sostitutiva del 5% in luogo dell’Irpef ordinaria.
Il beneficio è riservato ai dipendenti del settore privato con un reddito da lavoro fino a 33mila euro nel 2025. Il costo per lo Stato è stato quantificato in 570,3 milioni di euro nel 2026 e in ulteriori 78,6 milioni nel 2027. La misura è tra quelle che il ministero del Lavoro vorrebbe mantenere anche per il prossimo anno, eventualmente modificando platea e tetti.
La ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha infatti ipotizzato una proroga per il 2027 e per gli anni successivi, lasciando aperta la possibilità di intervenire sui parametri. Il punto politico è evidente: in una fase nella quale il rinnovo dei contratti collettivi sta producendo aumenti nominali delle retribuzioni, una tassazione ridotta può aumentare il beneficio netto percepito dal lavoratore senza trasferire interamente il costo sul datore di lavoro.
Lavoro faticoso, 15% su notturni, festivi e turni
Un’altra misura che il governo vorrebbe prorogare riguarda il cosiddetto lavoro faticoso. Per il solo 2026 è stata introdotta un’imposta sostitutiva del 15% sulle maggiorazioni riconosciute ai lavoratori dipendenti con reddito fino a 40mila euro per lavoro notturno, festivo e per le indennità di turno. Il beneficio riguarda maggiorazioni fino a 1.500 euro annui, salvo rinuncia scritta del lavoratore. La copertura prevista ammonta a 534,8 milioni di euro per il 2026 e 93,4 milioni per il 2027. Anche questa è quindi una misura che, per essere confermata oltre il perimetro attuale, richiede una decisione politica e finanziaria nella prossima manovra.
Il governo potrebbe intervenire anche in questo caso modificando platee e tetti. L’obiettivo è mantenere un trattamento fiscale più favorevole per una componente di reddito legata a condizioni di lavoro particolarmente gravose, ma il costo complessivo del pacchetto impone di fare i conti con le risorse disponibili.
La tredicesima torna al centro della scena
Poi c’è la tredicesima, una delle ipotesi più interessanti dal punto di vista del reddito disponibile. L’idea allo studio è quella di ridurre il carico fiscale sulla mensilità aggiuntiva, con una flat tax del 15% fino a 15mila euro, per un costo stimato per lo Stato di circa 500 milioni di euro. Il precedente risale al 2024, quando era stato introdotto il cosiddetto bonus Natale: un’indennità una tantum di 100 euro, riconosciuta ai lavoratori con reddito fino a 28mila euro e almeno un figlio e corrisposta insieme alla tredicesima. Il bonus non era stato riproposto nel 2025.
La nuova ipotesi sarebbe però strutturalmente diversa: non un trasferimento una tantum, ma un alleggerimento dell’imposizione fiscale sulla tredicesima. Le prime simulazioni indicano un risparmio netto in busta paga compreso tra 200 e 500 euro, a seconda del livello di reddito, qualora l’Irpef ordinaria venisse sostituita da un’imposta del 15% o del 10%. È una misura che avrebbe un impatto immediatamente visibile sul reddito di dicembre, ma che deve ancora trovare la necessaria copertura finanziaria.
Assunzioni, il governo punta a prorogare gli incentivi
Nel pacchetto di misure che il ministero del Lavoro punta a inserire nella manovra rientra anche la proroga degli incentivi alle assunzioni. Si tratta degli sgravi destinati ai datori di lavoro che assumono giovani under 35, donne svantaggiate e disoccupati over 35 nella Zes.
Gli incentivi sono stati riscritti dal decreto Lavoro D.Lgs. 162/2026 e sono attualmente previsti fino al 31 dicembre 2026. Il loro finanziamento utilizza sia risorse nazionali sia fondi europei collegati al Programma nazionale giovani, donne e lavoro 2021-2027. Anche qui, dunque, il passaggio al 2027 non è automatico. La proroga dovrà essere accompagnata da una nuova quantificazione delle risorse e dovrà inserirsi nel quadro complessivo della legge di Bilancio. Per le imprese si tratta tuttavia di una leva particolarmente importante, perché incide direttamente sul costo del lavoro al momento dell’assunzione e può contribuire a ridurre il rischio economico legato all’inserimento di nuove risorse.
Il vero piatto forte resta l’Irpef
Tutte queste misure ruotano attorno a una partita molto più grande: la possibile nuova riduzione dell’Irpef. La legge di Bilancio 2026 ha già portato dal 35% al 33% l’aliquota applicata allo scaglione di reddito compreso tra 28mila e 50mila euro. Il costo di quella riduzione è vicino ai 3 miliardi di euro all’anno.
Per il 2027 l’ipotesi principale allo studio è estendere l’aliquota del 33% fino a 60mila euro di reddito, con un costo per lo Stato anch’esso vicino ai 3 miliardi di euro. Una seconda possibilità sarebbe invece intervenire sullo scaglione più basso. In questo caso, una riduzione di un punto percentuale dell’aliquota dello scaglione centrale avrebbe un costo in termini di minori entrate fiscali di circa 1,5 miliardi di euro.
Si tratta, naturalmente, di una misura diversa dai bonus sul lavoro perché avrebbe una platea molto più ampia: riguarderebbe infatti non soltanto i lavoratori dipendenti e autonomi, ma anche i pensionati. Ed è proprio la dimensione della platea a rendere il nuovo intervento sull’Irpef il principale elemento di pressione sul bilancio pubblico.
Da settembre a dicembre, la corsa alle coperture
Il calendario della manovra rende chiaro perché il quadro sia ancora aperto. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre gli Stati membri dovranno presentare a Bruxelles il Documento programmatico di finanza pubblica, con gli obiettivi relativi a Pil, deficit e debito per il triennio. Entro il 15 ottobre dovrà essere trasmesso alla Commissione europea il Documento programmatico di bilancio, mentre entro il 20 ottobre è prevista la presentazione in Parlamento del disegno di legge di Bilancio 2027.
Da quel momento inizierà il percorso parlamentare che dovrà portare all’approvazione definitiva entro dicembre, affinché la manovra possa entrare in vigore il 1° gennaio 2027. È quindi nei prossimi mesi che si deciderà quali delle misure oggi sul tavolo potranno diventare strutturali, quali saranno prorogate soltanto per un anno e quali, invece, resteranno sulla carta per mancanza di coperture. La fotografia di partenza è relativamente favorevole per bonus mamme, premi di produttività e fringe benefit, già finanziati per il 2027. Molto più incerta è la sorte degli interventi su rinnovi contrattuali, lavoro faticoso, tredicesima e assunzioni.
E sopra tutto incombe il nuovo taglio dell’Irpef: 3 miliardi di euro per estendere il 33% fino a 60mila euro rappresentano una cifra capace da sola di condizionare l’intera architettura della manovra. Per imprese e lavoratori, dunque, il vero tema dei prossimi mesi non sarà soltanto quali bonus arriveranno nel 2027, ma quanto del beneficio fiscale promesso riuscirà effettivamente a trasformarsi in più reddito netto e in minore costo del lavoro.













