Si inizia male. Le previsioni 2022 per l’economia globale non sembrano affatto confermare quel balzo che ci si aspettava dopo un biennio di pandemia e di politiche espansive (soprattutto tenendo giù il livello dei tassi). Stavolta la Banca Mondiale vede grigio, anzi teme quel che si definisce un “hard landing”, un atterraggio catastrofico, per le economie dei Paesi emergenti e perfino per la superpotenza cinese immagina un lungo periodo di crisi con la doppia caduta dell’export e dei consumi interni (come testimonierebbe, tra l’altro, la decisione della banca centrale di abbassare il “tasso direttore” dal 3,80 al 3,20% a inizio gennaio).

In altre parole il presidente americano della Banca Mondiale, David Malpass, che è stato sottosegretario al Tesoro con Reagan e Bush, non fa sconti a nessuno: il Pil mondiale – dice –  nel suo complesso crescerà del 4,1%, cioè un punto e mezzo in meno rispetto al 2021 e peggio andrà per i Paesi cosiddetti “in via di sviluppo” con un Pil in caduta dal 5% nel 2021 al 3,8%  e addirittura al 2,3% nel 2023 per tutte le ragioni che conosciamo: inflazione, incertezze politiche, spesa pubblica fuori controllo, aumento delle diseguaglianze e della fragilità dei sistemi. La conseguenza, si legge nel paper firmato da Malpass, è che la distanza tra Paesi ricchi e Paesi si allargherà del 70% e che 100milioni di persone in più nel mondo precipiteranno nella povertà estrema.

Non andrà meglio alla Cina. Il Pil scenderà dal +9,8% dei primi tre trimestri del 2021 al + 8% del primo trimestre 2022 e ora  le autorità non sanno come dirlo ai cittadini dopo che, negli anni d’oro della crescita, cioè nel 2020 e nel 2021, avevano fatto montare un gigantesco schermo luminoso nella piazza principale di Shangai, la città che nell’immaginario della nomenklatura comunista avrebbe dovuto sfidare New York e le luci di Times Square, dove si proiettavano a ritmo continuo immagini glamour di marche luxury e le cifre del pil nazionale in vertiginosa salita.

Ora quelle cifre sono state ridimensionate (per dimensione e luminosità) nella parte bassa dello schermo gigante visto che, al momento, non può essere rimosso. E si cerca di sostituirle con quelle dell’indice Caixim Pmi, l’indice che misura le performance delle piccole e medie imprese (piccole e medie secondo le misure cinesi, quindi gigantesche) che il 4 gennaio scorso ha segnato un inatteso +50,9 (rispetto alle attese degli economisti che preannunciavano un +50). Ma è proprio qui, nel settore delle Pmi, che le cose vanno male come ha rivelato un’inchiesta sul campo del South China Morning Post: nei primi undici mesi del 2021 4,3 milioni di aziende hanno dichiarato fallimento e nello stesso periodo solo 1,3 nuove imprese ne hanno preso il posto sul mercato. Insomma, demografia economica negativa rispetto alle 6,1milioni di imprese nate nel 2020 e alle 13,7milioni del 2019. Lo scarto tra le due curve – nascite e morti – scrive il Morning Post, è impressionante.

Tra i primi a impressionarsi è stato il primo ministro Li Keqiang, un riformista con una formazione universitaria giuridico-economica, che ha già annunciato l’utilizzo della leva fiscale (taglio delle tasse) a favore delle imprese con l’obiettivo di «stabilizzare la situazione macroeconomica generale». Situazione che già il 10 dicembre scorso la Conferenza centrale sul lavoro presieduta da Xi Jinping aveva sintetizzato seccamente così con il lessico del capitalismo: «L’economia sta subendo tre pressioni: contrazione della domanda, choc dell’offerta e debolezza delle prospettive di crescita». Da qui la decisione della banca centrale di Pechino di abbassare il “loan prime rate” al 3,8% (la prima volta in venti mesi). Ora tra riduzione delle tasse e intervento sui tassi c’è chi intravvede una certa tensione tra il primo ministro Keqiang, liberista pro-aziende, e il presidente Jingping, statalista, pronto a usare tutte le leve della politica economica per affermare il primato della Cina (e del partito). Difficile che vinca il primo.

Un fiume di dividendi sulle Borse

Più facile, invece, che nel 2022 vincano gli azionisti, risparmiatori e investitori, insomma il popolo delle Borse mondiali. Non perché siano previsti crescite di fatturato e balzi di capital gain delle società quotate, ma perché è possibile che le società decidano di mettere mano al portafogli e aprano generosamente i rubinetti del “pay out”, insomma paghino più dividendi alla fine di un anno, il 2022, che si annuncia grigio, come dicevamo, e ad altissimo tasso di volatilità (come s’è visto, del resto, nelle prime sedute di gennaio). Il direttore mondiale delle gestioni azionarie del colosso americano Fidelity, Romain Boscher, lo dice con franchezza: «Il 2021 è stato un anno eccezionale per la crescita dei profitti e quindi dei valori di Borsa. L’aumento è stato del 47% rispetto al 2020. Quest’anno le previsioni parlano di un modestissimo 5%. Quindi alle società non resta che azionare la leva dei dividendi per remunerare gli azionisti».

C’è chi ha già fatto dei calcoli. Il centro di ricerca della londinese Ihs Markit, una società che si occupa di informazione finanziaria da due secoli e quindi con una qualche attendibilità, stima che nel 2022 il monte-dividendi a livello globale supererà i 2mila miliardi di dollari. Certo ci saranno delle differenze: i mercati azionari dell’Asia e degli Stati Uniti hanno già superato il picco del 2019 e quindi si suppone saranno meno generosi mentre in Europa i margini per pay-out generosi ci sono tutti.

Naturalmente con molte differenze tra settore e settore e tra aziende. Il turismo e l’automotive, per esempio, hanno sofferto troppo la pandemia e quindi è difficile che qui si creino le condizioni per generare dividendi. Al contrario il settore bancario europeo potrebbe versare, secondo le stime di Ihs Markit, 85 miliardi di euro di dividendi ai suoi azionisti. In ogni caso, dei 2mila miliardi di dollari di pay-out mondiale, 476 saranno i dividendi pagati da società europee. Preparatevi.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.